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Virna Lisi in Sapore di mare
Serve ribadire l’ovvio, cioè che Virna Lisi era bellissima? Sì, perché la sua era una bellezza tacitamente insostenibile, un meraviglioso scandalo fondato su un gioco di equilibri possibile solo a una come lei, capace di essere sensuale senza fare apparentemente nulla e rassicurante nel suo rivendicare una normalità quotidiana.
Diciamo qualcosa in più: Virna Lisi – nata l’8 novembre del 1936, avrebbe compiuto 90 anni – è stata una battitrice libera, una lupa solitaria, l’attrice più autonoma del nostro cinema. Non era affar suo essere la musa di qualcuno, avere un produttore che la proteggesse fino a incatenarla, essere la versione più facile di se stessa. All’origine, forse, la vocazione al ridimensionamento tipico dell’identità provinciale (nacque ad Ancona, il nome fu scelto dal padre perché all’anagrafe gli respinsero Siria, nazione all’epoca non alleata dell’Italia) ma anche la tendenza all’adattamento dovuta al precoce trapianto a Roma, città di cui poi divenne una sorta di icona borghese, un’elegante e affabile signora dei Parioli allergica ai vizi e agli snobismi.
A farla attrice ci pensa Giacomo Rondinella, divo della canzone napoletana nel dopoguerra, che nemmeno adolescente la volle negli strappalacrime (i titoli dicono tutto: ...e Napoli canta!, Desiderio ‘e sole, Piccola santa, Ripudiata...).


Virna Lisi
(Webphoto)La prima svolta la deve a un regista del tutto lontano dal suo mondo, Citto Maselli, che nella sua immagine immacolata vede la possibilità perturbante di un’antieroina moderna (La donna del giorno, storia di un’indossatrice che millanta uno stupro per fare carriera). Se il successo vero le arriva in televisione, grazie al Carosello di un dentifricio con slogan tormentone (“con quella bocca può dire ciò che vuole”) e ai romanzi sceneggiati perfetti per la sua bellezza classica e poco italiana (Orgoglio e pregiudizio, I Masnadieri, Una tragedia americana), il cinema ci mette un po’ a capire cosa fare di lei.
Piace agli stranieri che la scelgono non solo per doveri di coproduzione, da Joseph Losey con Eva al cappa e spada Il tulipano nero, fino alla conquista dell’America con la commedia sofisticata Come uccidere vostra moglie con Jack Lemmon. Gli studios la vorrebbero come novella Marilyn, lei non ci pensa minimamente a fare la bionda decorativa e magari un po’ scema: altri due film, poi rifiuta Barbarella, rescinde il contratto con la Paramount, paga la penale e se ne torna in Italia. Fa bene: Pietro Germi la valorizza come cassiera romantica nel memorabile Signore & signori, ruolo chiave non fosse altro per la parrucca scura che ce la restituiscono meno diva e più versatile.
All’internazionalità non ci rinuncia, anche grazie alle coproduzioni, concedendosi a lacrima-movie con divi in disarmo (L’albero di Natale con William Holden), grosse produzioni un po’ sguaiate (Il segreto di Santa Vittoria, Barbablù), spy story di lusso (Il serpente). Ma è l’Italia a offrirle il meglio, da Tenderly di Franco Brusati, commedia all’americana tra trip sessantottini e buffi languori, a Roma bene di Carlo Lizzani, sorta di Grande bellezza ante litteram in cui è una nobildonna romana che anticipa il cafonal dei giorni nostri.


Pietro Germi, Gastone Moschin e Virna Lisi sul set di Signore & signori
(Cineteca di Bologna)Soprattutto, alle soglie dei quarant’anni (all’epoca età dannata per le attrici, ci torneremo), capisce qualcosa di cruciale prima di tante colleghe: per ottenere ruoli di rilievo e risultare sempre credibile, deve sfidare le aspettative, sacrificare la bellezza, trasformarsi. Arriva così l’incredibile interpretazione della sorella incestuosa e antisemita di Nietzsche in Al di là del bene e del male, personaggio impegnativo che mantiene sotto le righe lasciando emergere le tinte oscure d’una recitazione per certi versi inattesa (vinse il Nastro d’Argento e la Grolla d’Oro).
È l’inizio di una nuova, spiazzante carriera, riaperta da due madri: e quella di Ernesto nel film di Salvatore Samperi e quella mancata nel dimenticato Bugie bianche. E poi è la spettacolare Wilma Malinverni, cantante decaduta e decadente in La cicala, melodrammone di Alberto Lattuada (primo David di Donatello e seconda Grolla). È Adriana, la signora Robinson de’ noartri, seduttrice involontaria e poetessa discutibile, del più bel film dei fratelli Vanzina, Sapore di mare (bis di David e Nastro). È la struggente madre di Ettore Majorana nel bellissimo I ragazzi di via Panisperna di Gianni Amelio. Ed è l’anziana moglie che deve forzatamente separarsi dal marito nel delicato e spietato epilogo di Luigi Comencini, Buon Natale… buon anno (terzo Nastro). E, intelligente come poche, ricomincia a presidiare la televisione, prestandosi a produzioni sempre più importanti e affidate a professionisti cinematografici, come il family drama …e la vita continua di Dino Risi, il kolossal Cristoforo Colombo di Lattuada, Se un giorno busserai alla mia porta sulla tossicodipendenza.
La consacrazione mondiale arriva a 57 anni, nel maggio 1994, con La regina Margot di Patrice Chéreau: con il tremendo ruolo di Caterina de’ Medici, vedova nera e quintessenza della crudeltà che Sophia Loren, Monica Vitti e Giulietta Masina si rifiutarono di interpretare, le fa vincere il premio come miglior attrice a Cannes (più il César e il quarto Nastro). Qui Virna Lisi offre il meglio di sé e la sintesi del suo percorso: immola la bellezza sull’altare dell’arte recitativa e del trucco protesico, ci scuote facendo emerge l’inquietudine tra le rughe d’un volto elegantissimo, imprime una sottile follia che affiora nei mezzi toni e negli acuti della sua voce roca e caldissima.


Virna Lisi in La regina Margot
(Webphoto)La televisione le dà altra popolarità, imponendosi come una delle pochissime attrici della sua generazione attorno alla quale costruire progetti di successo e storie pensate per donne di quell’età. Due personaggi iconici: la contessa Miranda Spadoni, dama della carità nel serial cult Il bello delle donne, e l’infernale sorella Alberti del dittico Le ali della vita. Al cinema chiude la carriera con tre matriarche per Cristina Comencini: straziante e col complesso di colpa in Va’ dove ti porta il cuore (quinto Nastro e Globo d’Oro) autorevole e nostalgica in Il più bel giorno della mia vita (sesto Nastro), sbrigativa e custode della memoria del marito in Latin lover, suo bellissimo passo d’addio.
Tutti personaggi che fanno capire quanto Virna Lisi sia stata una figura fuori dall’ordinario: d’accordo, una diva indomabile che ha incarnato la bellezza ideale, ma nessuna come lei sapeva dire con la stessa leggerissima, elegante, noncurante sprezzatura una parola come “fregnacce” (sia in Sapore di mare, quando contesta chi dice che quarant’anni è una bella età, nel finale, bellissimo, di Amarsi un po’, che si chiude con il suo sorriso malizioso).



