“Tecnicamente siamo tutti produttori indipendenti. Chi è più cattivo di me dice che i produttori si dividono tra quelli che hanno venduto la propria società e quelli che non sono riusciti a venderla. Io personalmente avrei fatto fatica a vendere Fandango, ma non ho nemmeno stracciato offerte miliardarie”. A parlare è Domenico Procacci, fondatore di Fandango e produttore che in oltre quarant’anni ha sostenuto autori e opere capaci di coniugare ricerca artistica, impegno civile e attenzione al pubblico, e che oggi, all’Hotel Excelsior, nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia, ha ricevuto il Premio Sancassani 2026.

Giunto alla sua seconda edizione e assegnato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in collaborazione con Progetto Lumière di Milano, il riconoscimento nasce in memoria di Antonio Sancassani, figura di riferimento dell’esercizio e della distribuzione indipendente.

“Ho apprezzato da lontano Sancassani – prosegue Procacci durante l’incontro condotto da Federico Pontiggia –. Ho guardato il cinema Mexico come un posto straordinario e, come produttore indipendente, prendo questo premio con grande piacere. Un produttore indipendente è quasi un ossimoro. È difficile poterlo fare in totale indipendenza: abbiamo sempre dei complici intorno a noi. Nel mio caso ho finanziato totalmente da solo Diaz”.

E il premiante Giacomo Poretti commenta: “È difficile anche nel teatro espletare questo concetto di indipendenza. Essere indipendenti significa credere nelle proprie idee e nei propri progetti, al di là di come poi vadano le cose. Tre anni prima del Covid abbiamo aperto una sala teatrale, questo per dire la nostra lungimiranza. Ma noi l’abbiamo aperta perché desideriamo parlare con il pubblico. L’arte serve per discutere e confrontarci e in questo momento ci aiuta a uscire da questa nebbia fissa. Sono scioccato da questa sbornia dell’IA: a me sembra una cagata mostruosa”.

All’incontro è intervenuto anche l’esercente e presidente della FICE Domenico Dinoia: “Sancassani era una figura straordinaria che, in una zona periferica di Milano, è riuscito a trasformare una sala in un punto di riferimento. È stato capace di attirare tutti quelli che andavano alla ricerca di film innovativi”.

E il presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, mons. Davide Milani, dice: “Il nostro sguardo sul cinema è lo stesso che aveva Sancassani e siamo contenti, come Fondazione Ente dello Spettacolo, di aver ricevuto questa grande eredità. Ce la metteremo tutta per portarla avanti nel migliore modo possibile. Vogliamo portare avanti la lezione di Sancassani”.

“Vorremmo proporre al pubblico qualcosa che non conosce – prosegue Procacci –. Purtroppo la logica è quella di proporre al pubblico quello che piace. Oggi è più difficile produrre le opere prime e seconde perché c’è meno sicurezza e un rischio maggiore. In questo momento c’è poca voglia di correre dei rischi. Ritengo infatti che la polemica sul documentario su Regeni, che non aveva ricevuto fondi, sia stata estremamente importante. In un momento in cui i fondi sono minori è importante capire come vengono gestiti. Anche perché tante opere prime, ora come ora, non sarei in grado di produrle”.

E sugli ottimi risultati al botteghino raggiunti negli ultimi mesi, ma non dal cinema italiano, commenta: “Il pubblico è sensibile al caso di film come Odissea. Il nostro cinema fa fatica, a parte casi eclatanti come Zalone. Il pubblico lo costruisci facendo buoni film. E si costruisce anche attraverso degli insuccessi. Penso al film d’esordio di Gabriele Muccino, Ecco fatto, che al botteghino andò malissimo”.

Infine conclude: “Sono rimasto stupito dal successo in sala di Qualunquemente. Ha avuto un successo clamoroso. Pensavo che sarebbe stato osteggiato anche da una parte politica e invece non è stato così. È stato bello essere rimasti sorpresi in quel modo”.