Benché sia noto che ci sia lui dietro il progetto, il nome di Sergio Leone non appare mai nei titoli di testa di Un sacco bello. Nei fatti fu lui a mettere su l’opera prima di Carlo Verdone, un attore di nemmeno trent’anni che si era imposto prima nelle cantine romane (che stagione gloriosa) e poi in un varietà televisivo, Non stop, incredibile catalogo della giovane comicità italiana (La Smorfia, i Gatti di Vicolo Miracoli, i Giancattivi). Verdone era stato paziente, aveva rifiutato parecchie proposte e aspettava la grande occasione. Che arrivò proprio quando Leone, colpito dalla galleria di personaggi del giovane attore, decise di costruire un film a partire da quel repertorio.

Arruolati Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, due vecchie volpi della sceneggiatura che poi sarebbero diventati collaboratori fissi di Verdone, restava il tema della regia. Che, forse, è la vera novità di Un sacco bello, che torna nelle sale in versione restaurata dal 27 al 29 aprile. A chi affidare la direzione del film? A un veterano buono per tutte le stagioni come Steno, che proprio in quegli anni stava accompagnando le carriere dei figli Carlo ed Enrico Vanzina, pressoché coetanei di Verdone? A un cantore della romanità come Luigi Magni, che avrebbe potuto aggiornare il suo discorso sul sentimento e sul disincanto della città? A colei che all’epoca era la nostra autrice più rampante e internazionale, Lina Wertmüller, che tra l’altro aveva esordito con una memorabile corale giovanile (I basilischi)?

Carlo Verdone in Un sacco bello
Carlo Verdone in Un sacco bello

Carlo Verdone in Un sacco bello

(Cineteca di Bologna)

Gemelli diversi

Uscito nel 1980, Un sacco bello arrivava a pochi anni dall’esplosione di Nanni Moretti: nel ‘76, esattamente cinquant’anni fa, era diventato un fenomeno dei cineclub con Io sono un autarchico e, nel ‘78, era entrato nel cinema ufficiale con Ecce bombo, un grande successo di pubblico. Moretti e Verdone sono gemelli diversi: entrambi romani, figli della piccola borghesia e di professori universitari (lo storico ed epigrafista Luigi Moretti e lo storico e critico del cinema Mario Verdone), rappresentano la stagione del riflusso (il disincanto giovanile verso la militanza politica dopo la contestazione che portò al ripiegamento su se stessi) e vogliono raccontare la propria generazione all’interno di una commedia che non rompe con quella tradizionale (nella mitologia puntata di Match, Mario Monicelli punzecchia Moretti: “Cosa credi, che il tuo film non sia una commedia all’italiana?”) ma la ripensa, l’aggiorna, la rende contemporanea.

Entrambi risentono delle influenze di Woody Allen e mettono in scena personaggi che hanno a che fare con le proprie biografie, incanalando i tic e le nevrosi del quotidiano con un tipo di umorismo che non può non tenere conto del dramma. La differenza è nella postura: se Moretti è carismatico, arrogante, ribelle e indisciplinato, Verdone è sensibile, remissivo, morbido e malinconico. E i loro film inquadrano lo spaesamento dei maschi fragili, impacciati e tormentati nel rapporto con donne emancipate, indipendenti, sfuggenti. Non a caso i film di Moretti e Verdone accolgono sempre personaggi femminili di spessore, che di solito ne escono meglio di quelli maschili.

Carlo Verdone in Un sacco bello
Carlo Verdone in Un sacco bello

Carlo Verdone in Un sacco bello

(Cineteca di Bologna)

Qualcosa di impensabile per la generazione precedente, quella di Alberto Sordi e dei suoi “film che vi meritate” citando Moretti. Verdone è generalmente considerato l’erede di Sordi: sì, entrambi hanno iniziato con i personaggi, ma i caratteri che incarnano sono completamente diversi. Alberto prevarica e Carlo subisce, Alberto si prende ciò che vuole e Carlo chiede il permesso, Alberto vince anche quando perde e Carlo perde anche se vince (i finali delle commedie di Verdone sono spesso lancinanti). Una differenza che si vede chiaramente nel loro primo incontro sul grande schermo, In viaggio con papà, ma anche in Troppo forte, in cui un Sordi macchiettistico sembra quasi voler sabotare il film del discepolo. E la carriera di Verdone dimostra quanto abbia voluto approfondire il discorso sui maschi fragili, timorosi, spaventati, immalinconiti, romantici.

Comico e sad boy

Sull’onda di Moretti e prima dell’avvento quasi coevo di Massimo Troisi e Francesco Nuti (i cosiddetti malincomici), Leone capì che l’unico regista adatto a Verdone era Verdone stesso. E lo “blindò” con collaboratori clamorosi per un’opera prima: la colonna sonora di Ennio Morricone, la fotografia di Ennio Guarnieri (nel ricco curriculum film con Vittorio De Sica e Franco Zeffirelli), il montaggio di Eugenio Alabiso (uno che aveva fatto tanto cinema di genere, spaghetti western in primis), le scenografie e i costumi di Carlo Simi (storico sodale di Leone). Una squadra che permise a Verdone di concentrarsi sulla storia e sui personaggi, tre protagonisti e tre comprimari.

Carlo Verdone in Un sacco bello
Carlo Verdone in Un sacco bello

Carlo Verdone in Un sacco bello

(Cineteca di Bologna)

Un sacco bello intreccia tre storie in una Roma ferragostana assolata e deserta. È la città dell’Estate Romana, la leggendaria manifestazione ideata dall’assessore Renato Nicolini per reagire agli anni di piombo, riscoprire gli spazi pubblici e rispondere ai nuovi bisogni di convivialità. Ma Verdone non parla di loro: si concentra sugli outsider, sui gli sfigati. L’ingenuo e goffo Leo che immagina un amore con una turista spagnola; l’hippie Ruggero che professa l’amore libero ma ha una fidanzata dominante con cui non si scambia affettuosità e si scontra con il padre “comunista così” (Mario Brega); e Enzo, che si acchitta come John Travolta e cerca disperatamente qualcuno con cui andare a Cracovia (lo trova in Renato Scarpa).

Dire che Un sacco bello è un film comico è una semplificazione: fa molto ridere, certo, e ci sono sketch entrati nell’immaginario collettivo. Definirlo un dramma è un’esagerazione. Ma, in fondo, cos’è la commedia all’italiana se non l’incontro tra queste due tensioni? Un sacco bello è il racconto di chi si sente fuori luogo e fuori posto, la fotografia dello smarrimento di una generazione schiacciata tra l’emancipazione altrui e la rivoluzione mancata, l’affettuoso ma onesto ritratto di maschi “pieni di complessi e di paure”, destinati a soccombere e ad abbozzare.

Carlo Verdone in Un sacco bello
Carlo Verdone in Un sacco bello

Carlo Verdone in Un sacco bello

(Cineteca di Bologna)

Tre sfumature di solitudine colorano le malinconie del ragazzo triste uno e trino, dalla penombra che invade la stanza in cui Enzo telefona a chiunque per rimpiazzare l’amico malato al sole a picco della calura estiva che accompagna Leo nella sua desolata camminata finale. Un boato riecheggia nel finale notturno: le bombe eversive, gli amici ammazzati nei cortei o caduti nella droga, l’Italia angosciata che si riflette in una Roma svuotata. Incredibile come Un sacco bello sia un film dentro il suo tempo e allo stesso tempo capace di trascenderlo interrogando il presente e magari il futuro. E chi come Verdone è stato sia comico che sad boy? Citando un cantante caro al Verdone di oggi: “La mia malinconia è tutta colpa tua e di qualche film anni Ottanta”.