Piccola Patria

ITALIA - 2013
4/5
Piccola Patria
Luisa e Renata vivono in un piccolo paese di provincia. La vivace, disinibita e trasgressiva Luisa ha una relazione con Bilal, un ragazzo albanese; Renata è oscura e bisognosa d'amore, ma anche arrabbiata e in cerca di vendetta. Entrambe sognano di andare via da quella piccola comunità in cui sono cresciute tra feste di paese e raduni indipendentisti; fuggire da quella realtà fatta di famiglie sfinite e nuove generazioni di migranti che mal si sopportano. Le loro scelte scateneranno una tragedia che rischierà di portare alla rovina le vite di tutti...
  • Altri titoli:
    Small Homeland
  • Durata: 111'
  • Colore: C
  • Genere: DOCUFICTION
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Produzione: GIANPAOLO SMIRAGLIA E LUIGI PEPE PER ARSENALI MEDICEI, JUMP CUT
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE - CINECITTÀ (2014)
  • Data uscita 10 Aprile 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Il Nord Est agricolo e operaio, il Veneto indipendentista e xenofobo, dell’integrazione e della disintegrazione, del lavoro e della crisi, piccola patria che potrebbe essere ovunque, in Italia, in Europa, nel mondo. E’ qui che durante una calda estate, due ragazze – Luisa e Renata – diventano protagoniste di una storia di ricatti, e amori traditi. Entrambe vorrebbero abbandonare questa piccola patria, in mezzo a loro c’è Bilal, fidanzato albanese della prima, inconsapevole “strumento” di una vendetta che non farà prigionieri.
DopoLeonardo Di Costanzo, che proprio lo scorso anno a Venezia si aggiudicò il premio Luigi De Laurentiis per la migliore opera prima con L’intervallo, anche Alessandro Rossetto porta in Orizzonti il suo primo lungometraggio di finzione dopo anni di attività documentaristica: esperienza – insieme agli studi di antropologia – che contribuisce in maniera determinante a caratterizzare un grande esordio, essenziale e rigoroso, seppur basato su una sceneggiatura scarna (meno di 70 pagine, firmate dal regista con Caterina Serra e Maurizio Braucci) e affrontato – come ricordato dallo stesso Rossetto – con un “approccio fisico, partendo da una sceneggiatura pronta ad essere distrutta, con la volontà di creare un vortice estivo che legasse improvvisazione e osservazione, ricerca e creazione dei personaggi”. Dove il reale e la finzione si mescolano, aggiungiamo noi, dove l’apertura al mondo e l’iperattività di Luisa (l’attrice e cantante Maria Roveran, anche autrice e interprete di due brani della colonna sonora del film) si scontrano con la rassegnazione e l’inerzia degli adulti (non a caso il padre della ragazza sembra immobile anche quando cammina), creando un conflitto che non è più, non solo, quello tra autoctoni e stranieri, ma tra più mondi.
Conflitto che potrebbe esplodere in ogni istante, ovunque, in qualsiasi piccola patria del pianeta. E che nel racconto di Rossetto, al quale va riconosciuta anche una superba direzione degli attori (Roberta Da Soller e Vladimir Doda i due coprotagonisti), è scandito anche da una notevole colonna sonora, a cura di Paolo Segat, Alessandro Cellai e la già citata Roveran, impreziosita da due opere tradizionali (“L’Aqua ze morta” e “Joska la rossa”) recuperate e rinnovate dal compositore e maestro vicentino Bepi De Marzi, usando il dialetto veneto per i testi.

NOTE

- REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MIBAC-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA, CON IL SOSTEGNO DI BLS-FILM SÜDTIROL ALTO ADIGE, TRENTINO FILM COMMISSION, VENETO FILM COMMISSION, FRIULI VENEZIA GIULIA FILM COMMISSION E SVILUPPATO CON IL SUPPORTO DEL PROGRAMMA MEDIA DELL'UNIONE EUROPEA.

- IN CONCORSO ALLA 70. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2013) NELLA SEZIONE 'ORIZZONTI'.

- ALESSANDRO ROSSETTO E CATERINA SERRA SONO STATI CANDIDATI AL NASTRO D'ARGENTO 2014 PER IL MIGLIOR SOGGETTO.

CRITICA

"(...) la «piccola patria» del Nordest cova risentimenti e rabbie, incuba umori e sogni (o paure) che rischiano di trasformarsi in detonatori. E i suoi abitanti sembrano aver perso ogni senso del limite, incapaci di capire dove e quando fermarsi prima che la tragedia diventi irreparabile. Per questo la forma cinematografica del noir sembra per una volta davvero l'unica capace di raccontare la tensione e il rischio che si annidano nel quotidiano. Per una volta liberato da ogni zavorra letteraria o dai giochini risaputi di chi affida alla memoria cinematografica la voglia di raccontare situazioni a rischio (magari con qualcuno convinto di potere imitare Bogart o Mitchum), il percorso di ricatti, rabbie e vendette che Rossetto ha creato insieme a Caterina Serra e Maurizio Braucci funziona alla perfezione per restituire allo spettatore la tensione che una situazione socialmente esplosiva rovescia addosso ai suoi abitanti. E senza bisogno del delitto, dell'indagine poliziesca o della figura rassicurante dell'investigatore privato: il noir di 'Piccola patria' è il nero assoluto di chi ha perso ogni speranza o remora morale, di chi rumina dentro di sé la propria insoddisfazione fino a farla esplodere, di chi pensa che solo i soldi, i schèi, possano essere risolutivi. E proprio dai soldi prende l'avvio il film, soldi ottenuti facendo commercio del proprio corpo ma in modi contorti, ricattatori, in parte accondiscendendo in parte ribellandosi (...). Tutto questo Rossetto lo racconta con un occhio fortemente partecipe, che sfrutta i propri precedenti documentaristici per restituire allo spettatore un tessuto dove notazioni sociali e ritratti antropologici si fondono per trovare uno nell'altro la propria spiegazione e giustificazione. L'ambiente contraddittorio e deturpato dove alberghi ultramoderni sono circondati da abitazioni rurali, capannoni dismessi e cascine semiabbandonate; le ovvietà e le banalità dei discorsi in libertà, tra amici o a folcloristici raduni politici (...); il chiuso delle case dove il quotidiano nasconde tensioni o ambiguità (...); tutto questo aiuta a delineare l'atmosfera in cui le due ragazze pensano di costruire il loro ricatto ma anche a capire come le persone coinvolte (...) possono diventare all'improvviso incontrollabili e pericolosi. Anche se a un certo momento l'affetto per l'incolpevole Bilal spingerà Luisa a ripensare al suo piano (scatenando la rabbia e la vendetta dell'amica che si sente tradita), il film non vuole assolvere nessuno. L'immoralità degli uomini, convinti di poter usare i soldi per permettersi tutto fa il paio con l'amoralità delle ragazze, disposte a usare i loro corpi e la loro sessualità senza nessuna remora. E alla fine il film non ha compassione nemmeno per la madre di Luisa, una specie di «madonna dolorosa», schiacciata tra la rabbia del marito, l'indifferenza della figlia e il peso di un quotidiano stentato e senza speranza, che Lucia Mascino rende con misura e partecipazione commovente. Così come non ha una sbavatura tutto il cast, illuminato dalla prova delle due protagoniste entrambe esordienti. Certo, a volte il film sembra cercare un po' troppo l'effetto «arty», con i suoi commenti musicali in forma di cantata sacrale (che parlano di estati senza ombre, piazze senza pace e prati senza fiori) o con un montaggio che sembra compiaciuto della propria ellitticità, ma sono piccoli difetti che passano in secondo piano di fronte alla forza complessiva di questo viaggio antropologico dentro un mondo che sembra lontano ma che può prendere forma all'improvviso in ognuno di noi." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 7 aprile 2014)

"Chi, fino a poco tempo fa, lamentava l'assenza di temi reali dal cinema italiano, dovrà ricredersi: pur se le commedie scacciapensieri continuano a imperversare, ora i nostri film sono anche pieni di crisi, disoccupazione, disagio sociale. È spaventosa l'immagine che, al primo 'lungo', Alessandro Rossetto ci presenta di un paesino del Nordest, spesso visto con riprese aeree nella sua desolante piattezza, tutto strade e non-luoghi: un grande albergo, centri commerciali come cattedrali nel deserto. Però il paesaggio umano è anche peggiore: tra la messa domenicale (tutti fanno la comunione, nessuno pratica la carità) e comizi xenofobi, l'unica cosa che conta sono 'i schei', i soldi. (...) Usando la tecnica dell''improvising fiction', per lasciare spazio all'improvvisazione, Rossetto realizza un film credibile e (consapevolmente) ansiogeno, che non fa sconti a nessuno." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 10 aprile 2014)

"Francamente (la politica non c'entra niente) comincia a diventare imbarazzante l'odio che i cineasti italiani esprimono con martellante continuità contro il Nordest. Sicuramente gravata come altre regioni (meglio non scendere nel dettaglio) da brutture e malesseri, questa importante comunità del nostro paese non può diventare una sorta di vomitorio di tutte le rabbie represse degli indignati con la cinepresa: il fenomeno, in effetti, finisce per penalizzare i film le cui buone intenzioni narrative e le cui buone dotazioni stilistiche sono soverchiate dall'ansia d'infilarle dentro il calderone del suddetto inferno opulento, razzista, xenofobo e secessionista. Con 'Piccola patria' il cinquantunenne ex documentarista Rossetto approda al film di finzione avendo tra le mani una bella storia, densa d'intrecci paracriminali, psicologie deviate e morbose attrazioni di sesso: padrone del mezzo, tanto da indulgere persino a qualche effetto estetizzante e qualche acrobazia di montaggio da cineclub, imposta i fatti e dirige gli attori efficacemente fin quando la rabbia di cui sopra non lo spinge a 'spiegare' tutto con una ferrea chiave deterministica che sarebbe parsa eccessiva a Zola e i fratelli Goncourt. (...) Restano da lodare sia i grigi e scorticati excursus paesaggistici, sia la prova degli attori, tra cui spicca la magnifica erinni Roveran di professione cantante. Peccato che dalle atmosfere avvincenti e, comunque, non meno spietate di un Simenon ci si ritrovi alla fine ristretti nei lacci del solito pamphlet moralistico sulla «mercificazione dei corpi»." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 10 aprile 2014)

"Attraverso i falsi movimenti di due giovani donne in cerca di una via di fuga, emerge il quadro di una società votata al dio denaro che contrabbanda per buoni valori morali che nessuno sente più; sfoga le insicurezze nell'aggressività e nella xenofobia; nasconde vizi segreti e sbandiera pubbliche virtù, mentre il tessuto familiare si sfalda e i capannoni industriali diventano vuote cattedrali nel deserto. E' tutto in un pullulare di dialetti e idiomi - dall'albanese degli emigrati al cinese, lingua del futuro - e con i figli che non si riconoscono nei padri. Di esperienza documentarista, Rossetto esordisce nella fiction intrecciando frammenti di storie in una chiave fenomelogica/antropologico a lui congeniale: ogni tanto il film si fa troppo ondivago e ricercato, ma più spesso a prevalere è lo sguardo forte, incisivo di un cineasta che sa il fatto suo." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 10 aprile 2014)

"Sostiene Mario Martone che ogni grande film contiene, idealmente, un documentario. 'Piccola patria' è l'esasperazione teorica e, al tempo stesso, il rovesciamento di questa intuizione: l'approccio documentaristico partorisce un film in cui la finzione è quasi occulta, emerge solo dalla consapevolezza che gli attori stanno recitando... ma dopo aver compiuto una full-immersion nei luoghi che il film mostra senza veli scenografici né ideologici. Alessandro Rossetto è un bravo cineasta del reale che ha firmato documentari anche controversi, come 'Feltrinelli', indagine sul colosso della distribuzione editoriale boicottato... dalla librerie Feltrinelli! La 'piccola patria' è la terra da cui lui stesso proviene, il Veneto profondo. Senza collocarsi (Rossetto è di Padova, ma qui potremmo essere ovunque nell'entroterra veneziano) il film ci catapulta in un tessuto sociale che non è più campagnolo ma non è ancora urbano, fatto di motel, centri commerciali, campi sopravvissuti all'edilizia, catapecchie dove vivono gli stranieri e piazze anonime dove tengono comizi i leghisti. (...) Sconvolge ma non sorprende la mancanza di morale in ogni personaggio: 'Piccola patria' è un film che non perdona. Le digressioni documentarie sembrano qua e là rallentare la trama, ma è vero il contrario: senza il mondo che Rossetto vuole farci conoscere, la trama non c'è." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 10 aprile 2014)

"Lasciamo da parte per ora quello che Alessandro Rossetto, un po' scherzosamente, chiama il 'fattore D'. Ovvero il documentario con cui si è allenato all'immagine «totale» - è uno dei pochi registi italiani che sta anche in macchina - riuscendo a scavare tra le crepe sottili dei malesseri evidenti nel nostro paese. Senza enfasi, anzi quasi sotto-tono, per mettere al centro le sfumature più che le cesure violente, il rito quotidiano più che i grandi eventi, quelle cose ordinarie ma indispensabili per non arrivare stupefatti di fronte alle grandi esplosioni. (...) 'Piccola patria' (...) ci porta di nuovo lì, in un nordest dai confini incerti e dai malumori strumentalmente fissi in cui si agitano i furori separatisti del Veneto insinuanti e diffusi più di quanto non dica l'attualità di questi giorni. Siamo in una zona di confine dove campagna e città cozzano senza entrare l'una nell'altra. Un hotel con piscina, un maneggio, capannoni, casali agricoli lasciati in abbandono, le strade diritte che tagliano l'orizzonte senza fuga. Qui vivono due ragazze, Luisa e Renata a cui danno vita Maria Roveran e Roberta Da Soller. E apriamo una parentesi: sono bravissime, Maria Roveran è anche musicista, è lei che ha composto e che interpreta alcune delle canzoni del film, rivisitando anche i cori di ispirazione popolare. Recitano in dialetto, coi personaggi fanno vivere un corpo a corpo pieno di suspense e di verità. Lo stesso vale per gli altri attori, da Lucia Mascino nel ruolo di mamma molto o troppo poco «imperfetta», a Vladimir Doda e Diego Ribon, che Rossetto accompagna in un movimento d'improvvisazione sempre controllata. Così come la sua regia che cerca di far affiorare un sentimento scostante, e un approccio fisico alle zone d'ombra, spiazzando e la sceneggiatura (scritta dal regista insieme a Caterina Serra e Maurizio Braucci). O meglio contro l'idea che uccide molto cinema italiano secondo cui il film deve esserne più o meno l'illustrazione. (...) Meschinità gelosie, silenzi, chiacchiere e pettegolezzi cattivi, il gusto amaro di una rabbia sorda, crescono fino a diventare incontenibili. La «realtà», certo, e le sue epifanie improvvise come il comizio di Gianluca Busato, teorico del movimento indipendentista veneto. O la festa country di vino e malinconia. E soprattutto i luoghi, protagonisti in sé come se nell'aria ferma di caldo e umidità quegli umori cattivi vi si condensassero prima che nel cuore. E però questa analisi approfondita del malessere nordestino è molto lontana dalle modalità della cronaca, anzi ne è l'opposto. Forse c'entra quel 'fattore D' di cui si diceva, almeno come lo ha interpretato nella sua ricerca il regista, ponendosi rispettoso sulla soglia per affidare il racconto alle immagini e non a un paradigma dimostrativo. Qui siamo in un diverso piano della narrazione, ma Rossetto come il nostro cinema migliore certe distinzioni (documentario/ finzione ecc) le ha già abbandonate (e va dato merito alla produzione sveglia e indipendente di Gianpaolo Smiraglia e Luigi Pepe). Sa dove dirigere lo sguardo, e sa che la sorpresa deve essere reciproca, deve coinvolgere cioè lo spettatore quanto il regista o l'attore. È su queste traiettorie mai giudicanti, disegnate negli stacchi dal montaggio sensibile di Jacopo Quadri, che si avventura, in una sequenza narrativa frammentaria, quasi come un thriller, punteggiata con tocco lieve di interni e esterni, vita domestica, sesso, desideri, bugie; di immaginario - non si può non pensare a 'Signori e Signore' di Germi - di paradossi che non diventano «genere», commedia o quant'altro. La provincia, questa 'Piccola patria' e la sua universalità che non è solo sorrisi compiaciuti sul sagrato domenicale della chiesa. Dentro Rossetto vi estrae obliquamente un magma ambiguità, perdita di Storia, crisi economica, spasmodica ricerca di un colpevole in cui si specchia il nostro tempo, inventando un suo grande cinema." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 11 aprile 2014)

"Duro, crudele, ideologicamente schierato dramma del deb Alessandro Rossetto, che mostra una provincia veneta, meschina, xenofoba, attaccata solo ai: 'schèi'. Protagoniste due camerierine di un hotel del veronese, decise a ricattare un laido sessuomane, per poi potersene fuggire da quella vita grigia. Meglio gli albanesi dei locali, fa capire l'autore, che perfidamente impone i sottotitoli a entrambi. P.S. Possibile che in un quattro stelle ci siano stipendi da 250 euro?" (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 17 aprile 2014)
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