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Emanuele Maria Di Stefano e Valerio Mastandrea sul set de La città dei vivi - Foto Lucia Iuorio
Più che ricostruire il delitto di Luca Varani, La città dei vivi prova a restituire Luca Varani alla vita. Senza farne un santino né un esercizio retorico: Luca Varani con i suoi sentimenti e le sue contraddizioni, i suoi fremiti e le sue ansie, il suo lessico famigliare e le sue zone d’ombra. Luca Varani, che il 4 marzo 2016 fu torturato per ore e infine ucciso da Manuel Foffo e Marco Prato dopo un festino a base di droga e alcool durato tre giorni, non è solo la sua morte. Se è vero che abbiamo scoperto della sua esistenza solo quando era già finita, è altrettanto vero che quel ragazzo di ventitré anni è esistito prima di quel tragico momento. La frase di lancio parla di “storia inspiegabilmente vera” ma, nei fatti, La città dei vivi confuta l’assunto: se insensata è la violenza subita dal povero Varani, vittima di un omicidio che definire efferato è riduttivo, è purtroppo spiegabile la parabola che l’ha portato alla morte.
All’origine del film diretto da Edoardo Gabbriellini, in concorso nella sezione Orizzonti a Venezia 83, c’è l’omonimo libro di Nicola Lagioia, uno di quei testi per i quali si può serenamente gridare al capolavoro, opera magnifica e magmatica che intreccia memoria e inchiesta, saggistica e narrativa, grande letteratura e cronaca nera, che, nell’inserire la vicenda all’interno del suo contesto sociale e culturale, ha il coraggio di interrogare uno spettro dell’autore (cosa mi ha impedito di diventare un carnefice come Prato e Foffo?).


Emanuele Maria Di Stefano in La città dei vivi
(Paolo Ciriello)Materiale infiammabile, così come a suo tempo lo fu l’adattamento di un’altra grande opera nera della nostra narrativa contemporanea, quel La scuola cattolica di Edoardo Albinati diventato film per la regia di Stefano Mordini, che non a caso scontentò molti per il suo essere un compendio se non un bignami. Ed è curioso che i due film condividano il protagonista, il bravo Emanuele Maria Di Stefano, lì nella versione adolescenziale dell’autore e qui nel ruolo di Luca. Ma, lo sappiamo, tradurre è sempre tradire, è l’adattamento non può accontentarsi d’essere illustrativo o didascalico, quasi fosse un’operazione a uso e consumo di chi già ha letto il libro o conosce la storia, né accomodarsi in un’operazione nel solco della moda true crime o in una morbosa rievocazione del fattaccio.
Sin dalla prima scena, La città dei vivi mette al centro Luca, scelto tra tre bambini dai genitori adottivi. Tra genitori e figlio non c’è un legame di sangue ma un rapporto elettivo, una chimica che trascende la biologia e si riverbera nel profondo affetto che il ragazzo riversa sulla mamma e sul papà. Gabbriellini aderisce allo sguardo di Luca, ne coglie il desiderio di non deludere le persone care (lo fa nascondendo le sue mancanze, in primis alla fidanzata Marta Gaia, la cui iniziale ha tatuato sul braccio: sorprendente Gaia Merlonghi) e il bisogno di svoltare (è sempre in cerca di soldi) ovvero emanciparsi dalla periferia (sogna la casa in centro), i tentativi di fare ordine (la ricerca del lavoro, le rassicurazioni al padre venditore ambulante interpretato da un asciutto, limpido, umanissimo Valerio Mastandrea che modula la voce come se fosse sul punto di rompersi) e le tentazioni al disordine (non si fa troppe domande quando ha l’occasione di raccattare soldi facili).


Emanuele Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi in La città dei vivi
(Paolo Ciriello)Nell’inquadrare la vita – che resta: a suo modo è anche un conto alla rovescia – di Luca, Gabbriellini sfuma tutto quel contesto che Lagioia argomentava nel suo testo, concentrandosi in particolare sul racconto di de-formazione del protagonista. Accenna all’idea che Luca possa avere una sorta di confusione sessuale (il pedinamento del ragazzo a cui vuole rubare una collana, l’incontro con il marchettaro a Termini) ma sa che le sue scelte hanno una logica più spiccia (sono ricchi e generosi, non mettono in discussione la sua virilità); evidenzia quanto non sappia gestire le dipendenze (le macchinette in cui butta i soldi ricevuti dagli uomini che lo trattano come merce) ma non esplora i suoi vuoti; rappresenta il cellulare come una finestra sul mondo, panorama immobiliare (la lista impossibile delle case da acquistare) e sfogatoio sessuale (i siti porno sempre aperti), corrispondenza amorosa (i messaggi scritti anche in maniera strategica) e centralino segreto (le chat indicibili).
Pur inquadrando una periferia, La Storta, che gli stessi romani percepiscono fuori dalla città, al film di Gabbriellini manca quel degrado capitolino che era fondamentale nel libro di Lagioia. L’irruzione nel film delle figure di Prato e dei suoi amici festaioli, un po’ macchiettistiche nel loro essere perverse e minacciose, è sintomatica: la distanza tra i due mondi è data sì dall’abissale differenza di soldi e droga ma – e qui si spiega l’inspiegabile, appunto – non c’è un vero approfondimento di quel che accade nella testa di Luca. E la questione si risolve, in modo piuttosto didascalico, nel contrasto tra l’ingenuità di Luca e la corruzione dei Prato e Foffo, con l’inizio della tortura che sembra bastare a Gabbriellini per determinare la caduta nell’abisso della vittima.


Emanuele Maria Di Stefano e Valerio Mastandrea in La città dei vivi
(Lucia Iuorio)La morte è una serie di immagini dalla casa degli orrori, un cadavere da riconoscere sperando in un risveglio impossibile, una foto che campeggia nel carro funebre. Ma La città dei vivi rincorre la vita, riallacciandosi soprattutto alla parte finale del libro, con mamma (Simona Senzacqua) e papà Varani e che fanno i conti con quello che manca prendendosi cura di quel che resta; e Marta Gaia che non ce la fa più a non parlare di chi non c’è più, consapevole che l’unico modo per darsi pace è dargli pace. Quella pace impossibile che Luca accarezza e respinge nell’ultimo incontro, quando su un autobus diretto a Tiburtina ritrova una compagna di classe. A suo modo, un film spiazzante, che cerca il riverbero della luce prima della fine. Resta una domanda: perché chi ha scritto la sceneggiatura ha ritirato la firma, lasciando questo film un po’ orfano?



