C’è qualcosa di inafferrabile in Danimarca. Un volto impossibile da dimenticare che resiste a qualsiasi classificazione. Mads Mikkelsen non è né bello né brutto ma non è questo il punto. Quella faccia dalla geometria improbabile sembra esistere per definire la parola “espressivo”. In mancanza di meglio lo fissiamo nell’immaginario con aggettivi che non vogliono dire niente: “magnetico”, “affascinante”, “tenebroso”. A guardarlo bene quel suo volto è un garbuglio mitologico, è un centauro con la bocca di un pesce e gli zigomi di un gatto. Un omaggio al cubismo, anche, per quel suo taglio poligonale, che può coltivare la crudeltà interiore o emergere magnificamente il male, attirare o ripugnare. Non sorprende che i registi proiettino su di lui qualsiasi cosa. A turno buono, brutto o cattivo, questo attore esplorativo - nazista nell’ultimo Indiana Jones, mafioso in Casino Royale, accusato di pedofilia in Il sospetto, cannibale in Hannibal e ancora spacciatore, educatore, pastore, compositore, libertino - è il capitano Ludvig Kahlen nel nuovo film di Nikolaj Arcel (La Terra Promessa). Nella Danimarca del XVIII secolo, il suo personaggio affamato di giustizia si congeda dall’esercito e ottiene dal re il permesso di costruire una casa nella brughiera dello Jutland. Di estrazione umile e con una misera pensione militare, Kahlen è ostinato a coltivare con successo la Kingsland, terra arida, terra promessa, e vedersi accordato il diritto di stabilirci una colonia che gli permetta di acquisire un titolo nobiliare. Ma un vicino blasonato, il conte Frederik de Schinkel si mette di traverso, la regione gli appartiene di diritto e farà di tutto per distruggerlo.

Mikkelsen, imperiale e implacabile, cede a Simon Bennebjerg il ruolo di grand villain, che detesteremo a lungo, e infila la divisa di un cavaliere impavido davanti alle infamie del suo ‘nobile’ nemico. L’asso nella manica senza appretto è la patata, raccolta nelle campagne militari in Germania e all’epoca sconosciuta in Danimarca. Attore minerale, permeabile a tutte le forme di erosione e di deformazione, si confronta con la questione della natura, selvaggia, battuta dal vento e onnipresente. La durezza e la dismisura dell’eroe si riflettono nei paesaggi che non riducono di scala la sua centralità. Non c’è misura scenica che possa sopraffare l’attore mai minuscolo, fragile o smarrito. Lo scarto tra la vastità della brughiera e la sua silhouette è compensato dall’ossessione smisurata del suo personaggio. A muoverlo sono le circostanze drammatiche della sua nascita, è il figlio di una domestica e del signore del castello che abusava della sua servitù. Mads Mikkelsen è il ‘bastardo’ del titolo originale (Bastarden), che ha per principio guida un tubero e un obiettivo chimerico, una volontà che monta nella Danimarca di Federico V e che l’attore infila con la redingote per convincere la corte che la brughiera è coltivabile. È il primo grado, il grado del possibile, il secondo scava con la vanga l’ignoto, l’imprevisto è in agguato. Mikkelsen prepara il corpo all’imminente apparizione di qualcosa che ha a che fare con l’oscuro mistero della natura umana. Nessuno meglio di lui poteva incarnare l’ambivalenza di una promessa: la conquista o il naufragio.

Se le tribolazioni di Ludvig Kahlen trascendono il confronto impari col rivale e ogni sotto-trama del film, romantica, tragica o melodrammatica, lo si deve a un interprete che non si accontenta di comporre coi cliché dei grandi classici (vendetta, amore folle…) ma punta il metafisico. Il vanesio Frederik de Schinkel, a priori più potente, abbandona la sua condizione umana per farsi forza malvagia, balena bianca, demone che incarna tutto quello che affligge Ludvig. A rischio di compromettere la sicurezza di ogni persona che abbia mai amato, una donna, due donne e una bambina, il capitano insegue un valore superiore, un desiderio così smisurato che lo diremmo pazzo. Diventa a suo turno un monolite d’odio, irrimediabilmente risucchiato dal desiderio di morte: la morte che vuole infliggere al conte e a se stesso. La conquista impossibile si inscrive in un soliloquio shakespeariano e in un volto che sembra provenire da un’altra epoca. Nello sguardo ambrato di Mikkelsen, sotto le ciglia bianche e dietro il sorriso carnivoro resiste come una dramma antico quell’essere o non essere (danese). L’uomo di fronte alla natura, a Dio, a se stesso, agli uomini.


Vichingo dalla forza tranquilla, che piange sangue (Casino Royale) o testa una teoria sull’alcool (Un altro giro), l’attore ha piedi per terra e un’aura imperturbabile. Opaco o trasparente, preda o predatore, Voltaire e Casanova (Royal Affair), è venuto dal freddo e non vola più in alto di dove le sue ali lo possano sollevare. È pragmatico, concreto e non crede troppo nel metodo, recitare per lui non ha niente di astratto. Prendere o perdere peso, imparare a montare a cavallo o a tirare di scherma, confida solo nell’esercizio. Forse perché ‘prima del cinema’ è stato un’atleta. Ginnasta nell’infanzia, si dirige verso la danza che pratica otto anni e più tardi ripesca per ballare sull’orlo del coma etilico (Un altro giro). Più ancora della sua dimensione estetica, si rende conto che è la drammaturgia della danza a motivarlo e si iscrive a un corso di recitazione. A ventotto anni si converte al teatro e al cinema e tre anni dopo è assoldato da Nicolas Winding Refn (Pusher – L’inizio), che gli offre il tipo di ruolo, feroce e brutale, che crediamo siamo nato per interpretare con quella bocca sproporzionata ma in armonia col suo sguardo e quella la mascella da predatore, ragione per la quale eredita il ruolo di Hannibal Lecter, il medico antropofago creato da Thomas Harris. Se in termini di talento Mads Mikkelsen e Anthony Hopkins si equivalgono, l’avvenenza del primo moltiplica il disagio che può suscitare il ruolo. Intrappolato come la sua preda, lo spettatore non può che soccombere al suo fascino. Votato allo schermo, delle vecchie vite conserva un’anatomia scolpita e un approccio fisico ai suoi personaggi, di cui cerca sempre il ritmo e il peso. Un tipo come Kahlen è ramingo e radicato, pronto a saltare da cavallo e a mettere radici, a gravarsi e a trasfigurarsi a colpi d’amore. È un personaggio che unisce i due registri dell’attore, era già accaduto con Michael Kohlhaas, storia di un uomo che passa da pacifico mercante di cavalli a temibile guerriero. Da agnello a grande lupo cattivo.

Difficile trovare le parole per dire quel suo fisico atipico che misura le sue performance e disegna la sua filmografia. Un’atipicità che i registi, quelli americani e ‘protezionisti’, tollerano a patto che faccia il cattivo. Mikkelsen sta al gioco ma detta le regole e cerca di realizzare qualcosa di ‘radicale’, di schivare soprattutto la caricatura. Il ruolo di Le Chiffre, nemico giurato di James Bond, gli apre nel 2006 le porte degli Stati Uniti, quello del dottor Lecter per la serie NBC ‘morde’ il freno e fa il resto. Oggi è entrato nella ristretta cerchia degli europei selezionati dalla fabbrica dei sogni per incarnare i bad guy. Vincent Cassel in Francia, Javier Bardem in Spagna, Mads Mikkelsen in Danimarca combattono sullo stesso campo di battaglia, aggiungendo un tocco di esotico all’anemico cinema americano. L’antidoto a Hollywood è il cinema d’autore europeo, su cui Mads soffia costantemente il caldo e il freddo. Come tutti i grandi attori è più animale che umano (Valhalla Rising), un performer elusivo che prova un piacere sottile a imbruttirsi, a marchiarsi il volto o a incarnate sadici assoluti, che interpreta con una facilità sconcertante e senza mai ripetersi.

183 centimetri per un mélange di potenza, grazia e (sovente) cicatrici. In ventotto anni ha costruito una carriera attoriale completa e variegata, passando per la Marvel e Star Wars, restando ancorato al suo Paese e al bel cinema europeo, fedeltà che gli vale la Palma per l’interpretazione a Cannes nel 2012 (Il sospetto). Hollywood non lo ha reso meno intransigente, meno fedele. Basato in questa o quell’altra città per girare film, video clip o serie TV, torna sempre a Copenaghen, dove ritrova il gusto del cinema ‘rimanendo leggermente ebbro’, e alla brughiera danese che nutre il suo ultimo eroe, impetuoso e ragionevole, storico e intimo, politico e sentimentale, nobile e contadino, il tipo di personaggio di cui le donne si innamorano perdutamente e che intere nazioni potrebbero seguire a occhi chiusi. Un eroe nordico ambizioso e pronto a tutto per opporsi all’ineluttabilità delle sue origini. E su un suolo ingrato finirà per coltivare la sua umanità. Una volta di più Mads Mikkelsen prova che Le Chiffre ha molte ‘lettere’ al suo arco, anche quando sembra fare apparentemente poco sullo schermo. Imperturbabile di fronte all’intensità dei sentimenti che scatena, per comprenderlo e comprendere il suo ‘gioco’ bisogna guardare il suo Grindelwald (Animali fantastici – I segreti di Silente), estensione del personaggio creato da Johnny Depp. Alla vanità intellettuale del mago oscuro di Depp, Mikkelsen aggiunge l’empatia, dopotutto anni prima il giovane Silente aveva visto qualcosa di nobile in lui.