È un film di superfici, The Color of the Sun. Superfici riflettenti, superfici opache, superfici scure. In cui si specchia, in cui si sbiadisce, in cui scompare Kamei, adolescente della prefettura di Okinawa, che fa parte dell’arcipelago delle isole Ryukyu, all’estremo sud del Giappone. È l’estate prima dell’inizio dell’ultimo anno di liceo, e sopra la sua testa in confusione si sente il fischiare degli aerei caccia statunitensi provenienti dalle basi militari che puntellano l’area, la cui massiccia presenza sul territorio è particolarmente osteggiata dalla popolazione locale.

Uno dei molti presagi – visivi, sonori – di un’alterità che confina a una spanna in questo bell’esordio (coproduzione anche italiana) di Xavier Tera, regista canadese trapiantato da anni nel paese nipponico. Che incastra il protagonista tra pareti dure, tra muri di cemento, lo stringe tra soglie architettoniche mentre lui si trascina come un blocco di granito in continuo struggimento nel tentativo di combattere la propria natura contraddittoria – che sta pure nel titolo: Kamei è daltonico e confonde il blu con il giallo.

Lo stallo è d’identità. Personale: che uomo sto diventando alle soglie di una vita adulta e senza un riferimento paterno, che forse è morto, forse mi ha abbandonato? Ma pure collettiva: che giapponese sono, nato e cresciuto di fianco al residuo di fatto coloniale di un’occupazione straniera (nel film riecheggiano i casi di violenza sessuale da parte dei militari americani che interessarono la regione tra fine anni Novanta e i primi Duemila)?

Tra le cose che colpiscono da subito di The Color of the Sun c’è senza dubbio la sua fortissima identità visiva. Frutto del lavoro di Tera con il direttore della fotografia Sayombhu Mukdeeprom, assiduo collaboratore di Apichatpong Weerasethakul e Luca Guadagnino, di cui quest’ultimo in particolare (negli ultimi dieci anni, da Chiamami col tuo nome, padre putativo di moltissimo cinema “identitario”) il regista Tera pare subire una certa ascendenza. Di certo sensoriale, con i corpi sudati, i corpi affaticati, i corpi anche sconfortati che abitano e inumidiscono il film, ma anche figurativa tra basi USA ed esistenze meticce, di cui già parlava We Are Who We Are, la serie tv teen dell’autore italiano.

The Color of the Sun
The Color of the Sun

The Color of the Sun

(Sayombhu Mukdeeprom)

Da qui il doppio movimento del film. Da una parte la sopraffina composizione estetica, un turbine attrattivo da cui è impossibile non rimanere ammaliati, che risucchia dentro, conduce all’interno. Dall’altra la tribolazione di Kamei (Naoto Shimajiri, che ha il physique du rôle con tutte le carte in regole per farne un divo di domani) spinge fuori, ostracizza quasi lo spettatore, ragazzo affannato com’è nel non capirsi, nel lasciare tutto a metà, nel castrare il suo desiderio – non accetta le ragazze, non accetta i ragazzi, non accetta l’eros, non accetta la vita, non accetta la morte.

La frizione tra il compositivo e il narrativo, tra il centripeto e il centrifugo, crea significato e sospende The Color of the Sun nel supplizio, ammantandolo non solo di una affascinante aura fantasmatica (c’è il misterico e l’atmosferico in queste immagini in pellicola, che sono vive, irrequiete, che si agitano con svolazzare di tende, teloni, con l’alzarsi del vento), ma dandogli la forma concettualmente perfetta di un continuo coito interrotto.

È la cifra con la quale entrare in accordo del film, che ci mette il suo per essere ostico, refrattario ad aprirsi, a tratti indigeribile. È una semina amara ma non una semina sterile, che sotto l’ipnosi della musica elettronica dei Verses GT (Philippe Aubin-Dionne, Jason Chung Won) scava nel solco magmatico di un’anima in cerca di definizione individuale e sociale. Di Tera sentiremo parlare. Nel concorso di Orizzonti a Venezia 83.