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Eklipse
Sulle Alpi svizzere è l’ultima estate del Millennio: il Duemila sta per arrivare. Tommy e Chris hanno dodici anni; davanti a loro, una di quelle vacanze fatte di trastulli interminabili che segneranno per sempre la vita. Alpeggiano dallo zio di Tommy, mungono le mucche, raccolgono il fieno, scorrazzano per le valli, giocano sulla riva dei torrenti, aspettando con ansia l’eclissi lunare. Intanto Tommy, però, si macera nell’attesa: dov’è papà? Perché non torna? Finalmente il segreto è svelato, per caso, dai montanari: ha contratto “la malattia dei froci”, è in ospedale a curarsi. Una rivelazione che tramonta di colpo la sua infanzia e gli fa scoprire la maldicenza, il pregiudizio e l’isolamento di tutti, persino del suo migliore amico.
L’austriaco classe 1986 Manuel Wetscher, apprezzato cortista, stecca alla sua opera prima con un romanzo di formazione troppo anemico, controllato, soppesato, formalista per emozionare e sprigionare a pieno il capitale emotivo che prometteva la sua sceneggiatura.
Cinema come terapia, almeno nelle intenzioni, come elaborazione e superamento del trauma: il regista apre l’album dei ricordi, torna all’estate del 1999 (l’11 agosto ci fu un’eclissi lunare totale) per affrontare la morte del padre avvenuta anni addietro a causa dell’AIDS e già raccontata in Richard, un libro autobiografico che metteva insieme l’archivio fotografico paterno.
Qui, invece, si vota alla fiction (che sconta comunque una rigida estetica documentaria), si accosta con garbo a due preadolescenti uniti da un legame inscalfibile, come dalla bruciante voglia di accedere al mondo degli adulti. Mondo torbido e affascinante, fatto di sesso, lavori sfiancanti (la mungitura nelle valli, la pulizia delle stalle, lo spandimento) e piccoli momenti d’estasi (il bagno tra i torrenti gelati e le birre al bancone del locale).
Eklipse vuole percorrere questa frattura, il solco incolmabile tra l’innocenza della fanciullezza e la disillusione cinica della vita adulta. Cerca di accorciare la distanza che separa creature giovanissime dalla comprensione del mondo, dalla lettura delle sue dinamiche malate, dalla padronanza dei meccanismi relazionali, dai segreti degli adulti. Tommy è messo di fronte a una rivelazione che non capisce; non vuole sapere cosa sia “la malattia dei froci”: semplicemente ne subisce le conseguenze, le introflette isolandosi e rifiutandole, aggredendo l’amico, lo zio, chiunque picconi il mito paterno.
La discriminazione, l’omofobia, la falsa tolleranza, gli squilibri di potere e l’invidia dentro le famiglie sarebbero, dunque, i fuochi tematici della sceneggiatura, ma sin dall’inizio la forma prende il sopravvento sul contenuto. Una regia algida stritola il calore emotivo, l’accesso all’interiorità del duo principale: sempre statica, con piani contemplativi (i torrenti che scorrono all’inizio, la strada che si snoda alla fine), soppesati, spesso laterali e misurati entro cui le creature filmiche faticano a esprimere la loro ricchezza interiore.
Wetscher cede alla tentazione imperdonabile di fare delle Alpi un placido, rivitalizzante scenario da cartolina, purtroppo funestato da abitanti ottusi e gretti. Un’estetica deformata dalla memoria personale, ma controproducente sul piano narrativo.
Sorvolando, per delicatezza, sulla metafora strutturale che segnala il titolo, anche il soggetto lascia abbastanza perplessi: in un'ora e mezza di film, l’unico avvenimento degno di nota è la rivelazione sul padre che piove addosso a Tommy dall’esterno. Sarebbe stato più interessante raccontare ciò che succede dopo: la convivenza, l’accettazione o la rimozione?
La risposta è convintamente affermativa. Obiezione: ci hanno mirificamente già pensato, mutatis mutandis, già Kooreda con L’innocenza e Lukas Dhont con Close. Più che un’obiezione, è l’eclisse, anzi la tombazione del film.



