Anime nere

FRANCIA, ITALIA - 2014
La storia di tre fratelli calabresi, Luciano, Rocco e Luigi. Quest'ultimo, il più piccolo dei tre, è un trafficante internazionale di droga, mentre Rocco, milanese d'adozione, è un imprenditore grazie ai soldi sporchi di Luigi. C'è poi Luciano, il maggiore, che si culla ancora nell'idea di una Calabria preindustriale. Leo è il figlio ventenne di Luciano, un giovane senza identità, che per una lite banale compie un atto intimidatorio nei confronti del bar del clan rivale. Altrove sarebbe stata una cosa di poco conto, ma qui siamo in Aspromonte. Luciano è costretto di nuovo a rivivere il dramma per la morte del padre e gli altri due fratelli tornano al paese d'infanzia per affrontare nodi irrisolti del passato.

CAST

NOTE

- PRODUTTORE ESECUTIVO: GIANLUCA ARCOPINTO.

- FILM RICONOSCIUTO D'INTERESSE CULTURALE CON SOSTEGNO DEL MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA.

- REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO E IL PATROCINIO DELLA DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA-MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITA' CULTURALI E DEL TURISMO, CON IL CONTRIBUTO DI EURIMAGES, IN ASSOCIAZIONE CON: AMER S.P.A., IFITALIA GRUPPO BNP PARIBAS; CON IL SOSTEGNO DELL'ENTE PARCO NAZIONALE ASPROMONTE; CON LA COLLABORAZIONE DI BIANCAFILM.

- PREMIO FRANCESCO PASINETTI, PREMIO FONDAZIONE MIMMO ROTELLA (LUIGI MUSINI) E PREMIO SCHERMI DI QUALITÀ-CARLO MAZZACURATI ALLA 71. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2014).

- DAVID DI DONATELLO 2015 PER: MIGLIOR FILM, REGISTA, SCENEGGIATURA, PRODUTTORE, FOTOGRAFIA, MUSICISTA, CANZONE ORIGINALE ("ANIME NERE"), MONTATORE E FONICO DI PRESA DIRETTA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (FABRIZIO FERRACANE), ATTRICE NON PROTAGONISTA (BARBORA BOBULOVA), SCENOGRAFO, COSTUMISTA, TRUCCATORE (SONIA MAIONE), ACCONCIATORE (RODOLFO SIFARI) E DAVID GIOVANI.

- NASTRO D'ARGENTO 2015 PER: MIGLIOR PRODUTTORE (CINEMAUNDICI - LUIGI E OLIVIA MUSINI -PREMIATI ANCHE PER "TORNERANNO I PRATI" DI ERMANNO OLMI E "LAST SUMMER" DI LEONARDO GUERRA SERÀGNOLI), SCENEGGIATURA E MONTAGGIO (CRISTIANO TRAVAGLIOLI È STATO PREMIATO ANCHE PER "YOUTH - LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO).

CRITICA

"Lontano da ogni mitizzazione della violenza, il film evita stereotipi tipici del crime movie riflettendo su bene e male, colpe e riscatto con un finale nerissimo e catartico. Ottimo il cast di attori composto da Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Barbora Bobulova, Anna Ferruzzo, Giuseppe Fumo che per lo più recitano in stretto dialetto calabrese per marcare la loro alterità rispetto al mondo esterno". (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 19 settembre 2014)

"C'è un riscatto possibile per il nostro Sud? Non si direbbe, almeno a giudicare da quel che si vede al cinema o in televisione. Se 'Gomorra' di Roberto Saviano e il film omonimo di Matteo Garrone - qualche anno fa - furono una denuncia impietosa del degrado criminale, il «gomorrismo» che ne è derivato rischia di confermare alcuni dei luoghi comuni sul Mezzogiorno 'paradiso abitato da diavoli'. Un nuovo capitolo della saga infinita sul Meridione s'intitola 'Anime nere' ed è reduce dalla Mostra di Venezia (...). Ambientato in Calabria e in particolare nella Locride di Africo, il paese cui Corrado Stajano dedicò un memorabile libro negli Armi '70, 'Anime nere' mostra il persistere del cosiddetto «familismo amorale» ai danni dello Stato, dei beni comuni e dell'interesse collettivo. Siamo infatti nel contesto di un Sud tribale, clanico e pastorizio, in cui non manca il rituale abigeatario del furto di due agnelli non per fame, ma per gioco simbolico. Un Sud serrato fra i monti e, naturalmente, in mano alla 'ndrangheta che si divide in famiglie ed estende i traffici e le finanze a Milano e oltreconfine (Amsterdam). Da una parte, quindi, c'è un'antropologia culturale arcaica e pre-industriale, dall'altra una modernità criminale che esporta altrove l'organizzazione e i proventi. Le cronache di questi ultimi anni dicono che è uno scenario realistico, denunciato fra gli altri da Saviano, che (...) ha elogiato il film di Munzi, oltretutto co-sceneggiato dall'ottimo Maurizio Braucci di 'Gomorra' e 'Reality'. Ma non è altrettanto corrispondente alla realtà un Sud di cui si mostra solo il cuore di pietra tra l'Aspromonte e il mare. La Calabria stessa è molto più sfaccettata, spigolosa, contraddittoria, non immune dal mondo contemporaneo di cui, anzi, ripropone la perenne incompiutezza, a cominciare da quella dei fabbricati lasciati grezzi o dei pilastri che svettano verso il nulla, nell'attesa del piano che verrà (...). Certo, 'Anime nere' si sforza di sottrarsi al canone televisivo della mafia in cui i cattivi trionfano fino all'inopinato arrivo dell'eroe di turno (non sempre). Allo stesso tempo non lascia speranza alcuna nel finale. Fra i tre fratelli protagonisti della storia, il più grande e il meno malvagio - provato dalla perdita dei congiunti nell'ennesima faida - fa implodere il micromondo del familismo con un folle gesto di sangue. Non c'è ricorso all'esterno, alla legge o alla chimera della «società civile», bensì una tragedia portata a compimento. Se non c'è via di uscita, tanto vale non cercarla. Ma davvero non esiste una via di uscita? Non è detto sia così, di là dal valore del film di Munzi, che è incisivo nonostante qualche smagliatura nella costruzione dei personaggi «milanesi». Il pericolo oggi è adagiarsi nella rassegnazione." (Oscar Iarussi, 'La Gazzetta del Mezzogiorno', 19 settembre 2014)

"Munzi racconta (dal libro di Ciriaco) la 'ndrangheta di oggi, la Calabria vera e quella milanese e olandese, costruendo la tragedia di nuovi Atridi, chi vuole e chi subisce una vita violenta. Eccezionale, potente, etico racconto che vive nell'antropologia psicosomatica di voci, volti, luoghi d'Aspromonte, tornando alle radici ancestrali del Male, una denuncia straordinaria, con un cast eccellente." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 18 settembre 2014)

"Denso, incalzante, solidamente strutturato eppure tessuto su una gamma accurata di concordanze e dissonanze comportamentali e psicologiche. (...) La scelta di Francesco Munzi («Saimir», «Il resto della notte») è stata, infatti, quella di rivolgersi alla sciagurata fenomenologia della 'ndrangheta, tematica alquanto sconosciuta al cinema italiano, con il piglio del genere noir, una sorta di peccato originale per i custodi del tempio; ai quali, peraltro, è totalmente sfuggita l'operazione compiuta dal giovane regista nell'immergere suspense, realismo e denuncia in tonalità atemporali e fatalistiche, mitiche e simboliche degne della tragedia greca. Sebbene su scala differente, insomma, un procedimento adiacente a quello usato da Coppola per il climax dei capitoli del capodopera «Il padrino». La concatenazione degli eventi non produce, così, il solito, paternalistico eccesso di significato, ma un'egregia qualità d'iconografia, messinscena e direzione degli attori al servizio della propria strategia stilistica e non viceversa. Parliamo di un film, di conseguenza, che non si deve riassumere in dettaglio perché è in grado, per così dire, di raccontarsi da sé - nonostante il reiterato ricorso al dialetto calabrese spesso sottotitolato - elevando fluidamente la temperatura drammaturgica, mescolando incessantemente i legami familiari con quelli criminali, contrapponendo il male e il bene per poi fonderli in un impressionante olocausto antropologico finale. (...) L'omogeneità narrativa viene, in pratica, garantita proprio dall'abilità con cui si governa il meccanismo di salti, analogie, biforcazioni, escrescenze, ellissi, ritorni; ma nel contempo è palese come i protagonisti straordinariamente motivati (Ferracane una spanna sopra tutti) siano l'elemento decisivo per spingere verso un grande risultato (...)." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 18 settembre 2014)

"Ambientato in Aspromonte, ad Africo, non sembra essere uno dei tanti film sulle mafie del sud, resi ormai stereotipati e praticamente inservibili. Lavora certamente sulla connotazione dei personaggi, in quel difficile equilibrio tra mitologia e declino, identificazione e distanza, ma si distacca anche dal singolo personaggio per creare una coraIità inestricabile che è poi alla base stessa delle faide e dell'onore delle famiglie. Così procedono compatti i personaggi anche se delineati in maniera apparentemente differenziata, mentre le donne tacciono e indicano in silenzio la strada irrevocabile da seguire (...) Marco Leonardi, perfetta interpretazione, un volto che prosegue la saga dei malavitosi italiani (...). Munzi si tiene lontano dagli stereotipi e folklore, usa opportunamente il dialetto, toglie ogni eccesso, autore consumato fin dal suo esordio 'Saimir' (scoperto a Venezia) e di 'Il resto della notte' (era alla Quinzaine di Cannes). In questo ritorno a casa c'è anche il viaggio compiuto dal regista che mai era stato in quelle zone, una scoperta che accompagna anche lo spettatore che pure ha visto tante cronache in tv, e ora si trova a fronteggiare da vicino i comportamenti, scoprire quanto di arcaico esiste accanto alla modernità." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 18 settembre 2014)

"La parabola esistenzial-familiare non può che finire in tragedia, secondo i canoni di una classicità mai esaurita. Girato sui luoghi d'ambientazione governati dalla 'ndrangheta, 'Anime nere' è il terzo lungometraggio di Munzi, e il suo più bello per maturità, solidità e complessità su più livelli. Ispirato all'omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, il film contiene e supera la cine-letteratura (anche straniera) a tema mafioso proponendo l'originalità di un lessico familiare che purtroppo riguarda (anche) il presente di un Paese sempre più 'equilibrista' nel rapporto cittadino/Stato." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 18 settembre 2014)

"Piacerà a chi è leggermente stufo dei cliché dei film mafiosi (specie televisivi) ed è alla ricerca di qualche regista che dia l'idea di parlare con cognizione di causa. E d'ora in avanti terrà d'occhio Francesco Munzi, una delle poche rivelazioni dell'ultimo festival di Venezia." (Giorgio Carbone, 'Libero', 18 settembre 2014)

"Meglio l'Italia non poteva esordire a questa Mostra. 'Anime nere' di Francesco Munzi è un film straordinario per forza emotiva e coerenza narrativa, specie di tragedia elisabettiana ambientata nella parte più cupa della Calabria, dove il destino che incombe su una famiglia finisce per chiedere il suo inevitabile tributo di sangue. Ma è insieme un ritratto finissimo e preciso di un modo di vivere che sembra sfidare i secoli e le leggi, ancorato a vecchie tradizioni e usanze immodificabili che aggiunge al dramma un altro e più concreto livello di lettura, quasi da antropologia dei costumi. Un incontro raro, tra storia e contesto, tra forza della finzione e concretezza del reale, che fa del film una splendida riuscita (...). Munzi, che ha firmato la sceneggiatura con Fabrizio Ruggirello (scomparso recentemente: a lui è dedicato il film) e Maurizio Braucci, mette in scena la storia con una linearità «classica», attento alle psicologie così come ai colpi di scena, per delineare coi caratteri dei fratelli tre modi diversi di vivere l'inevitabile modernizzazione della Calabria (...). Ecco allora che al centro del film non c'è più una «storia di 'ndrangheta» ma piuttosto una riflessione più ampia e complessa sui rapporti tra cultura arcaica e le «tentazioni» della modernizzazione (tentazioni che vogliono dire soprattutto soldi e droga) e che nessuna mediazione culturale o politica sembra in grado di controllare. Non lo Stato né la Legge, disprezzati nei loro rappresentanti (...), ma neppure il senso della comunità, che si frantuma di fronte al risuonare di un destino che sente solo le ragioni del sangue e della vendetta. Munzi, che ha ambientato il suo film nel triangolo più ostile della Locride (Africo, Platì e San Luca) e che ha fatto parlare i suoi personaggi nel dialetto locale (naturalmente sottotitolato), sfrutta le sue origini documentaristiche per rimarcare legami sotterranei tra le persone e i loro comportamenti (...), sfrutta al meglio un cast eccezionale per forza espressiva e verosimiglianza (dove accanto ad attori professionisti recitano abitanti di Africo e dintorni) e tesse così la rete di un racconto dove il realismo dell'ambientazione e la giustezza dei comportamenti finiscono per esaltare ancora di più l'esplosione della tragedia finale, vero pugno nello stomaco che lascia ammutoliti e ammirati." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 30 agosto 2014)

"(...) ci troviamo di fronte alla 'ndrangheta vista al suo interno, grazie alla puntualità e la precisione con cui Francesco Munzi l'ha ripresa da quel libro 'Anime Nere', scritto con accenti quasi sempre molto forti da Gioacchino Criaco considerato da molti il più attento storico dell'Aspromonte. (...) Munzi, di cui alla Mostra di Venezia del 2004, si era molto apprezzato l'esordio con 'Samir', in collaborazione anche con l'autore letterario ci ha messo di fronte a quel gruppo familiare, prima in Calabria e poi con una sosta Milano negli stessi climi studiandone con partecipazione - ma senza giudicare - le psicologie, le reazioni e, in alcuni momenti, anche le rivalità, con asciutto realismo. I singoli caratteri sono sottilmente precisati, anche se l'approccio sembra quasi ruvido, gli scontri hanno ogni volta il sapore dell'autentico, con l'attenzione per il dato oggettivo, cui dà risalto ad ogni svolta la fotografia, quasi tagliente, di Vladan Radovic, simile, per gusto e atmosfere, alle ben studiate scenografie di Luca Servino. Con il sostegno di interpreti che esibiscono ad ogni momento, ma con misura, il segno della realtà, forte e profondo. Luciano, il fratello maggiore, lo interpreta Fabrizio Ferracane che sa esprimersi perfino coni silenzi. Luigi, una delle vittime della faida, è Marco Leonardi che ricordo bambino in 'Nuovo Cinema Paradiso'. Mi ha colpito, nella parte della madre, Aurora Quattrocchi: nei primi piani sembra 'La Madre' di Rembrandt." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 30 agosto 2014)

"'Anime nere' di Francesco Munzi parte da Amsterdam per portarci in poche vorticose scene ad Africo, passando per Milano. Dal narcotraffico globale alla lingua pietrosa dell'Aspromonte, dunque. Dagli intrecci tra economia criminale e economia reale, alla voce del sangue. Il sangue di due pecore rubate in un ovile a Lecco e scannate così, su due piedi, per festeggiare l'incontro di due fratelli. Ma anche il sangue versato decenni prima nella loro Calabria, che torna a farsi sentire. (...) Girato nei luoghi che racconta, parlato quasi sempre in dialetto con sottotitoli, sorretto da un cast che fonde a meraviglia ottimi attori e non professionisti, il primo grande film sulla criminalità calabrese (che non è solo 'ndrangheta) nasce dall'incrocio tra due sguardi e due passioni. Gioacchino Criaco, scrittore e giornalista calabrese, una vita passata a interrogarsi sulla sua terra e un fratello chiuso in un carcere di massima sicurezza, ci ha messo la conoscenza di prima mano dell'Aspromonte, storia, mentalità, tradizioni, leggi non scritte, travasata nel romanzo 'Anime nere'. Francesco Munzi la voglia di rappresentare quel mondo evitando i cliché. Per leggere nel buio di quelle anime qualcosa che forse non riguarda solo loro ma tutto il nostro paese corrotto e ostinatamente premoderno. Si sente la grande lezione antropologica di certo nostro cinema, da Visconti a Rosi e De Seta, da cui Munzi prende il gusto del dettaglio e la limpidezza con cui descrive i rapporti: di forza, di parentela, di sangue, di affari. Con un impeto che fa quasi rimpiangere lo schema così classico (così coerente) della tragedia, e lascia pensare cosa avrebbe potuto fare lasciando una porticina aperta ai capricci del caso." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 30 agosto 2014)

"Aspromonte, Africo vecchia, distrutta da terremoti e alluvioni. E la cadente Africo nuova, nata negli anni 50: capre, cocaina, Rolex, la statua di San Leo nella chiesa diroccata, faide con morti ammazzati. Storia antica e contemporanea di maschi, di onore e vendetta, di ricchezza criminale e vita miserabile; belle facce di uomini bruti dai gesti spavaldi, rimaste primitive nel pieno della modernità del traffico di cocaina. 'Anime Nere' (...) è un bel film tradizionale, girato benissimo da Francesco Munzi, (...) un melodramma appassionante e cupo anche nelle immagini, che sembra esagerare la realtà odierna di quella zona meravigliosa della Calabria. Ma forse invece è tutto vero (non la storia ma il contesto), e allora siamo rimasti all'Africo che Corrado Stajano ha raccontato nel 1978 nel suo libro, quel paese retto sino al 1970 dal Pci e poi passato in mano a partiti vicino alla 'ndrangheta, per diventare ai piedi dell'Aspromonte la zona più mafiosa della Calabria. Munzi si è ispirato molto liberamente al libro 'Anime Nere' di Gioacchino Criaco (...), giornalista e scrittore nato ad Africo. I dialoghi del film sono in crudo e incomprensibile dialetto dell'Aspromonte, tradotti in indispensabili sottotitoli. (...) L'Africo di Munzi e Criaco, al di là della storia inventata dei tre fratelli, è spaventosa, un angolo abbandonato e irrecuperabile, severo, dell'Italia." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 30 agosto 2014)

"(...) come non intravedere sullo sfondo il modello di certo nostro grande cinema, da 'Rocco e i suoi fratelli' a 'Tre fratelli'? Come nel film di Visconti si comincia in quel di Milano dove si sono trasferiti il protervo, spavaldo Luigi (un notevole Marco Leonardi) (...) e suo fratello Rocco (...); e come nel film di Rosi, il ritorno di Luigi e Rocco al borgo natio - in questo caso Africo nell'Aspromonte, luogo centrale della criminalità calabra - fa emergere contrasti, rimorsi, rancori. Ad Africo vive ancora un loro fratello, Luciano (...). Uno «sgarbo» accende la miccia di antichi odi e il film scivola su un crinale da tragedia greca, quale ci si aspetta, ma avvitandosi su uno scarto narrativo che, pur di evidente natura metaforica, lascia perplessi e freddi: anche perché il personaggio del buon Luciano che se ne fa carico è del trio familiare il più pallido e meno convincente. Insomma, a nostro avviso, meglio la prima parte: ma Munzi, che con il film d'esordio 'Samir' aveva evocato il dramma dell'emigrazione sul filo di un sofferto scontro generazionale, si conferma cineasta interessante, capace di ritagliare gli ambienti con verità di documentarista, che scava nel cuore nero degli uomini, così come nelle zone oscure di una società che è all'origine di tutto, degli affetti viscerali come dei più trucidi fatti di sangue." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 30 agosto 2014)

"Domanda: dopo 'Gomorra' di Matteo Garrone, dopo 'Gomorra - La serie', è possibile fare in Italia un altro film criminale di valore? Sì, e la risposta era tutt'altro che scontata. (...) 'Anime nere' di Francesco Munzi riesce nella missione, prendendo una strada radicalmente diversa. Laddove Garrone puntava sullo stile straniante e su uno sguardo non partecipato per una nuova antropologia camorrista (e mafiosa tout court), laddove Stefano Sollima & Co. hanno portato in tv una Gomorra epica, violenta e coinvolgente, Munzi volge la camera alla Calabria, all'Aspromonte, e sulla scorta del romanzo omonimo di Gioacchino Criaco rintraccia ad Africo l'antica tragedia greca in formato famiglia, senza alzare il tiro spettacolare, piuttosto lavorando dietro e dentro le linee. Il parallelo più immediato è con lo splendido 'Fratelli' (The Funeral) di Abel Ferrara, Coppa Volpi a Venezia nel 1996: lo stile si fa classico, soffia la 'hybris', le dinamiche familiari - famiglia, prima che Famiglia - sono la chiave d'accesso a un universo antropologico contiguo alla ndrangheta. (...) Se la radicazione nel territorio, nel cuore e nella mentalità di Africo apre orizzonti di realtà e verità inusitati, il merito sta appunto prima delle riprese, in situ con il regista e i suoi due sceneggiatori , Maurizio Braucci ('Gomorra' di Garrone) e lo scomparso Fabrizio Ruggirello, ad appropriarsi dell'odore d'Africo: stesura dello script, casting per tutta la provincia di Reggio Calabria e sopralluoghi, un lavoro durato tre anni che lo schermo restituisce appieno. (...) il film incarna un rinnovato impegno civile, ma bisogna intendersi: l'impegno non è a monte, non è aprioristico, non è tesi da perseguire con i paraocchi, ma lo ritroviamo a valle, esternalità positiva di un lavoro serio prima che engagé. La denuncia, la denuncetta non abita qui, si preferisce comprendere tra uomini e capre, sgarbi e vendette che cosa sia, che cosa implichi vivere oggi li, ad Africo: senza urla, senza eccitazione, senza dimostrazione, 'Anime nere' si prende la sommessa ma sensibile libertà di conoscere, possibilmente, di capire. Oltre alla ndrangheta c'è di più, c'è - conclude Criaco - 'un sentimento di antagonismo allo Stato che, purtroppo, credo sia inevitabile in luoghi dove le istituzioni vanno a braccetto con la malavita: quando ho un problema a chi mi rivolgo, se il maresciallo è compare del boss?'. La risposta, e mille altre domande, nel miglior film di Francesco Munzi." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 30 agosto 2014)

"Munzi ama un cinema di parole e di silenzi, rigoroso e quasi senza musica, che prende spunto dalle contorsioni criminali, piccole e grandi, per parlare anche d'altro: di antropologia, di società, di intrecci familiari, razzismi annidati. Lo spunto è fornito dall'omonimo romanzo di Gioacchino Criaco del 2008, liberamente rielaborato per lo schermo dal regista insieme a Fabrizio Ruggirello e Maurizio Braucci. (...) Il film è teso, livido, senza fronzoli, perfetto nelle facce e nei gesti, anche nella violenza continuamente evocata, praticata, cercata; e tuttavia un'inattesa misura stilistica lo porta oltre 'il genere', lo rende complesso e imprevedibile, anche nell'epilogo che altrove avrebbe preso pieghe diverse, da fragorosa resa dei conti tra bande, all'insegna dello show-down. (...) il film non fa sconti, non fa 'inchini', tanto meno allestisce un'epopea criminale. Però racconta con cura le dinamiche tragiche che spingono i tre fratelli dall'anima scissa verso un cupo dissolvi dai tratti, forse, scespiriani. Insomma, la vera faida è interna alla famiglia più che nei confronti del clan rivale. (...) La forza di 'Anime nere' sta in un senso di minaccia costante, che non lascia mai tranquilli: senti la rabbia che si gonfia, lo capisci dai visi tesi, dai cappotti di pelle, dalle capre sgozzate e arrostite, dalle pistole che spuntano, dai macchinoni neri rigorosamente tedeschi, dagli avvertimenti in codice mafioso. E tuttavia il film va oltre il crimine, gli spari e gli omicidi che pure ci sono, benché restituiti senza compiacimento, per sequenze rapide, volutamente sfocate. Sicché l'archetipo mafioso, nella sua variante familistica vista tante volte al cinema, lascia qui spazio a una meditazione sull'impossibile, benché rivendicata, convivenza di arcaico e moderno: tra prefiche salmodianti in nero e audaci trasferimenti bancari, tra «capiscisti?» e computer. I tre interpreti sono perfetti; e con loro il giovane dissennato Giuseppe Fumo, le mogli Anna Ferruzzo e Barbara Bobulova, tutti i personaggi di contorno, a partire dai boss rivali, incarnati da espressivi non attori di Africo e dintorni." (Michele Anselmi, 'Il Secolo XIX', 30 agosto 2014)

"Cercando archetipi e ritualità di ndrangheta, Munzi parte dalla modernità, tre fratelli, tre livelli culturali (...). Non privo di difetti (recitazione subito espiatoria, taglio netto tra Nord e Sud), ma lo sforzo di penetrare geometria tragica e norma 'morale' di una radice bacata del Paese è autentico. Tra 'Luna rossa' di Capuano e 'Gomorra' di Garrone, trova una strada personale. La seconda parte richiama 'Fratelli' di Ferrara. Dimenticato dalla giuria di Venezia. Da vedere." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 26 settembre 2014)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy