Roberta Torre pesca nelle piccole virtù di Natalia Ginzburg, un libro composto da undici testi che esprimono posizioni morali o descrivono un rapporto con un Paese, un’esperienza, un mestiere, una persona. Ginzburg parla di sé, dei suoi due mariti, delle scarpe usate, della sua insofferenza per l’Inghilterra, dell’educazione dei figli, del rapporto con gli altri, del lavoro di scrittura e delle cicatrici lasciate dalla guerra. E in fondo a quella guerra Torre accomoda Clara (Barbara Ronchi) e Vera (Mersila Sokoli), amiche in attesa in un salotto modesto e in un paio di scarpe rotte. Fuori la distruzione operata dal regime fascista e dalla guerra, dentro la felicità che solo le cose modeste procurano.

Pervaso da un senso di perdita, Scarpe rotte è un adattamento immaginifico, girato in studio per trascendere il reale (e il neorealismo) e raccontare meglio le “cose che pensano” e hanno della vita il sentimento. Perché è dentro quelle scarpe bucate, che resiste la traccia di un amore che fu e che la guerra ha spazzato via. Scarpe da ballo, scarpe da sposa, scarpe bagnate dalla pioggia e dalle lacrime, è tutto in quelle calzature sgualcite, dove depositano tutte le possibilità dell’esistenza.

Il film di Roberta Torre è formidabilmente vivo e affronta con grande originalità la concezione che Ginzburg aveva del ruolo di moglie, di quello di madre e di autrice. È Barbara Ronchi a incarnarle tutte e tre con la grazia di un altro tempo. Con Il Boemo aveva già dimostrato di abitare credibilmente un’epoca altra e una corte italiana come terreno di riflessione sui rapporti di classe e di genere. Ancora una volta la raffinatezza del suo personaggio deve convivere con la volgarità e la crudezza del mondo che la circonda e da cui la regia sospesa di Torre la solleva, fino a figurare la semplicità inimitabile di Ginzburg. Quel suo anticonformismo, le sue punte di umorismo, la sua capacità di dare senso all’impercettibile.

Scarpe rotte conquista progressivamente, con discrezione, scivolando gioioso su una carrellata di calzature bucate e sui loro titolari, in cui la regista coglie quella vena di infanzia e di gioco che pervade il testo originale. Torre non teme di svelare quello che di grave e di triste c’è nell’esistenza, non lo fa mai senza innestare su questa constatazione, a volte amara, una supplica dolce, come quella di un nobile decaduto (Pino Calabrese) che esibisce con le scarpe i passi di un’esistenza immiserita. Nel mondo “usa e getta”, Roberta Torre immagina una resistenza al consumo, una resistenza artigiana, una scarpa come un simulacro che trattiene qualcosa di quello che non c’è più.