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Pif con Stefano Stimamiglio, @Gaia Callegaro
"Premiamo non solamente un amico, ma soprattutto una persona capace, con la sua arte multiforme, di stare con il pubblico senza mai accarezzarlo e senza mai blandirlo, lasciando sempre dentro un graffio", dice mons. Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, introducendo quello che è ormai un appuntamento fisso all'interno della Mostra: il Premio Famiglia Cristiana a una personalità del cinema italiano. Siamo alla quarta edizione, e quest'anno tocca a Pif, perché, come ricorda Milani: "Da una trasmissione o da un film di Pif non si va mai via senza una riflessione, senza una domanda, senza mettersi in discussione. Uno finisce ridendo e poi dice: oddio, non ho capito niente".
La motivazione, letta dal direttore del settimanale don Stefano Stimamiglio, va nella stessa direzione: dalla mafia alla fede, Pif prosegue un percorso originale coniugando rigore nei contenuti e leggerezza nei toni. La formula di La mafia uccide solo d'estate , che ricostruiva decenni di Cosa Nostra con gli occhi candidi di Arturo, funziona anche in …Che Dio perdona tutti , dove tornano Arturo e la Sicilia. E dove, si legge nella motivazione, l'autore mostra che la fede non può essere solo di facciata ma va praticata anche quando risulta scomoda, e va sempre addolcita con l'amore per non trasformarsi in fanatismo.
Il vero titolo è Futti futti, Dio perdona a tutti", spiega Pif. "È un'espressione siciliana che secondo me è la sintesi perfetta di come noi in Sicilia, ma tendenzialmente tutti gli italiani, viviamo il cristianesimo. Vogliamo l'aspetto facile della religione: grande spazio per il perdono e molto meno per il pentimento. Il perdono è una cosa meravigliosa, ma credo che prima ci debba essere il pentimento". Inoltre, con un titolo così, le librerie religiose non avrebbero mai esposto il libro: "E allora abbiamo fatto in maniera democristiana: i tre puntini di sospensione". Meno male, aggiunge, perché quel libro è finito nelle mani di Papa Francesco. "Non credevo avesse il tempo di leggerlo, invece si è messo a leggerlo. E ho pensato: meno male che ho messo i tre puntini. Vai a spiegare a Papa Francesco cosa vuol dire quell'espressione".
Il paradosso del libro e del film è che è una storia di conversione scritta da un non credente. "Più che studiare i Vangeli mi sono guardato indietro", racconta. Le suore, poi i salesiani al liceo, poi la “crisi” verso i venticinque anni. "Mi sono chiesto: sono cristiano perché ci credo o per educazione? Sono del '72 e a Palermo la possibilità di diventare induista era pari a zero: eri cristiano e basta, senza farti troppe domande. Ho capito che ero cristiano per educazione, e sono passato al gruppo misto degli agnostici. Non ho avuto il coraggio dell'ateismo. Ma paradossalmente, da agnostico, Dio è molto più presente: gli faccio più domande di quando ero cristiano perché dovevo esserlo".
Da qui la questione che gli sta più a cuore, il dubbio. "Vengo da una generazione in cui il prete diceva una cosa e non la potevi contestare. È la cosa più sbagliata: la fede deve passare per il dubbio. A me sarebbe piaciuto poter dire al prete: questa cosa non la capisco, ho qualche dubbio". Ed è per questo, dice, che gli piaceva Francesco: "Disse una cosa che mi ha colpito tantissimo: quando vedo un bambino soffrire mi chiedo dov'è Dio. Certi ambienti cattolici lo hanno odiato proprio per questo, a me invece avvicinava. Persino Gesù ha avuto il dubbio, sulla croce". Non a caso, per scrivere il personaggio del Papa, la coppia di sceneggiatori ha studiato i discorsi di Francesco più che il Vangelo: "Far parlare un Papa era impegnativo, ero molto preoccupato di renderlo credibile. Nel film non dico mai che è Papa Francesco, però è evidente a chi è ispirato. Non volevo l'imitazione, volevo cogliere quelle sfumature lì".
C'è poi il problema del fanatismo, che nel film si affaccia quando il protagonista entra nella parte fino a diventare intransigente. Pif ci gira intorno partendo da un santo. "San Francesco è amato anche dai laici, ma passarci un weekend insieme doveva essere impossibile: era un estremista. Però sono quelli come lui che cambiano le cose. C'è sempre uno che va avanti, rompe le scatole a tutti, dà fastidio, e intanto dà la scossa". Mentre scriveva, provocava il produttore con una domanda volutamente semplificata: "È più cristiano uno che si limita a pregare o uno che fa?". E aggiunge la cosa che gli interessa davvero, cioè togliere i santi dall'altarino: "È lo stesso meccanismo per cui mettiamo sul piedistallo Falcone e Borsellino. Se dici che sono santi non diventa pericoloso, perché tanto tu non lo sei. Se invece li porti al tuo livello, capisci che quello che ha fatto San Francesco lo puoi fare anche tu. Ed è questo che ti mette in crisi".
L'immagine che secondo lui riassume il cristianesimo all'italiana, invece, è calcistica: Giovanni Trapattoni che durante un Italia-Corea benedice la panchina con l'acqua santa. "Che cosa sarebbe dovuto succedere? Che cosa poteva fare la Madonna davanti a quella roba? Quella è la cosa più italiana che ci sia: scambiare la fede per superstizione. La fede invece è un salto nel vuoto, è affidarsi. Io non ho questa fortuna. Chi ce l'ha, secondo me, è fortunato".
Il calcio, del resto, apre proprio il film, con la parata di Dino Zoff in Italia-Brasile. "Io non so se Dio esiste, ma so che esiste Dino Zoff: era il mio supereroe da bambino". Nel film c'è, ma non è esattamente lui: "Il corpo è di un signore che gli assomiglia, poi digitalmente, ovviamente con il permesso di Zoff, abbiamo ricostruito il viso". E siccome anche Pif giocava in porta, ricorda il motivo della sua vocazione: "Il portiere è un uomo solo. Se sbaglia il centrocampista, tra il centrocampo e la porta può ancora succedere qualcosa che lo faccia dimenticare. Il portiere no, se sbaglia è quello".
Sul set, la fede è entrata anche tramite la protagonista. "Il mondo dello spettacolo è pieno di belle ragazze, poi però devi comunicare qualcosa", dice della sua Flora, cui presta il volto Giusy Buscemi. "Il caso ha voluto che sia molto credente. Tu la chiami per un rave, per una festa, e lei è a messa. Si può essere piene di vita ed essere credenti". La cosa ha finito per lavorare dentro il film: "Ogni volta che facevo qualcosa di un po' più scorretto mi giravo e la vedevo che sembrava il semaforo rosso". Le scene un po' più spinte, in realtà molto misurate, per lei sono state una fatica enorme, tanto che sul set il capo di biancheria era diventato un personaggio, "il mutandone". "Ma capiva che ci stava, perché era importante che si incrociassero la passione per i dolci e la passione per Flora: dovevano stare insieme, e questo si doveva vedere".
Anche perché i dolci, nel film, non sono un dettaglio. "In Sicilia c'è sempre la leggenda che i dolci li facessero i conventi. Forse la ricotta è la prova che Dio esiste. O almeno un indizio". E infatti Arturo, per amore, abbandona il mondo che aveva costruito addosso a quella passione, dolci compresi.
All'estero il film viaggia con titoli improbabili. In Australia è diventato Holy Cannoli, che lo diverte parecchio: "Lo trovo geniale. Io non sono così radicale: se pensi che quel titolo porti gente, per me va bene. Sono rimasto televisivo, io voglio la gente. La soddisfazione più grande te la dà il pubblico. Le critiche sono bellissime, i premi sono bellissimi, ma facciamo questo lavoro per quello". In Spagna era già successo con In guerra per amore, diventato Amore alla siciliana, e in Polonia il titolo era il nome di un ristorante, Ciao Italia.
"Consiglio a tutti una settimana di agnosticismo - continua Pif - perché è sano mettere in discussione. Se metti in discussione e trovi una risposta, vai avanti. Se metti in discussione e non la trovi, hai fatto comunque bene". Vale anche per il film: "Sarebbe bello che stimolasse la ricerca di Dio. Poi se è il Dio che ci hanno insegnato i salesiani e la Chiesa cattolica, benissimo. Se lo si cerca e non lo si trova, va bene lo stesso, perché è una ricerca che continua. Io sono diventato agnostico, l'ho cercato, non l'ho trovato, ho detto sto bene così. E poi ho scritto un libro e ho fatto un film. Bisogna educare i nostri figli a cercare Dio, perché è come cercare il senso della vita".
Sulla preghiera, infine, cita la formula con cui Francesco congedava chiunque. "Diceva a tutti: prega per me. Era spiazzante, perché il Papa chiede la preghiera per sé. Io sono convinto che lì ci fosse una piccola rivoluzione: sta dicendo che la preghiera del Papa e la tua sono uguali". Esattamente come i santi tolti dall'altarino. "Siamo alla pari. Poi è chiaro che il prete ne sa più di me".



