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Galliano Juso
Chi ha visto Il grande Boccia, biopic atipico e corsaro sulle gesta di quel leggendario Tanio passato alla storia come “il peggior regista del cinema italiano”, saprà quanto quel film fosse anche la biografia occulta del suo produttore. Ovvero Galliano Juso, figura a sua volta mitologica del nostro cinema sempre in bilico tra l’autore e l’orrore, il cult e il trash, eppure sempre attraversato da una disperata vitalità. Scomparso il 10 novembre 2024 a 87 anni, il produttore è al centro di Juso per ferie, documentario tanto affettuoso quanto onesto, divertente e comunque minuzioso diretto da Karen Di Porto (una delle sue scoperte più recenti, regista di Karen per Roma e dello stesso Boccia), che l’ha anche scritto con Steve Della Casa.
Presentato Fuori Concorso a Venezia 83, è il ritratto di un genio posseduto dal demone del cinematografo e completamente dedito all’arte di arrangiarsi, un visionario con più fiuto che finanze, sempre alla ricerca di qualcuno che desse una garanzia, un anticipo, qualche soldo per realizzare i sogni che albergavano nella sua testa. Uno che, dopo aver faticosamente montato un film, se ne disinteressava a pochi giorni dall’inizio delle riprese, subito travolto dalla necessità di appassionarsi a un’altra avventura. Uno che credeva talmente nel cinema da invitare gli amici a non andare a vedere l’ultimo film che aveva prodotto, un po’ per posa e un po’ perché lo pensava davvero.
Juso per ferie ricostruisce una carriera incredibile, esplosa negli anni Settanta con i poliziotteschi di Fernando di Leo e la serie dei film con il maresciallo Nico Giraldi alias Er Monnezza, sempre in dialogo con il pubblico (la valorizzazione di Bombolo, uno che parlava come le persone reali) e a suo modo sintonizzata sull’attualità (Giuseppe Tornatore, che lavorò con lui per Il camorrista, dice che Il figlio dello sceicco fosse la risposta del genere alla crisi petrolifera). Ma anche capace di intuizioni a volte geniali (il futuro cult W la foca) e a volte fallimentari (Maschio, femmina, fiore, frutto con Anna Oxa), di costruire film attorno a titoli che gli piacevano (Miracoloni, Prima che sia troppo presto) o a mode del momento (Lambada), di toccare temi pruriginosi (Vai avanti tu che mi vien da ridere con Lino Banfi alle prese con la presunta trans Agostina Belli, ma anche i film erotici di Giuliana Gamba) o fare accoppiate rischiose (gli scontri su Snack Bar Budapest tra lo scrittore Marco Lodoli e Tinto Brass).
E poi le idee folli, dalla parodia demenziale Chicken Park di Jerry Calà ai debutti sovversivi dei televisivi Ciprì e Maresco (Lo zio di Brooklyn) e dei teatrali Rezza e Mastrella (Escoriandoli), gli errori elencati dall’esegeta Marco Giusti, da Metronotte che “d’accordo ch’era notte, ma era talmente buio che non ci si vedeva un ca***” alla storia lesbo “troppo avanti” di Benzina fino a Amorestremo con un inedito Rocco Siffredi non pornografico e il wannabe Gomorra senza soldi con Milionari. Tante e sfiziose le interviste, tra parenti, collaboratori e cinematografari per un ritratto schietto, nostalgico e perfino poetico, come alcune delle scelte “estreme” compiute da questo produttore spericolato e imprevedibile che è stato prima di tutto un sognatore.



