“Se stai scappando da una casa in fiamme non chiedi chi ha acceso il tostapane”.

Alejandro González Iñárritu non ha mai temuto il peso dell'ambizione, né l'esondazione del proprio ego autoriale. Con Digger il cineasta messicano sterza verso lidi in cui l'ipertrofia formale cede il passo al grottesco, alla satira politica più sfacciata, al disincanto terminale.

A dieci anni dalle nevi letali di Revenant e quattro anni dopo l'incompreso Bardo, Iñárritu torna dietro la macchina da presa per orchestrare una danza macabra sulla fine del mondo, declinando il disastro imminente non tanto con la gravità del dramma umano, ma con la cinica ferocia della farsa.

Digger - Photo by Seoju Park © 2026 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved.
Digger - Photo by Seoju Park © 2026 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved.

Digger - Photo by Seoju Park © 2026 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved.

Digger sfugge ostinatamente alle catalogazioni: è una distopia ecologica (retroattiva, scopriremo presto) che rifiuta il pietismo, una commedia apocalittica che flirta con il Dottor Stranamore di Kubrick, aggiornato però all'era dell'ipercapitalismo fossile e dell'inettitudine istituzionale.

Al centro di questa iperbole narrativa e visiva – esaltata dalle lenti in VistaVision di Emmanuel Lubezki e da un incredibile lavoro sul sonoro – torreggia la figura mastodontica e repulsiva di Digger Rockwell, magnate del petrolio tanto narcisista quanto artefice della propria (e nostra) estinzione.

Quando una catastrofe ambientale da lui causata innesca lo scioglimento di un gigantesco iceberg diretto verso il Nord Europa, è il goffo Presidente degli Stati Uniti (un monumentale e smagrito John Goodman) a chiedergli l'impossibile: salvare la Terra (o meglio, la narrazione relativa al disastro) dalla voragine che lui stesso ha scavato. In questo insanabile paradosso risiede l'anima nerissima del film: il carnefice chiamato a vestire i panni del redentore (fa sorridere pensare a chi, nella realtà dei nostri giorni, si autocandida da anni per il Nobel per la pace…), la superbia umana schiacciata da una “Madre Natura che ama i figli di puttana”, per citare la dichiarazione d'intenti dello stesso regista.

Alejandro González Iñárritu sul set di Digger - Photo by Seoju Park © 2026 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved.
Alejandro González Iñárritu sul set di Digger - Photo by Seoju Park © 2026 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved.

Alejandro González Iñárritu sul set di Digger - Photo by Seoju Park © 2026 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved.

Ma Digger – che offre ad Iñárritu la possibilità di giocare nuovamente col metatesto del "dietro le quinte" (proprio come in Birdman e in Bardo) – non sarebbe l'opera urticante e scenografica che è senza la presenza cannibalica di un clamoroso Tom Cruise. Dimenticate il sorriso smagliante, l'eroismo testosteronico e l'inossidabile fisicità di Ethan Hunt o Pete "Maverick" Mitchell.

Qui, Cruise compie un atto di decostruzione radicale del proprio storico divismo, offrendo la prova più stratificata e coraggiosa della sua carriera dai tempi del predicatore in Magnolia o dell’osceno Les Grossman in Tropic Thunder. Per interpretare Rockwell, l'attore si annulla e si reinventa: lavora in maniera maniacale sul corpo, sulla postura sgraziata e su un trucco che è estensione plastica di una corruzione interiore inarrestabile. La sua recitazione si fa grottescamente caricaturale eppure, in qualche lampo agghiacciante, profondamente umana. È l'incarnazione di un'arroganza occidentale giunta al capolinea, un antieroe che cerca di sedurre la realtà per piegarla a un volere d'improvviso impotente. Sarà la volta buona che vinca un Oscar (dopo quello alla carriera dello scorso anno)?

Accompagnato da un cast di ottimi comprimari (dalla solita Sandra Hüller all'incisivo Riz Ahmed, perfetti ingranaggi in questo circo dell'assurdo), Digger è un'opera volutamente sgradevole e a tratti sfiancante, altalenante e imperfetta ma innegabilmente potente e viscerale, con quel finale che ci ricorda che il post-apocalittico è già tra noi.

Lo specchio di una società – la nostra – condannata a scavarsi la fossa da sola, ostinatamente convinta fino all'ultimo di potersi comprare una via d'uscita. O un posto in platea per poter assistere, ancora una volta, alla ricostruzione/rappresentazione farsesca della propria fine: Digger than life...