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Silvio Orlando in Il caimano
Domenica 9 e lunedì 10 aprile 2006, l’Italia andò alle urne per rinnovare i due rami del Parlamento. Furono le elezioni più combattute e controverse della recente storia repubblicana: vinse, di poco, l’Unione, la coalizione di centro sinistra guidata da Romano Prodi, ma il presidente uscente, Silvio Berlusconi, leader dell’alleanza di centro destra, contestò il risultato e chiese il riconteggio dei voti. Finì che Prodi, capo di un governo caotico e litigioso, governò faticosamente per due anni, cadde anzitempo e Berlusconi vinse di nuovo le elezioni.
Due settimane prima, venerdì 24 marzo 2006, Il caimano di Nanni Moretti irruppe nelle sale italiane tra polemiche furibonde. Polemiche che, tutto sommato, oggi ci suscitano un po’ di nostalgia: in quel principio di primavera di vent’anni fa, in un Paese estremamente diviso, un film italiano fu al centro di un acceso e clamoroso dibattito politico.
Un anno dopo la Palma d’Oro conquistata nel 2001 per La stanza del figlio, Nanni Moretti scese in piazza, diventando il volto più riconosciuto e popolare di un movimento dal basso che si opponeva al governo Berlusconi. Portavoce carismatico dei cosiddetti girotondini, Moretti intercettò una frustrazione collettiva urlando una delle tante frasi iconiche del suo repertorio. Con la differenza che a pronunciarla non era più l’alter ego protagonista di un suo film ma lui stesso: “Con questi dirigenti non vinceremo mai” urlò proprio accanto a quei dirigenti (cioè Francesco Rutelli e Piero Fassino), in qualche modo portando all’estremo un discorso metatestuale tra persona e personaggio, realtà e finzione: a dare voce a quel malcontento era l’elettore o l’autore, il cittadino o l’attore, la figura rappresentativa di un certo modo di intendere la politica e dunque la vita o il carismatico divo della sinistra intellettuale alla ricerca di un nuovo lavoro?


Carlo Mazzacurati, Nanni Moretti e Dario Cantarelli sul set di Il caimano
(Sacher Film)Il misterioso ritorno al cinema
La stagione girotondina di Moretti non durò molto, ma bastò per farlo entrare nell’immaginario extra-cinematografico, tant’è che, per qualche tempo, qualcuno pensò davvero di affidargli la guida di una coalizione antiberlusconiana. Ma Moretti, che era già uno degli autori italiani più prestigiosi a livello internazionale, voleva tornare al cinema. Ed è da questo momento, forse, che comincia a mantenere il mistero attorno ai suoi nuovi lavori.
In alcune esternazioni, Moretti disse che sarebbe stato “anche un film politico” ma diverso dallo stile di Michael Moore (che nel 2004 vinse a Cannes con Fahrenheit 9/11, j’accuse al guerrafondaio George W. Bush) perché “non ho mai avuto interesse per i film fatti per far cambiare idea alle persone e fargli prendere coscienza”. Soprattutto svelò che il personaggio da cui deriva il titolo del suo decimo lungometraggio – prodotto da Moretti e Angelo Barbagallo con alcuni coproduttori francesi, senza finanziamenti della Rai né tantomeno di Medusa – era proprio Berlusconi (a chiamarlo “caimano” fu Franco Cordero in un articolo su la Repubblica).
A rivelare la trama top secret fu Michela Tamburrino su La Stampa, scatenando la furia di Moretti, che aveva fatto firmare a tutti i membri del cast una carta nella quale vietava categoricamente di raccontare la sinossi (a rivelarla fu, forse, una fronda di comparse). Qualcuno congetturò che Silvio Orlando, il protagonista, non fosse proprio accostabile a Berlusconi (ma Moretti smentì l’ipotesi che l’attore dovesse interpretare il Cavaliere) e il trailer non contribuì a spiegare granché: una carrellata di volti (Orlando, Margherita Buy, Jasmine Trinca, Elio De Capitani somigliante a Berlusconi, Michele Placido, Carlo Mazzacurati, Giuliano Montaldo, Luisa De Santis, Dario Cantarelli, Toni Bertorelli, Jerzy Stuhr, Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto, Cecilia Dazzi) sulle note di Ya Rayha, una delle canzoni più rappresentative della musica chaab.


Nanni Moretti e Margherita Buy sul set di Il caimano
(Sacher Film)“Un governo che ha paura di un film fa un po’ tenerezza”
Intanto Mauro Mazza, all’epoca direttore del governativo Tg2, annunciò che non avrebbe parlato del film per rispettare la par condicio e Tg5, Tg4 e Studio Aperto, i notiziari di Mediaset, ignorarono l’arrivo del film (Emilio Fede, devoto al capo, rinunciò a vederlo “per ragioni di sicurezza personale”). E Berlusconi? “Ieri sera abbiamo avuto il piacere di avere sulla Rai un ottimo regista italiano – disse in un comizio, riferendosi a un’intervista concessa da Moretti a Fabio Fazio – che ha raccontato una fiaba e mi ha dato un soprannome che mi mancava: signori, io sono il caimano”.
Venerdì 24 marzo, all’indomani di un’anteprima stampa senza conferenza, Il caimano arrivò in quattrocento sale, distribuito dalla Sacher di Moretti. Tantissime le reazioni dopo l’uscita: “È una boiata pazzesca” (Pietrangelo Buttafuoco); “Un’esca per tendere un agguato allo spettatore con un finale codardo” (Paolo Guzzanti); “Silvio è Zelig, non il Caimano” (Veronica Lario). Il più lungimirante dei commentatori politici fu Sandro Curzi: “Il film non avrà alcuna influenza sul voto e anzi, nel suo pessimismo rischia di essere il primo film sul dopo-Berlusconi”.
Prodi sperava in un film “utile e non dannoso”, qualunque cosa volesse dire, mentre Berlusconi disse che non aveva alcuna intenzione di vederlo. La Casa delle Libertà scese in campo: “Non ho tempo da perdere e trovo insopportabile Nanni Moretti... un presuntuoso, un autoreferenziale” (Maurizio Gasparri); “Il film non è su Berlusconi ma sull’ossessione per il premier che sta nella testa dei cineasti e degli intellettuali di sinistra” (Rocco Buttiglione). “Famiglie distrutte, coppie lesbiche che scaricano le loro frustrazioni su un bambino, pessimismo e squallore; è questa l’Italia che sognano il compagno Moretti e il sindaco Veltroni” (Daniela Santanché). Da ricordare sempre che le polemiche sul Caimano esplosero nel finale di un’importantissima campagna elettorale: Fausto Bertinotti disse che era “una discussione manicomiale” perché “un film né danneggia né favorisce”. Così, infine, Moretti: “Un governo con una maggioranza così netta che ha paura di un film fa un po’ tenerezza: hanno il mito del coraggio ma hanno paura di tutto, hanno il culto della forza e sono fragilissimi”.


Valerio Mastandrea e Elio De Capitani in Il caimano
(Sacher Film)Di che parla il film
Ma di che parla Il caimano? Bruno Bonomo (un mastodontico Silvio Orlando), produttore di b-movie come Stivaloni porcelloni, Mocassini assassini e La poliziotta con i tacchi a spillo, è caduto in disgrazia dopo il flop di Cataratte. Quando una giovane donna (Jasmine Trinca, seconda volta con Moretti dopo l’esordio in La stanza del figlio) gli consegna una sceneggiatura intitolata Il caimano, il pover’uomo accetta di produrlo senza farsi troppe domande. Il progetto che ha proposto alla RAI, Il ritorno di Cristoforo Colombo dalle Americhe, non riesce ad andare in porto e per di più viene abbandonato in corso d’opera da Franco Caspio, l’anziano regista che dovrebbe dirigerlo (Giuliano Montaldo, all’epoca figura istituzionale che non girava un film da quasi vent’anni). Nel frattempo, il matrimonio con Paola (Margherita Buy, alla prima prova con un regista di cui diventerà attrice feticcio) è giunto al capolinea.
In una notte insonne, Bruno sfoglia la sceneggiatura e inciampa in due scene: nella prima, valige piene di soldi irrompono dal soffitto nell’ufficio di un uomo d’affari; nella seconda, lo stesso uomo atterra trionfante in un campo calcistico. Convinto che possa essere il film della svolta, Bruno contatta la sceneggiatrice e solo in un secondo momento capisce che si tratta di un film su Berlusconi (che Bruno ammette candidamente di aver votato).


Elio De Capitani in Il caimano
(Sacher Film)Successo al botteghino e “fuoco amico”
Nel weekend elettorale, alla terza settimana di programmazione, si piazzò al secondo posto con un totale di 5.448.762 di euro (chiuse sfiorando i 7 milioni). Dopo le elezioni, fu invitato in concorso al Festival di Cannes e raccolse tredici candidature ai David di Donatello. Lo stesso numero di Romanzo criminale di Michele Placido, che nel film di Moretti è un attore chiamato a interpretare Berlusconi: commentando le cinquine, Placido si scagliò conto “i sacerdoti di Nanni, come Curzio Maltese che su Repubblica ha definito Il caimano e il suo regista gli unici italiani esportabili, dimenticando autori quali Salvatores, Tornatore, Amelio Sorrentino, io stesso, Marra e tanti altri”. Placido aggiunse anche che “è paradossale che un film anti-berlusconiano si risolva nell’adorazione di colui che l’ha diretto, un culto della personalità alla rovescia”. Alla fine Moretti vinse sei David, Placido otto (soprattutto nelle categorie tecniche).


Michele Placido in Il caimano
(Sacher Film)Nonostante il sostegno di giornalisti come Natalia Aspesi (“Un film molto bello, molto ricco, molto umano, spesso anche divertente, il più maturo di Moretti, con più ragione e sentimento”) e Marco Travaglio (“Un film assolutamente strepitoso”), star televisive come Fazio e Serena Dandini che invitarono Moretti nei loro programmi, Moretti fu criticato anche da figure tradizionalmente vicine alla sinistra. Citiamo due prese di posizione, tra le poche “esplicite” che però danno un po’ un panorama di un’insofferenza forse repressa per evitare rogne: “Un film banale, di una totale piattezza emotiva, senza un minimo di pathos e per di più molto equivoco” (lo psichiatra Massimo Fagioli); “Teneramente orrendo. Intensamente depresso e deprimente. Sincero, anche nel suo essere sempre costruitissimo e sorvegliatissimo, senza un battito d’ali di cinema” (Enrico Ghezzi).
Dopo la guerra: vent’anni dopo
Che resta oggi del Caimano? Intanto Berlusconi è morto, il 12 giugno 2023. La sua scomparsa ha chiuso un’epoca: è difficile raccontare l’Italia degli ultimi cinquant’anni senza tenere conto del suo impatto, della sua influenza, della sua centralità nella cultura popolare. Qualcuno, magari tra chi l’ha sempre odiato, prova perfino una sorta di rimpianto per Berlusconi, senza dichiarare ad alta voce quello che è uno degli effetti più nefasti della nostalgia.
Berlusconi è stato svuotato della sua non ideologia, iconicizzato, ridotto a meme, macchietta monumentalizzata di un’ultima supposta età dell’oro italiana prima della crisi economica (di cui fu protagonista), delle trasformazioni post-politiche, della rivoluzione social. L’altro grande film (maledetto) che lo riguarda, Loro di Paolo Sorrentino, è talmente scomodo che l’azienda di Berlusconi l’ha praticamente nascosto, conferendogli un imprevisto statuto di culto (un destino simile a quello di Moretti: Il caimano fu acquistato dalla Rai per un milione e mezzo di euro per cinque passaggi televisivi in cinque anni, ma al 2011 non era mai stato trasmesso). Ma, quando uscì, Loro non ebbe l’impatto mediatico e politico del Caimano: eravamo già in un’altra stagione, meno bipolare e fiammeggiante del 2006, e quel 2018 fu l’anno in cui arrivarono al governo i populisti e i leghisti.


Jasmine Trinca e Silvio Orlando in Il caimano
(Sacher Film)Rivisto a vent’anni anni di distanza, Il caimano ne guadagna: svincolato dall’attualità e dall’obbligo della militanza (alla morte di Federico Fellini, Nanni Moretti fu il grande nemico di Berlusconi: dal “cannone” di Aprile ai girotondi), è un film liberissimo e straordinario che, attraverso la vicenda personale di un uomo in crisi traccia un affresco su una società disillusa di fronte alle promesse di felicità del leader.
Alla fine è la storia di un amore finito
Film a scatole cinesi scritto con Francesco Piccolo e Federica Pontremoli, Il caimano è una commedia (“ah, Teresa, è sempre il momento di fare una commedia!”) e al contempo un dramma che riflette sul cosiddetto “berlusconismo che in me” (il copyright è di Gian Piero Alloisio, poi citato da Giorgio Gaber) nella sua dimensione più intima: la disillusione nei confronti della promessa di successo.
Bruno è un italiano medio che incarna l’impossibilità di una realizzazione (il malessere del sistema cinematografico), la decadenza culturale derivata da una sbagliata fruizione televisiva (Berlusconi che parla col pubblico è l’origine; l’attore di grido che recita senza voglia nella fiction su Colombo è il risultato), l’incomprensione nei confronti dell’opposizione settaria (lo straniamento di Bruno nella comunità familiare di Teresa), la delusione sentimentale contro chi vende il sole.
Jerzy Stuhr, sorta di portaparola europeo nel ruolo dell’ex socio di Bruno (“sono l’unico che ha fatto soldi con Cataratte”), nuota nella piscina vista Roma motteggiando sul popolo a metà “tra orrore e folklore”: è così che Moretti si confronta con un Paese che subisce la figura di Berlusconi più che Berlusconi in sé, in parallelo con la rappresentazione di Placido, nei panni di un attore sessualmente libero, sapientemente scaltro, largamente paraculo (“quando Gianmaria fece Moro/quello del petrolio/Indagine su un cittadino…”) e soprattutto che promette senza mantenere proprio come il Cavaliere.
Berlusconi è uno e trino: è la simpatia ingannatrice di Placido (l’attore che di base è o vuole essere il Cavaliere), è l’enigmatica ambiguità di De Capitani (che lo stilizza nella sceneggiatura immaginata da Bruno incentrata sul tema dei soldi spuntati dal nulla), è la parola sprezzante di Moretti (che rinuncia al realismo in nome della metafora).


Margherita Buy e Nanni Moretti in Il caimano
(Sacher Film)Il finale, si sa, è una delle “profezie” morettiane (l’altra è Habemus Papam, con la rinuncia del pontefice) in cui l’autore “interpreta” Berlusconi condannato a sette anni che assiste ai seguaci che attaccano i giudici con bombe molotov. Nel 2013, il Cavaliere fu effettivamente condannato in primo grado a sette anni di reclusione nel processo Ruby (sentenza poi modificata in appello e cassazione). E le parole del Berlusconi di Moretti riecheggiarono in alcuni discorsi del vero Berlusconi al crepuscolo della sua esperienza governativa.
Ma, più che lo specchio deformato di un’Italia divisa e tormentata, Il caimano è soprattutto la storia di un amore che finisce e dell’elaborazione del lutto sentimentale. Quando sosteneva che Il caimano era “anche” un film politico, Moretti intendeva proprio questo: è il film del dolore dopo la fine del matrimonio, con il momento un po’ tenero e un po’ straziante in cui Bruno e Paola devono spiegare ai film il significato del termine “divorzio”. Bruno che non sa affrontare la separazione dalla moglie, che strappa il suo maglione più bello (una delle scene più belle e violente del cinema italiano), che interrompe il concerto e infine si rincorre teneramente in macchina con lei sulle strazianti note di The Blower’s Daughter di Damien Rice (“I can’t take my eyes / Did I say that I loathe you? / Did I say that I want to / Leave it all behind? / I can’t take my mind off of you”).
Com’è noto, una delle canzoni preferite di Berlusconi era Que reste-t-il de nos amours?: “Cosa rimane dei nostri amori?” cantava Charles Trenet, “dei bigliettini dolci, dei mesi d’aprile, degli appuntamenti? Un ricordo che non mi abbandona mai”. Il cinema come terapia del dolore, un percorso per sopravvivere a un amore che finisce: che sia questo il vero mistero del Caimano?


Silvio Orlando in Il caimano
(Sacher Film)


