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Gino Paoli
È morto Gino Paoli. Aveva 91 anni.
Non c’è stato, in Italia, cantautore più maudit e longevo di Gino Paoli, morto oggi a 91 anni dopo una vita che dire intensa è poco. “Cantautore piccolino confrontato a Paoli Gino” cantava Sergio Cammariere, un erede per tutti a testimoniare l’eredità, il lascito, la lezione di un uomo che come pochi ha definito il suono di un’epoca. L’epoca in cui il tempo era dei giorni che passano pigri, dei sassi consumati dal mare come le parole d’amore, degli innamorati che sono sempre soli sulla strada o sulla luna. Gino Paoli, nato il 23 settembre 1931 a Monfalcone (il padre vi lavorava), era il sopravvissuto di una generazione, la nostra lost generation: quella della cosiddetta scuola genovese, che aveva rotto con la tradizione italiana dopo aver scoperto Jacques Brel e Léo Ferré, capito che il realismo era la chiave d’accesso per afferrare il reale e provare a comprenderlo, tradotto in musica tutto quel repertorio novecentesco in cui l’esistenzialismo si confrontava con l’anarchia come atteggiamento verso il mondo.
Con il suo lessico quotidiano capace di elevarsi a verbo lirico, Paoli era il Camillo Sbarbaro della musica, prosaico e misurato così come Luigi Tenco, l’amico con cui a un certo punto qualcosa si è rotto perché la vita va così, fu il Cesare Pavese della scuola genovese, con la mitologia americana e l’angoscia del mestiere di vivere. Un momento irripetibile della nostra storia culturale, che Paoli ha vissuto al massimo e senza tregua né rinunce, tra ricerca poetica e successo popolare, con evidenti contraccolpi nella sfera privata in bilico tra tragedia e gossip. Paoli, si sa, è stato protagonista di storie d’amore che hanno segnato il nostro immaginario, da quella con la collega Ornella Vanoni (coetanea e sodale per sempre: nata esattamente un giorno dopo di lui, ci ha lasciato quasi quattro mesi fa) a quella con l’allora giovanissima Stefania Sandrelli.
La vita di Paoli, soprattutto in quegli anni Sessanta, è stata spettacolare e rocambolesca, tra dipendenze (alcolici in primis) e proiettili conficcati nel cuore dopo un tentativo di suicidio, crisi professionali e delusioni affettive. Un personaggio pazzesco che meriterebbe davvero un film, tra le luci sfavillanti delle trasmissioni televisive e le ombre dei club più oscuri e magari. Non a caso il cinema si è accorto subito delle sue canzoni, complice la collaborazione con Ennio Morricone che di Paoli fu arrangiatore: voce di una generazione che coltivava il malessere sotto il sole mentre aspettava che dalla finestra giungesse la luce di un altro giorno. La voce di Paoli è così conficcata nel sentimento italiano che può attraversare tanto La voglia matta di Luciano Salce (1962) e le sue malinconie sul tempo che passa (si sente Sassi) quanto “la dolcezza del vivere” Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci (1964) in cui riecheggiano Vivere ancora e Ricordati (“Ricorda come sei inciampata perché / Tu non sai camminare sui tacchi”).
Per non parlare di Sapore di sale, capolavoro evergreen che non solo ha suggerito un titolo, Sapore di mare di Carlo Vanzina (1983), che è il manifesto della nostalgia per un tempo e un mondo. Paoli la scrisse per Sandrelli, ispirato da un amore verso una ragazza che incarnava l’incoscienza della malizia e l’innocenza spudorata, conferendo così a Sapore di sale una consistenza leggendaria: non solo è il suono di una stagione, della commedia balneare in cui si sa già che l’estate finisce all’improvviso, ma anche la fotografia di una storia d’amore da tutti ritenuta scandalosa (il divario anagrafico, la relazione extraconiugale, la figlia fuori dal matrimonio) e però indimenticabile per quel “gusto un po’ amaro di cose perdute”. Talmente memorabile che il sequel di quel film, Sapore di mare 2 di Bruno Gaburro (1984), si chiude proprio con Paoli che esegue la canzone mentre Eleonora Giorgi e Massimo Ciavarro si allontanano verso il crepuscolo.
Il repertorio di Paoli è una miniera per il cinema. Prendiamo Il cielo in una stanza, forse la più bella canzone italiana del dopoguerra: nella versione di Mina puntella La ragazza con la valigia di Valerio Zurlini (1961) e Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese (1990), eseguita dall’autore è al centro dell’esegesi del professor Nanni Moretti in Bianca (1984), e ci fermiamo qui per evitare una lista infinita. E che dire di Senza fine? Billy Wilder la inserisce in Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? (1972), Paolo Virzì in La pazza gioia (2016), Isabel Coixet in La mia vita senza me (2003), Richard Loncraine in Firewall – Accesso negato con Harrison Ford (2006), in Il volo della fenice di Robert Aldrich (1965) è cantata da Connie Francis, con la voce di Vanoni è nel solito Sapore di mare (1983) e nel doc in gloria di Ornella firmato Elisa Fuksas (2022). E Che cosa c’è? Citiamo almeno Svegliati e uccidi, che Carlo Lizzani diresse basandosi sulle avventure di Luciano Lutring (1966).
Ma il colpo di coda è Una lunga storia d’amore, ormai un classico, ma pensato e realizzato per accompagnare Una donna allo specchio di Paolo Quaregna (1984), una commedia erotica che Stefania Sandrelli interpretò sull’onda de La chiave. Testimonianza di un amore finito e però sempre vivo (due anni dopo Paoli compose le musiche di La sposa americana, diretta da Giovanni Soldati, compagno dell’attrice, con la canzone Da lontano), che si riverbera nelle parole di una canzone che ha fatto piangere chiunque. “Ora è già tardi, ma è presto se tu te ne vai”: e, sì, queste parole valgono anche per chi le ha scritte. Che ci ha lasciato una canzone per non mandarci soli, per coprirci quando avremo freddo, da indossare sopra il cuore, per sognare quando avremo sonno, per cantarla a chi ameremo dopo. In un mondo in cui sono tutti iconici, Gino Paoli è stato icona per davvero.

