Warner Bros. si era fatta un’idea particolare di Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu. Ha evitato i grandi festival di cinema e una comunicazione più chiara e lineare e ha scelto una strada simile, per alcune cose addirittura sovrapponibile, a quella che aveva già percorso per Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson. Ha creduto nel pubblico, nel suo passaparola, e alla fine è andata male. Molto male, anzi: dopo il primo weekend di programmazione, Digger ha incassato circa 20 milioni di dollari in tutto il mondo, 8 solo nel mercato nordamericano (fonte: Box Office Mojo). In Italia, ieri, è arrivato al quarto posto del botteghino, incassando poco più di 166 mila euro e arrivando a un totale di 532 mila (fonte: Cinetel).

È come se il pubblico non sapesse nemmeno della sua esistenza. Ed è assurdo. È assurdo perché ci troviamo davanti al nuovo film di Iñárritu, uno dei registi messicani più premiati di sempre. Ed è assurdo perché il protagonista di Digger è interpretato da Tom Cruise, il divo per eccellenza, l’uomo che, per citare Steven Spielberg, ha salvato Hollywood – per essere più precisi: “Hollywood’s ass” – con Top Gun: Maverick. Per carità: erano altri tempi, le sale erano in crisi profonda, le persone non volevano tornare al cinema dopo il COVID. Eppure Tom Cruise riuscì nell’impossibile. Vendere un sogno a chi, di sognare, non aveva più voglia. Per Digger si è speso completamente. Nel film dà tutto sé stesso, si trasforma, si piega. Diventa uno strumento nelle mani di Iñárritu. Fuori dal set, durante la promozione, ha incontrato chiunque: giornalisti, influencer, content creator.

Il ruolo di Tom Cruise e la campagna di Warner Bros.

Ha stretto mani, sorriso, chiacchierato. Si è prodigato in qualunque modo. Senza mai smettere di promuovere Digger e, parallelamente, il cinema. In questi mesi, Cruise ci ha abituati a una costanza incredibile nell’andare in sala a vedere i film degli altri, nel raccontarli, nel spingerli, nel dimostrarsi il primo spettatore: primus inter pares. Si è trasformato, se vogliamo, in una specie di simbolo. Ciò nonostante, le persone – il grosso del pubblico ma anche lo zoccolo duro di appassionati – non sono andate a vedere Digger. Perché? Al di là delle critiche ferocissime che hanno accolto il film di Iñárritu, va presa in considerazione anche la campagna che Warner Bros. ha costruito. Chi vede un trailer di Digger è convinto che sia un altro film, che racconti un’altra storia e che si fermi all’immediatezza di ciò che mostra. Chi è andato in sala e lo ha recuperato sa che non è così. Ma come si fa, ora, a dirlo anche agli altri, a chi di Digger – lo ripetiamo – non sa assolutamente niente?

Warner Bros. ha chiesto di evitare spoiler, di non dire niente. E questa decisione, in qualche modo, si è trasformata in una lama a doppio taglio. Digger doveva essere il nuovo Una battaglia dopo l’altra. Dopotutto anche qui c’è il grande regista-autore, Iñárritu. E anche qui c’è la grande star, Cruise. E poi riflette sulla stretta attualità, sul nostro mondo, su quello che sta succedendo. Eppure quasi niente di tutto questo è arrivato agli spettatori. La critica, specialmente in Nord America, lo ha stroncato. Zero stelle, titoli roboanti, ragionamenti che puntano ad abbattere, più che a decostruire, questo colosso cinematografico: più grossi sono, più rumore fanno quando cadono. Su Rotten Tomatoes, Digger ha raccolto solo il 51% dei consensi della stampa. Si è creato come un divario enorme. Chi, nell’idea di Warner Bros., doveva spingere Digger ha finito per frenarlo, per trattenerlo e, molto spesso, per stroncarlo.

Una bestia indomabile: il passaparola

La comunicazione del film ha provato ad adeguarsi, a cavalcare questa distanza, a usare proprio le recensioni negative per convincere il pubblico ad andare in sala: Digger è divisivo, vai al cinema, fatti una tua idea. I risultati ci dicono che questo approccio, per ora, non sta funzionando (qualcosa, però, si muove: sempre su Rotten Tomatoes il film ha il 71% dei consensi degli spettatori). Da ieri pomeriggio, da quando sono arrivate le prime proiezioni del box office nordamericano, si rincorrono titoli che parlano di uno dei più grandi flop della storia del cinema. Digger è costato tra i 160 e i 180 milioni di dollari; alcuni parlano di meno, di 125 milioni. Solo per il marketing, sono stati investiti circa 100 milioni. Con 20 milioni di dollari incassati nel primo weekend, in tutto il mondo, sembra essere destinato a perdere almeno 150 milioni di dollari.

C’è anche un’altra riflessione da fare, parallela a questa. Per l’ennesima volta abbiamo avuto la dimostrazione che l’Italia, presa come mercato, è la periferia dell’Impero. Se una campagna va male negli Stati Uniti, andrà male anche qui. Mandare giornalisti e influencer alla première londinese del film non è bastato per convincere il pubblico italiano a riempire le sale. L’attenzione generale, in questi giorni, è completamente presa da Naza e i risultati del box office lo dimostrano (proprio ieri, il film di Yuval Abraham e Rachel Szor ha superato i 3 milioni di euro di incasso totale). Con Digger, le persone non sanno che film stanno andando a vedere; una volta in sala, dopo i primi minuti, scoprono un’altra trama e il colpo di scena più importante.

Il passaparola non è un meccanismo perfetto o prevedibile. Dipende da diversi fattori. Dipende dal marketing, dalla comunicazione, dalla risposta della critica, dalla connessione che, prima dell’uscita in sala di un film, si riesce a creare con il pubblico. E, soprattutto, da quello che viene detto dopo. Guillermo del Toro e Alfonso Cuarón stanno provando a difendere con le unghie e con i denti Digger.

Sicuramente perché sono amici di Iñárritu, ma anche perché credono, e credono davvero, nel film: il primo lo ha recensito con entusiasmo; il secondo, invece, ha fatto altri esempi celebri di opere inizialmente stroncate dalla critica e poi, nel tempo, rivalutate come classici.

Forse è ancora presto per dire che cosa penseremo di Digger tra venti, trent’anni. Restano i dati: 8 milioni di dollari al box office nordamericano, per un blockbuster, suonano come una condanna e non come una promessa di redenzione.