PHOTO
Luca Marinelli e Alicia Vikander in The Echo Chamber
Il titolo, prima di tutto. Nella società dei mezzi di comunicazione di massa, con l’espressione “echo chamber” si intende quella situazione in cui le informazioni o le idee più o meno veritiere vengono amplificate dalla ripetizione all’interno di un sistema definito. In questa “cassa di risonanza”, non esiste più la verità dei fatti, giacché le visioni e le interpretazioni divergenti si indeboliscono fino a scomparire. Dall’universale al particolare, il concetto si adatta alla vicenda di – appunto – The Echo Chamber, che chiude il mondo in una stanza e riflette sulla stratificazione tematica di una “cassa di risonanza” esplorandone tutto lo spettro emotivo.
The Echo Chamber è, anzitutto, la casa in cui abita Leo, un produttore musicale di origini italiane che, devastato da un lancinante e oscuro dolore fisico, riceve le cure di Anne, un’infermiera che lui stesso definisce “un angelo” e alla quale si avvicina sempre di più. La loro storia d’amore, sfuggente e faticosa, si svolge interamente in questo appartamento elegante e raffinato, affacciato su un pezzo di mondo che è evidentemente uno scorcio romano (il porticato di Piazza Santi Apostoli) ma, al contempo, diventa quasi un set svincolato dalla sua collocazione geografica. Ed è proprio nella gestione di questi spazi, capsule del tempo dove osservare, contemplare, analizzare l’anatomia di un amore, che si riverbera lo straniamento dei personaggi, l’adesione a un registro che solo in apparenza sembra allontanarsi dal realismo per abitare il confine tra l’astratto e il concreto.


Luca Marinelli in The Echo Chamber
Ma un’altra echo chamber è anche quella a cui allude Ava, la cantautrice che Leo sta seguendo in occasione di una rentrée: è il “magazzino” di uno studio discografico in cui Ava, all’epoca giovane artista della scena rock, si ritrovò quasi per caso, sorpresa nell’ascoltare l’eco della propria voce e dunque di sé. Un aneddoto che amplifica il concetto su cui si edifica il film, estendendone il côté allegorico e mettendo in connessione Leo e Ava sul piano inclinato di un’affinità elettiva: la cognizione di un dolore che riecheggia dentro senza lasciare scampo e la paradossale necessità del dolore per sopravvivere. Siamo noi stessi, insomma, le nostre echo chamber?
Com’è noto, all’origine del quarto lungometraggio di Andrea Pallaoro, in Concorso a Venezia 83, c’è l’ultimo soggetto di Bernardo Bertolucci (scritto con Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini), di cui è facile rintracciare proiezioni autobiografiche (un uomo chiuso in casa per un problema di salute: il maestro fu costretto su una sedia a rotelle dal 2003 fino alla morte nel 2018) ma anche una certa continuità con ragioni e sentimenti di un’opera incardinata sul concetto di desiderio. In questo senso quella di Pallaoro è una scelta curiosa, forse perfino azzardata, dato che tra lui e Bertolucci non sembra sussistere una convergenza su quel fronte: se per l’autore di Hannah e Monica il desiderio interroga un problema esistenziale e un discorso sull’identità messa alla prova, per Bertolucci si tratta sempre di dare forma a un’ossessione, una destrutturazione politica che passa attraverso i corpi, una vertigine estetica.


Alicia Vikander in The Echo Chamber
Dove Pallaoro recupera la suggestione bertolucciana è nella rappresentazione dello spazio come misura dell’ossessione e teatro del desiderio, evocando i grandi film “claustrofobici” del regista (la scenografia è di Gaspare De Pascali), da Ultimo tango a Parigi e Io e te (chi esiste per chi?) a La luna (come muoversi nei pressi dell’osceno?) passando per Partner (i colori delle tele che dominano la sala) e L’assedio (prendere possesso di un luogo attraverso l’amministrazione dello sguardo). Ma in The Echo Chamber c’è l’eco di Bertolucci e la voce di Pallaoro, come se colui che ha raccolto il testimone di quel progetto mancato volesse evitare tanto il facsimile quanto il confronto, inserendo questo progetto altrui dentro un percorso personale in cui torna al tema caro dell’amore inscindibile dal dolore.
Film che parte con Leo che sniffa una polvere bianca e ascolta musica a un volume piuttosto alto, The Echo Chamber è esplicitamente un racconto sulle dipendenze, sulla vocazione all’autodistruzione e sulla molteplicità tematica del concetto di relazione tossica. Una storia che è – eccoci – una echo chamber, come emerge dal montaggio per buona parte non lineare di Paola Freddi che procede a colpi di ricordi e reiterazioni, riverberi ed accumuli. E che, in un gioco di specchi e riflessi, apre porte senza accompagnarci in un percorso che è mentale prima che materiale, l’evocazione di un giro di vite e l’ipotesi di seduta spiritica: si veda la fluidità con cui si plasmano uscite e accessi dalla casa, con lui che esce e lei che entra quando la relazione è in è panne ma i rispettivi desideri pulsano ancora dentro quelle stanze.


Luca Marinelli e Susan Sarandon in The Echo Chamber
Il film sembra rivelarsi nell’atto stesso del suo farsi, come se Pallaoro fosse interessato soprattutto a testimoniare l’interazione – e le reiterazioni – tra Luca Marinelli e Alicia Vikander, una specie di laboratorio in cui l’uno prende confidenza con il corpo dell’altra, cerca la misura di un impossibile stare insieme (le battute sulla vicinanza, fisica dunque intima), cade negli abissi di un rapporto che è puro cannibalismo. Tant’è che le parti in cui fa capolino una straordinaria Susan Sarandon (che ricorda un po’ Marianne Faithfull e un po’ Nico, con la voce cavernosa e incespicata di una sopravvissuta a tutto fuorché a se stessa) sembrano avere più il dovere di dare consistenza alla trama e a dare aria a un racconto altrimenti troppo claustrofobico.
Nella seconda parte, soprattutto in quella finale, il film ritrova una via più dritta nelle forme, aggiungendo finali su finali (ce ne sono almeno due, uno con lei in solitaria e un altro con loro due, che sono bellissimi ma depistano) che finiscono per spiazzare nel loro rincorrere il lieto fine per poi ribaltarlo, nel far esondare il melodramma in qualcosa di più perturbante. E la liquidità, visiva nonché narrativa, evapora, come se a un certo punto il film stesso si scopra disorientato quando il Grande Tema della Dipendenza prende il controllo come fanno i personaggi stessi all’interno della vicenda, approdando a un epilogo dirompente e osceno, un vero e proprio scarto che interroga il trauma del desiderio e la cognizione del dolore.



