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Javier Bardem e Penélope Cruz
(Cinematografo/Adnkronos) – "Ci conosciamo da oltre 30 anni, certo che litighiamo ma fuori dal lavoro. Amiamo entrambi questa professione, però c’è un buon equilibrio rispetto a quanto ne parliamo a casa. Ovviamente, quando stai preparando un film insieme, è naturale che il lavoro entri nelle conversazioni. Ma non ci è capitato spesso: è successo ogni cinque anni, più o meno, perché altri progetti che ci venivano proposti non ci sembravano adatti a noi, o non lo erano in quel momento della nostra vita. Con 'Bunker', invece, non c’è stato alcun dubbio". Così Javier Bardem e Penelope Cruz in un incontro con la stampa per il film in Concorso a Venezia 83 'Bunker' di Florian Zeller che li vede recitare insieme a otto anni da 'Tutti lo sanno' di Asghar Farhadi: "È un piacere, una gioia, un lusso. Florian ha scritto una relazione piena di dettagli che esplorano la vulnerabilità e la disperazione che tutti teniamo dentro. Sono personaggi complessi e vulnerabili. Una sfida nel senso migliore del termine".
Il film - dal 21 gennaio 2027 con Notorious Pictures - fa una riflessione sulle connessioni umane sempre più crisi in un mondo sempre più individualista. E lo fa attraverso il racconto di una coppia. Lui un architetto alle prese con un progetto moralmente ambiguo, costruire un bunker di sopravvivenza per un magnate della tecnologia. Lei, dopo diciassette anni di matrimonio, comincia a mettere in discussione tutto. "Il film - racconta Bardem - lavora in modo rigoroso sull’importanza della connessione tra le persone. Riguarda le società, certo, ma anche la relazione più semplice tra due individui. In un momento storico in cui siamo continuamente incoraggiati a disconnetterci - perché il dolore che ci circonda è enorme, dall’emergenza climatica ai genocidi - il vero coraggio è non perdere la capacità di guardarci negli occhi e lasciare che l’altro ci tocchi, ci influenzi. Serve coraggio, ma è l’unica via d’uscita. L’alternativa è il bunker".
Oltre ad aver scritto questo film pensando a Bardem e Cruz, una delle scintille che hanno acceso il film arriva da un articolo letto da Zeller sulla presunta costruzione di un bunker sotterraneo alle Hawaii da parte del fondatore di Meta, Mark Zuckerberg. "Ricordo che quando lessi quell’articolo rimasi affascinato", racconta Zeller che aggiunge: "Quest’uomo ha fatto fortuna con l’idea di connettere le persone, e allo stesso tempo lavorava a un piano B per isolarsi dal mondo. Quel paradosso mi colpiva profondamente. Ma più ci pensavo, più capivo che, in una certa misura, siamo tutti tentati di vivere in un bunker. Non un bunker reale, ma un bunker invisibile. Il modo di vivere che stiamo adottando sempre più spesso, senza metterlo in discussione - lo stesso stile di vita promosso dai miliardari - ci fa credere di non avere davvero bisogno degli altri. Cibo, amore, sesso, amicizia, interazioni sociali: tutto può essere consegnato direttamente, come se il resto del mondo non fosse più un luogo da abbracciare, attraversare, vivere". Zeller insiste: "Il mio non è un giudizio su qualcuno che si costruisce un bunker - ognuno ha il diritto di essere un po’ folle - ma indagare quella zona dentro di noi in cui stiamo costruendo il nostro bunker invisibile".
Il discorso si allarga, diventa politico: "Viviamo in un mondo in cui pochissime persone possiedono quasi tutto: la nostra intimità, i nostri indirizzi email, le piattaforme su cui comunichiamo, i giornali che leggiamo. È una sfida enorme per la democrazia, perché è evidente che non agiscono per il benessere collettivo. Se tutti i benefici finiscono in cima, sappiamo cosa significa: pauperizzazione per tutti gli altri. Lo stiamo già vedendo. E mi scuso per questa risposta così lunga". Poi torna al cuore del film: "Isolarsi è una tentazione reale, perché il mondo è folle, difficile da gestire, a volte insostenibile. Ma nasce dalla paura e, un po', dalla pigrizia. Il protagonista costruisce un sistema di cui finisce per essere prigioniero. Sofia, sua moglie, mette in discussione le sue scelte. Lui si trova davanti a un’offerta allettante: tanti soldi, un progetto eccitante per un architetto. Ma quella scelta significa qualcosa. E spesso non vogliamo confrontarci con il significato delle nostre decisioni. È lì che possiamo ritrovarci in una prigione. La libertà, credo, è essere coerenti: prendere una decisione e sapere perché la stiamo prendendo".
Gli fa eco Bardem: "La necessità di connetterci gli uni con gli altri. E quando ci connettiamo davvero, dobbiamo lasciare che i bisogni, i sogni e il dolore dell’altra persona entrino a far parte di noi, accoglierli, per poter essere in sintonia con chi abbiamo davanti. È difficile. Per farlo bisogna sacrificare molto. Ed è per questo che creiamo isolamento, che costruiamo i nostri bunker in ogni relazione". Meno ci connettiamo e "più diventiamo isolati, vulnerabili al dolore, incapaci di capire chi siamo". Per questo, "la moralità delle persone che garantiscono una connessione digitale globale ma allo stesso tempo alimentano una distanza enorme tra le persone è una mancanza di moralità". Poi aggiunge: "Come artista hai la responsabilità verso il mondo in cui viviamo, senza darla per scontata. Io ho più strumenti per farlo rispetto a un tassista, perché ho questo mestiere e ho qualcuno che mi ascolta".
Guardando al mondo di oggi, Bardem non sa se definirsi ottimista o pessimista: "Dipende dall’ora del giorno. Cerco di essere realistico, e realisticamente parlando sono tempi complessi. Soprattutto per i giovani. Io, come uomo di 57 anni, ho ancora il riferimento di un mondo analogico, in cui ci si prendeva il tempo per digerire le cose. Oggi viviamo in un’epoca completamente diversa. Saranno i giovani a decidere cosa verrà dopo. E, si spera, riusciremo ad aiutarli a capire che bisogna prendersi del tempo. Riflettere. Non essere prigionieri dell’informazione rapida, frenetica, ansiosa, che ci consuma". Sul tema dell’Europa e dell’immigrazione è netto: "L’Europa non riflette davvero ciò che dovrebbe rappresentare: i valori di una democrazia autentica e di una vera inclusione. Ci sono Paesi che stanno diventando sempre più estremi. L’immigrazione è il risultato, ma la causa è un’altra: politica, geopolitica, climatica, sociale". Non si tratta di colpevolizzarci, dice, "ma di essere consapevoli e sostenere misure che aiutino le persone a costruirsi una vita migliore nei loro Paesi". Tornando al film, Bardem chiude con un'ammissione: "Non so quale sia il segreto per una relazione duratura", dice. "A volte non ci riconosciamo. A volte ci guardiamo, ma siamo accecati dai nostri bisogni, dal nostro ego. Non vogliamo essere amorevoli: vogliamo avere ragione. Sono cose che possono uccidere qualsiasi relazione. È questo il segreto per far durare una relazione? Non lo so", conclude.



