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Salón de belleza
Non più uomini e topi alla Steinbeck, ma uomini che fissano i pesci. Non più piani per il futuro destinati a fallire, ma una desolata attesa in cui ci si limita a seppellire gli altri e poi a morire.
Mentre un morbo misterioso decima la popolazione di un paese ignoto, un disilluso parrucchiere gay (Sam Louwyck, visto ne Le meraviglie di Alice Rohrwacher) decide di votare alla morte ciò che prima era dedicato alla bellezza. Trasforma quindi il proprio fatiscente salone in un ancor più squallido moridero, ossia in un luogo in cui i malati incurabili vanno a morire. Le regole sono semplici: niente visite, nessun regalo o trattamento preferenziale e un solo pasto il giorno. Tutto il resto è attesa dell’inevitabile.
Oltre ai fantasmi degli amori passati (che gli appaiono circonfusi di luce mistica o immersi in una cornice idealizzata), l’unico collegamento dell’anonimo protagonista con la precedente normalità è l’ossessione di allevare piccoli pesci, che continua a stipare nelle vasche che coprono le pareti, quasi a voler trasformare il moridero in un gigantesco acquario. Ciò che sempra intrigarlo maggiormente è che, lungi dall’essere un grazioso elemento decorativo, quegli animali continuino a ricordare quanto può essere mostruosa l’esistenza, fra violenza, sopraffazioni e cannibalismo.
Nel parallelismo fra le atrocità umane e quelle che si consumano nel microcosmo acquatico (legittimate, però, dal fatto che “gli animali presentano la propria natura in modo trasparente”), è racchiuso l’intero fulcro de Salón de belleza della regista messicana Nathalia Acevedo, che, nel 2012, ha debuttato come attrice in Post Tenebras Lux di Carlos Reygadas e che ora esordisce in concorso alle Giornate degli Autori con un’opera tanto crepuscolare quanto sovraccarica.
Alla base c’è l’omonimo romanzo di Mario Bellatin (nato in Messico da genitori peruviani, ma cresciuto a Lima, formatosi a Cuba e quindi tornato in patria), frutto di un profondo senso di sradicamento (da cui la scelta di un’imprecisata metropoli) e della paura dell’AIDS dei primi anni Novanta (non a caso, nel moridero letterario venivano ammessi solo uomini, rifiutati da tutti).


Salón de belleza
Il Salón de belleza cinematografico, invece, pur mantenendo un chiaro retroterra queer (fra flashback musicali, battuage, parentesi en travesti e qualche allusione al fatto che “i miei amici sono morti per primi”), si rifà a un orizzonte decisamente più trasversale e globalizzato, richiamando l’incubo della pandemia e affastellando una serie di metafore che vanno dall’abbattimento dell’ordine precostituito dall’approccio darwiniano (il protagonista, che sembra vivere di riflesso i destini altrui, fantastica sull’idea che i moribondi possano mangiarsi a vicenda), dagli animali macellati al mercato agli umani agonizzanti su giacigli inadeguati, dalla progressiva rinuncia alla carnalità quale anticamera della morte all’umana pietas come ultimo baluardo, con tanto di innesti dal tono sacrale (i canti, la lavanda dei piedi, lo straniero bisognoso) in aperta rottura con l’affermazione: “Non esiste misericordia divina qui”.
Più il flusso di coscienza del protagonista scorre insieme all’acqua (un tempo limpida e accogliente, oggi putrida e stagnante, se non distruttiva) più aumenta la sensazione di perenne galleggiamento, mista a un certo compiacimento da “cupio dissolvi”. Complici secoli di filosofia, ogni essere umano, a un certo punto, capisce che vita è ingiusta, che un giorno moriremo tutti e non sappiamo cosa aspettarci nel momento fatale. Servirsi di questo assunto come punto di partenza è lecito, mantenerlo come assetto basico fino all’arrivo (dopo aver seminato una serie di ambiziosi spunti, talvolta contraddittori e spesso lasciati a metà) meno.



