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Jerry Calà con Gianluca Arnone, foto di Nicole Maronese
Santo Domingo, primi anni Novanta. Su un set italiano che gira in inglese i soldi da Roma non arrivano più, la produzione rischia di fermarsi e il regista, che è anche il protagonista, gira fra i tavoli dell'albergo a chiedere una mano ai turisti in vacanza. Fanno una colletta. Il film si chiama Chicken Park, il regista esordiente è Jerry Calà, e il produttore che lo ha spedito laggiù è Galliano Juso, che al telefono gli aveva detto: facciamo Jurassic Park con i polli.
Trent'anni dopo quel film è diventato un oggetto di culto, Juso è scomparso e le Giornate degli Autori gli dedicano un documentario, Juso per ferie di Karen Di Porto. Jerry Calà però non è un semplice testimone.
Il complimento che ti fanno più spesso è "siamo cresciuti con i tuoi film". Io sono uno di quelli.
Ti ho cresciuto bene, allora. È il complimento più bello che possa ricevere, davvero.
Erano film di una leggerezza che oggi non si trova più.
La leggerezza dobbiamo recuperarla. Ogni tanto sento qualche intellettualone che la paragona alla superficialità, ma non è così. È un'esigenza che tutti abbiamo, serve a smorzare il tran tran e i problemi della vita moderna. Perché sapete cos'è la leggerezza? È la profondità della gioia.
Ed è la chiave anche del tuo percorso, come attore, come comico e come regista. Ma è una cosa che si trova?
No, non è una cosa che si trova: è una cosa che ti devi cercare. Soprattutto nelle situazioni che sembrano volgere verso la pesantezza. In fondo è il talento del comico: vedere anche nella sfiga, nella tragedia, nell'avversità, quel tratto comico che fa entrare la leggerezza e trasforma il problema in un problema un po' più piccolo. Ecco, questo è il segreto.
Veniamo a Juso, uomo di leggerezza a sua volta. E visionario.
Assolutamente visionario, ed era sempre avanti a tutti, specialmente nella commedia. Ha inventato filoni interi, la serie dei carabinieri, film che poi hanno fatto grandi incassi. Aveva un difetto solo: dopo l'entusiasmo iniziale, quello che gli veniva dall'avere avuto un'idea geniale, si spegneva. Si annoiava di tutto. E allora quell'idea la vendeva a due lire, e poi ci facevano i soldi gli altri. Ma lui era fatto così.
Il titolo del documentario, Juso per ferie, sembra un tuo film.
Il titolo deriva da una battuta di Enrico Lucherini. Che era un maestro nel fare le parodie dei titoli. Un altro grandissimo che se n'è andato.
Prima di Chicken Park c'era stato un film che non hai fatto: il tuo Bossi.
Ah, quella è una storia straordinaria. Molto prima di Benvenuti al Sud avevo scritto con un altro sceneggiatore una sceneggiatura intitolata Il Longobardo. Erano gli anni della Lega Nord, dei celti e dei riti sul Po, e l'idea era venuta da lì. Tutti hanno avuto paura, nessuno l'ha voluta fare. Passano gli anni, io vado a vedere Benvenuti al Sud e dico: ma questo è il mio film. Chiamo gli avvocati, penso di diventare ricco. E invece mi spiegano che loro il format l'avevano comprato regolarmente, era il remake di un film francese. Però qualcosa mi puzzava, perché c'erano scene proprio identiche. Poi va bene, dicono che le idee girano e che più di uno può afferrarle. Ma per me è stata una bella sfiga.
E Juso quando arriva?
Juso arriva prima di tutto come amico, perché eravamo due nottambuli. Si andava a letto alle tre, alle quattro, si girava intorno al Bar della Pace a Roma con tutti quei personaggi, gli attori, quel mondo della notte bellissimo che sopravviveva alla fine degli anni Ottanta e per buona parte dei Novanta. A un certo punto, subito dopo l'uscita di Jurassic Park, mi telefona e mi fa: Giacomo, ho un'idea della madonna, facciamo Chicken Park, con i polli al posto dei dinosauri.
E tu?
E io gli ho detto: ma sei scemo? E lui: guarda che l'ho già detto a uno sceneggiatore che ti voglio presentare, è Gino Capone, piace anche a lui, adesso la scriviamo e la regia la fai tu. Ti faccio esordire. Insomma, siccome sono anch'io un pazzo avventuriero, ho accettato. Ed è stato l'esordio più difficile che uno possa immaginare: ero il protagonista, si parlava tutto in inglese, si girava a Santo Domingo. Più di così.
Con un cast pazzesco.
Mi diede un'attrice pazzesca, Rossy de Palma, una musa di Almodóvar. Poi c'erano Demetra Hampton, Alessia Marcuzzi. Lui ci prendeva, ecco.
Poi però si annoiò anche lì.
Solo che noi eravamo a Santo Domingo e i soldi da Roma non arrivavano. Allora ho fatto una cosa terribile: ho preso un gruppo di turisti dell'albergo e ho fatto una colletta, in attesa che arrivassero i settimanali. Questi turisti stavano lì una settimana, si sono fidati, e grazie a loro non abbiamo fermato il film e siamo andati avanti.
Il film è passato alla storia come uno dei più trash del cinema italiano.
E lo rivendico, fiero. Solo che la prima cosa che Juso ha fatto è stata vendere i diritti per l'estero, e chi li ha comprati ci ha guadagnato molto più di noi. È uscito in Ungheria, in Spagna con il titolo Pollo giurassico, in Russia in prima serata in televisione, perfino sulle linee aeree filippine. E a Cuba, dove l'altra volta sono arrivato e mi hanno riconosciuto. Ma al di là del trash, per me è stata un'esperienza grandiosa: fare tutte quelle cose insieme, come debutto.
Gli anni Ottanta sono stati a lungo ostracizzati e poi rivalutati. Anche qui a Venezia.
Nel 2010, con quella bella retrospettiva sulla commedia che curò Marco Giusti.
Carlo Vanzina nel 1983 riuscì a fare Sapore di mare e Vacanze di Natale nello stesso anno.
E c'ero in tutti e due. Poi rifiutai Sapore di mare 2 perché preferii andare a fare Vacanze di Natale con Carlo. Anche se Sapore di mare, devo dire, ultimamente lo vedo battuto da Vacanze di Natale nelle programmazioni. Un po' è nostalgia, un po' è quella scena finale, diciamolo: Marina, sei sempre la più bella.
Quando abbiamo cominciato a perdere quella leggerezza? Negli anni Novanta?
C'è stato un momento, alla fine degli anni Ottanta, in cui sembrava che i film comici non andassero più. Mi ricordo che con Christian De Sica ci prendemmo un'estate per capire dove trovare altri introiti, perché nessuno voleva più fare commedia. Poi un altro produttore geniale, Achille Manzotti, ebbe l'idea di mettere insieme me, Christian e Boldi per Fratelli d'Italia. Era l'89, e quel film riportò in auge la commedia.
E tu, a un certo punto, sei sceso dal carrozzone.
Un po' stupidamente, sì. Avevo delle incomprensioni con il mitico Aurelio De Laurentiis, che voi conoscete.
Facilissimo litigarci?
Facilissimo. E preferii andare a fare tre film con Cecchi Gori, sempre sul balneare, Abbronzatissimi e Abbronzatissimi 2.
È il no di cui ti sei pentito?
Certo che me ne sono pentito: con tutta la serie delle vacanze di Natale avrei fatto un sacco di milioni, che si sono cuccati tutti gli altri. Però io credo molto nello sliding doors: magari non avrei conosciuto Ferreri, che per me è stato fondamentale.
Nel 1993 con Diario di un vizio sei andato a Berlino, e lì ti sei preso una bella soddisfazione con la critica.
I critici italiani, proprio quelli che mi avevano massacrato senza pietà, mi invitarono al Der Bär, che a Berlino vuol dire l'orso. Arrivo, e li trovo tutti in piedi che mi applaudivano e mi chiedevano scusa per come mi avevano trattato. E istituirono apposta per me un premio della critica italiana. Quella è stata una bella rivincita. Ferreri, poi, l'avevo frequentato molto prima del film, perché voleva conoscermi: mi cucinava il pesce a casa sua la domenica e mi raccontava. È una conoscenza che mi ha aperto la mente, ed è stato lui a farmi venire voglia di fare ogni tanto il regista.
Ti piacciono le commedie di oggi?
Quelle in cui gli attori si lasciano andare e non vogliono lanciare troppi messaggi, sì, mi piacciono ancora molto. Anche i messaggi, se li lanci con ironia e leggerezza, vanno benissimo. Trovo un po' monotono, invece, questo ripetersi del quarantenne o del cinquantenne in crisi alla Garbatella, con gli amici, sempre alla Garbatella. Cinecittà ormai è la Garbatella. Poi sia chiaro, ci sono fior di attori, e resta un bel quartiere. Non so come mai siano tutti di lì.
Dove ti ritroveremo, dietro o davanti alla macchina da presa?
Adesso c'è mio figlio, che si è laureato a Milano all'Accademia. Il regista lo fa lui, e io spero presto di farmi dirigere.



