PHOTO
DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.
Si apre in medias res Disclosure Day di Steven Spielberg: un ring di Wrestling di bassa categoria con le riprese in soggettiva da parte del lottatore che sta subendo i colpi. Tra gli spettatori un ragazzo, Daniel Kellner (Josh O'Connor) deve fare un rapido scambio di uno zainetto con dei misteriosi personaggi vestiti in nero, in cambio della libertà della sua ragazza, Jane (Eve Hewson). Da qui incomincia un lungo inseguimento, tra thriller e spy story, spesso notturno, una caccia al ladro, che porterà il film ad un climax ascendente finale, che prevede anche il cambio di genere da thriller a fantascienza.


Gli ingredienti del film sono numerosi, forse troppi e spesso appena accennati che lasciano lo spettatore un po’ dubbioso e disorientato. Il contesto è quello apocalittico, molto americano, con una crisi coreana che porterebbe ad una guerra nucleare e più volte si sente dai media che l’America sta attraversando la sua crisi politica peggiore dai tempi lontani del 1962 e della crisi cubana.


Si raccontano nel film due storie, quella di Daniel Kellner, specialista in sicurezza informatica, con un prodigioso intelletto per la matematica e quella di Margaret Fairchild (Emily Blunt), volto televisivo della metereologia, dal carattere iperattivo, che dopo l’entrata in casa di un uccellino rosso, si accorge di avere dei super poteri empatici, che le permettono di entrare nell’immediato in relazione con le persone che incontra, conoscendo la loro vita. Al centro della lotta (tra bene e male?) ci sono dei dati rubati da Kellner e due organizzazioni contrapposte che cercano di avere i file incriminati: i malvagi, capitanati da Noah Scanlon (Colin Firth) della Wardex Corporation, un'agenzia governativa segreta e i buoni di Hugo Wakefield (Colman Domingo), che sono tutti fuoriusciti dalla Wardex Corporation.


Il contenuto dei file, se ad un primo inizio rimane misterioso, con lo spettatore incline a pensare piuttosto a dati sensibili, con il proseguire della storia si capisce che sono filmati di contatti con extraterrestri avuti dagli anni ‘70 fino ai giorni nostri. E se Noah vuole recuperarli perché restino segreti, Hugo vuole che essi vengano resi pubblici. L’azione porta con sè delle questioni più ampie di carattere etico. Innanzitutto il tema della verità: una verità (rubata) messa a disposizione di tutti può essere un bene o un male? Il rischio potrebbe essere diffondere “panico e caos”? È meglio l’ignoranza o l’evidente rivelazione che non siamo soli in questo universo?


Il fatto di una presenza certa di extraterrestri potrebbe avere anche una ricaduta da un punto di vista religioso? Jane, che ha avuto una breve esperienza da novizia in un ordine di suore, teme che, facendo una ingenua lettura letterale della genesi, la presenza di extraterrestri contraddirebbe il tema della creazione dell’uomo da parte di Dio.


Al di là delle questioni e perplessità generate dall’idea di divulgare la verità della presenza di forme aliene, si può notare come in più momenti Spielberg suggerisca di non limitarsi ad osservare ciò che c’è oltre i confini terrestri, ma come le relazioni, gli atteggiamenti empatici, e anche le ferite che la vita porta con sé siano i veri punti di forza (e di verità) dell’essere umano. Kellner cerca di proteggere ad ogni costo Jane, Margaret continua a dare consigli su come appianare le ferite di chi incontra; le loro mani durante le tante vicissitudini si intrecciano in mutuo soccorso, mostrando come l’essere umano sia veramente tale quando si accorge di chi gli è accanto. E gli alieni? Anche loro, in un contesto apocalittico, li vediamo uccisi dall’uomo, torturati, per un’idea sbagliata di conoscenza umana, che non rispetta l’alterità e la diversità. Rimane, allora, la domanda di fondo per lo spettatore: da che parte stai rispetto alla vita? L’accogli e la proteggi, con il rischio di non comprenderla fino in fondo o la distruggi per una conoscenza che è delirio e onnipotenza?


