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The Bibi Files
Dopo tre giorni di programmazione, NAZA dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, il documentario sulle uccisioni di massa a Gaza, si conferma al primo posto del botteghino nazionale con 695.665 euro (+11% rispetto a martedì) con un totale di 1.806.945 euro e 94.970 presenze. Un risultato clamoroso notato anche da Variety e che ha indotto I Wonder Pictures – che si occupa della distribuzione italiana – ad allungare la permanenza in sala del film (inizialmente annunciato come un’uscita evento dal 28 al 30 settembre).
Se il successo di NAZA è una conferma, a colpire è anche l’incasso di The Bibi Files della sudafricana Alexis Bloom, un documentario del 2024 sull’indagine per corruzione che portò all’incriminazione di Benjamin Netanyahu. Uscito ieri, The Bibi Files si è subito piazzato al secondo posto della top ten con 174.250 euro e 22.973 spettatori. A occuparsi della sua diffusione in Italia è Mescalito Film, una casa di distribuzione indipendente che si è fatta notare grazie a Food for Profit, il documentario di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi sugli allevamenti intensivi e l’industria della carne che sfiorò un incasso complessivo di mezzo milione.


NAZA
NAZA – uscito sull’onda della forte emozione suscitata all’ultima Mostra di Venezia, dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria – e The Bibi Files condividono l’ostilità di Netanyahu. Il primo, che raccoglie le confessioni dei coloro che progettarono e gestirono i sistemi alla base della deliberata uccisione di massa di civili palestinesi, ha scatenato la reazione negativa del governo israeliano che ha invocato la revoca della cittadinanza per i registi Abraham e Szor, accusati di tradimento dello Stato. Il secondo, che si avvale di materiali eccezionali e ha un impianto più “tradizionale”, è stato ufficialmente vietato in Israele per “motivi di privacy” (i legali del primo ministro accusano i realizzatori di aver pubblicato i filmati degli interrogatori senza il permesso del tribunale).
Entrambi, per semplificare, sono “i film che Netanyahu non vuole farci vedere”. E affrontano il genocidio di Gaza restituendoci “le voci di dentro”: da una parte, ci sono le ombre dei membri degli apparati militari coinvolti nelle operazioni a Gaza, le cui voci sono state alterate dall’intelligenza artificiale per renderle irriconoscibili; dall’altra, ci sono lo stesso Netanyahu e il suo entourage, familiare e politico, costretti a rispondere alle domande della polizia in un documentario che ci porta dietro le quinte del sistema di potere. Sono due spine nel fianco di Netanyahu, il più longevo dei leader israeliani, che a fine ottobre si presenta ancora una volta agli elettori cercando una nuova maggioranza.


No Other Land
I risultati di NAZA e The Bibi Files ci dicono quanto il pubblico italiano sia interessato a queste narrazioni alternative alle cronache mainstream, soprattutto per quanto riguarda l’orrore di Gaza. È qualcosa che abbiamo già visto ai tempi di No Other Land, il documentario da Oscar realizzato dal collettivo israelo-palestinese formato dagli stessi Abraham e Szor e da Basel Adra ed Hamdan Ballal. L’Italia è il paese europeo in cui No Other Land ha raccolto il maggior numero di spettatori, con un botteghino che ha registrato circa un milione di euro (dato ancora più interessante considerando che in tutto il mondo ha incassato 3,7 milioni di dollari). Pur non essendo un documentario, anche La voce di Hind Rajab entra in questo discorso per come mette al centro un elemento reale evidentemente sconvolgente: ricostruendo la tragica morte di una bambina palestinese di cinque anni, uccisa dall’esercito israeliano durante l’invasione di Gaza, Kaouther Ben Hania usa – con il consenso della famiglia – la vera voce della vittima. Un film che, nelle sue varie uscite da settembre a oggi, ha conquistato 1,6 milioni di euro.
In misura minore, anche con Giulio Regeni – Tutto il male del mondo di Simone Manetti, ricostruzione delle tappe del sequestro, delle torture e dell’uccisione del ricercatore italiano, che incassò poco meno di 400mila euro ma scatenò l’indignazione generale per non aver ricevuto finanziamenti pubblici. Documentari militanti, d’opposizione, magari anche del dissenso, che diventano eventi collettivi e trovano nella sala cinematografica uno spazio alternativo alla televisione nonché un antidoto alla disinformazione, capaci di intercettare un pubblico impegnato, attento e anagraficamente trasversale che cerca squarci di verità e vuole prendere una posizione. Quello stesso pubblico ormai del tutto disaffezionato al cinema di fiction, in particolare quello italiano, spesso inadeguato quando si confronta con una la complessità del reale.
