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TOM CRUISE as Rockwell and RIZ AHMED as Ganesh in Warner Bros. Pictures and Legendary Pictures’ “DIGGER,” a Warner Bros. Pictures © 2026 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved.
La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Magari non tutte le volte, ma quasi sempre di fronte ad ogni scena processuale di un qualunque film o serie USA in cui si pronuncia la fatidica frase prima della deposizione, già sappiamo che quella verità, tutta la verità, nient’altro che la verità sarà nella migliore delle ipotesi una gustosa utopia.
Nella vita “reale”, però, c’è stato un tempo, non troppo lontano eppure forse ormai sbiadito nella nostra memoria collettiva, in cui l’immagine documentale o la cronaca di un evento erano considerate, se non la prova inconfutabile di un fatto, quantomeno il suo testimone più attendibile. Oggi quel patto con la realtà è stato semplicemente stracciato.
Ogni cosa che accade nel mondo (con buona probabilità l’11/9 ha dato il via a questo inesorabile processo) – dalla brutalità indicibile e sistemica del genocidio a Gaza al recente, quasi surreale tentativo di dirottamento del volo Flydubai – smette di essere un semplice “fatto” nell’esatto istante in cui si verifica.
Entra immediatamente in un tritacarne mediatico, in un processo osmotico e letale di appropriazione indebita da parte delle masse digitali. La verità dietro ogni avvenimento non è mai netta, definita, lapidaria: subisce il processo corrosivo delle opinioni continue, delle contro-analisi social, del complottismo prêt-à-porter. Ogni fotogramma rubato, ogni video amatoriale, ogni ripresa di sorveglianza, qualunque “racconto” dell'evento viene spolpato, dissezionato e inevitabilmente destinato a polarizzare l’attenzione globale, dividendo l'audience in tifoserie cieche.
Ma si tratta di un’attenzione nevrotica e, al contempo, disperatamente effimera. Dura giusto lo spazio di uno scroll, il movimento meccanico e assuefatto del pollice sul vetro dello smartphone, il tempo strettamente necessario affinché l'algoritmo impari i nostri pregiudizi e ci proponga nuove, più accattivanti “narrazioni”. La post-verità, in questo ecosistema, non coincide semplicemente con la menzogna orchestrata. È qualcosa di molto più subdolo: è l'annegamento volontario della verità in un mare di versioni alternative, dove il reale e l'artificiale possiedono il medesimo peso specifico, la stessa dignità di posizionamento nella nostra bulimica dieta visiva quotidiana. Il dramma si consuma non solo nella negazione o nella censura dell'informazione, ma nella sua vertiginosa saturazione. In questo scivolamento progressivo del reale, qual è il ruolo dello sguardo? Cosa può fare il cinema?
Curiosamente, o forse per una fisiologica necessità di anticorpi culturali, proprio in questi giorni la sala cinematografica si trasforma in una cassa di risonanza perfetta per interrogare questa contemporaneità sdrucciolevole. Le uscite recenti compongono, in un dialogo a distanza quasi involontario, un mosaico inquietante sul nostro rapporto compromesso con la percezione della realtà.
Partiamo dal territorio della finzione. Con Digger, Alejandro González Iñárritu non si limita a inquadrare il disastro, ma orchestra la messinscena chirurgica di una catastrofe ambientale già avvenuta. Il regista messicano, da sempre affascinato dai cortocircuiti della percezione umana, imbastisce un ragionamento volutamente sopra le righe su come pilotare narrativamente l'evento. La catastrofe ecologica in Digger non è il nucleo del dramma, bensì il pretesto: il vero mostro è la sua gestione, la sua manipolazione linguistica e visiva. Iñárritu ci sbatte in faccia un teorema ineluttabile e modernissimo: chi controlla il racconto del trauma, controlla la percezione del trauma stesso, anestetizzando la colpa e ridisegnando a piacimento i contorni del carnefice e della vittima.


Dakota Johnson in Verity
Sul versante opposto di questa riflessione metanarrativa, e con esiti decisamente meno felici, si colloca Verity di Michael Showalter. Un thriller letterario dalle venature erotiche (?) che nutre l'ambizione di esplorare il confine opaco tra verità e finzione, calandosi nell'abisso che si annida tra le pagine dei bestseller e l'esistenza frammentata di chi li concepisce. Ma il film fallisce rovinosamente proprio laddove vorrebbe incidere. Invece di problematizzare il concetto di verità, ne fa strame, riducendo la complessità della dissimulazione a un mero espediente di genere. Showalter crea un giocattolo narrativo malriuscito, che scambia l'ambiguità per pigrizia di scrittura. È il sintomo di un'incapacità cronica di certa industria di trattare la post-verità senza trasformarla in un colpo di scena da due soldi, disinnescando la portata esistenziale e politica della menzogna per farne intrattenimento di grana grossa.
C’è poi La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini, che dal romanzo-inchiesta omonimo di Nicola Lagioia preferisce “estrapolare” quello che lo stesso scrittore considera il capitolo mancante, ovvero “il prima” di Luca Varani, la quotidianità di un ragazzo poi finito agli onori delle cronache in quanto vittima di un delitto atroce, efferato, “senza senso”. Anche lì, a suo tempo, ai media e all’opinione pubblica bastò inquadrarlo in quella “scena” per stabilire “realmente" chi fosse, o chi era stato. Il film prova invece a restituire la sagoma di un giovane essere umano, senza santificarlo certo, lasciando praticamente in fuoricampo l’orrore di un’eventualità tanto tragica quanto casuale.
Per dovere di cronaca va menzionata anche l’ultima fatica di Fausto Brizzi, Quasi vera, “riflessione” in commedia sull’intelligenza artificiale, che già nel titolo (o forse solo in quello) ci aiuta per la riflessione che stiamo portando avanti. Anche perché, in fondo, non siamo ormai abituati a ritenere reale ogni profilo o reel che ci compare nel feed?


Emanuele Maria Di Stefano in La città dei vivi
(Paolo Ciriello)E salutando i lidi della “finzione”, arriviamo dove l'immagine si fa vera e propria testimonianza e reperto autoptico del nostro tempo, il cinema documentario. NAZA e The Bibi Files sono due opere che si aggrappano ferocemente a una documentazione reale, tangibile, squarciando il velo della retorica istituzionale e portando alla luce i sistemi operativi del potere, della guerra e della corruzione.
In NAZA, Yuval Abraham e Rachel Szor compiono un'operazione di svelamento che ha il sapore dell'urgenza assoluta: mostrano – per voce dei funzionari israeliani – i meccanismi e i sistemi alla base dell'uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza, un'operazione drammaticamente programmata dai vertici d'Israele. Il film rifiuta la logica dell'infotainment, respinge la finta parità delle “opinioni” ed espone il fatto nudo.
La reazione? Esattamente quella che ci si aspetta in un'epoca in cui mostrare i fatti equivale a un atto di sovversione. Il governo israeliano non ha semplicemente stroncato l'opera, ha invocato la revoca della cittadinanza per i due registi, muovendo loro la più grave e arcaica delle accuse: tradimento dello Stato. Oltretutto, in seguito al clamore globale e al dibattito scaturito dal film, l'esercito israeliano ha varcato i confini della propria naturale giurisdizione diffondendo un documento lungo dieci pagine, dai toni minacciosi e apodittici, in cui si accusano i due autori di aver diffuso “notizie false e infamanti”. L'istituzione militare che produce un dossier per smontare un'opera audiovisiva: è la prova regina di quanto il cinema, quando rinuncia al compromesso, faccia ancora sanguinare il Potere. Quando l'immagine smentisce in modo inoppugnabile la narrazione ufficiale, quest'ultima non ha altra arma che schiacciarla sotto il peso dell'etichetta di fake news.


NAZA
Accanto a questo documento, The Bibi Files adotta un impianto formale più “tradizionale”, ma gli esiti sono altrettanto dirompenti. Il film sviscera l'indagine per corruzione che ha portato all'incriminazione di Benjamin Netanyahu, appoggiandosi a materiali di un'eccezionalità rara. E anche qui, la reazione del sistema è paradigmatica: il documentario è stato ufficialmente vietato in Israele ricorrendo alla più ipocrita delle scappatoie occidentali: "motivi di privacy". I legali del primo ministro accusano i realizzatori di aver pubblicato i filmati degli interrogatori senza il permesso del tribunale. La tutela della privacy dell'uomo di potere si fa scudo inespugnabile per negare il diritto alla verità dei cittadini, trasformando il diritto formale in uno strumento di oscuramento sostanziale.
Tutto questo ci costringe a prendere atto di una mutazione del nostro vivere civile: la verità ha smesso di essere una conquista condivisa, un terreno comune su cui edificare il discorso sociale. Si è trasformata in una trincea.


The Bibi Files
(Mescalito Film)Ogni volta che un frammento di reale prova a riemergere dal rumore di fondo, da quel vortice dell'eterno scroll che ci ammansisce, c'è un apparato pronto a disinnescarlo, a riscriverlo o, peggio, a svuotarlo di senso attraverso una sovrabbondanza di distrazioni. In questo ecosistema, il cinema si trova a un bivio estetico e morale: può accettare di essere complice del rumore bianco, oppure può farsi dispositivo di resistenza attiva.
La battaglia per il diritto alla verità non si esaurisce più nei tribunali, ma si combatte nell'arena digitale, negli archivi violati e, ostinatamente, nel buio di una sala cinematografica. Lì dove, almeno per due ore, siamo obbligati a tenere le mani ferme, a smettere di “scrollare” e a guardare la complessità e l'orrore del mondo dritto negli occhi, riappropriandoci di quell'attenzione che ci viene sottratta, giorno dopo giorno.
