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G.SCARANO, MARCO D'AMORE_Q9A7846 - foto di Francesco Berardinelli (1)
Alla fine, è la storia di Cenerentola e dei suoi derivati. Territorio stranamente poco battuto dalla nostra cinematografia, quello della favola, e che Guido Chiesa, sempre più bravo artigiano di tanti cinema possibili, si premura di esplorare. Nella declinazione romana di Piccolo miracolo, il principe che infila la scarpetta magica al piede fatato dell'eroina si sposta ineluttabilmente in una periferia non precisata ma riconoscibilissima: le sterpaglie, la trasandatezza, i bar prosaicissimi, l'abusivismo edilizio di palazzine fatiscenti e sgarrupate, nate in mezzo al nulla e piangenti lacrime di intonaco e calcinacci. Tutt'intorno, il massimo dello svago culturale è il cortile della parrocchia, dove un gruppo di ragazzi con molto tempo a disposizione si ritrova per il ripasso scolastico a gratis, grazie al buon cuore dei volontari. Nel nostro caso di una volontaria, cieca: si chiama Ursula, ha il volto di Greta Scarano ed è anche la nostra Cenerentola, ultima inquilina a resistere allo sfratto coatto imposto dalla ditta che ha preso possesso del palazzo per abbatterlo e tirarci su un immobile di nove piani superlusso, in un progetto di riqualificazione del quartiere che passa sopra la testa dei suoi abitanti storici.


_Q9A2887 - M.D'AMORE foto di Francesco Berardinelli
Il principe, qui, è anche l'orco. Si chiama Davide Lancia (un partecipe Marco D'Amore), erede di un palazzinaro senza troppi peli sullo stomaco che decide di affidare al figlio, cresciuto a suo dire nella bambagia e nella buona educazione dei migliori istituti napoletani prima del ritorno a Roma, il primo serio affare milionario. E il figlio eseguirebbe, se non avesse la tara di essere architetto - il cruccio umanista impiantato nel cuore della speculazione - e se non avesse conosciuto, sotto false sembianze, la Ursula di cui sopra, innamorandosene. Con un rovesciamento che è la vera trovata della favola: qui non è il principe a salvare Cenerentola.
Non è difficile indovinare l'evoluzione della storia, ed è ancora più facile prevenirne le obiezioni di verosimiglianza. Ma appunto: siamo nella favola, dove i piccoli miracoli del titolo non possono ma devono accadere. E diciamolo, un po' di correità al sogno, all'escapismo puro dei buoni sentimenti, ogni tanto non fa male. Soprattutto quando ci sono due interpreti che rendono comunque credibili i loro personaggi e un coro di comprimari che fa la sua parte, da Laura Adriani a Giorgio Colangeli, fino alla partecipazione di Gian Marco Tognazzi.


G.SCARANO- Piccolo Miracolo_Q9A2619 foto di Francesco Berardinelli
Quello che però si apprezza di più è la capacità di Chiesa di girare tutto con una misura, un'asciuttezza che fa da contraltare formale alle capriole della sceneggiatura. E poi quel senso dei luoghi, verace: come se il regista conoscesse esattamente le periferie di cui parla e ci portasse lì, senza quinte. Il tutto in un film che potrebbe sempre essere rifinito meglio, soprattutto nella scrittura e nell'equilibrio tra le parti, ma al quale si finisce per voler bene almeno quanto lui sembra volerne ai propri personaggi e al pubblico. Un film schietto, onesto nelle intenzioni e modesto sì, ma soltanto per temperamento e tono. Forse non sarà un miracolo, ma nemmeno è così piccolo da non meritare un suo spazio.



