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Penélope Cruz e Javier Bardem in Prosciutto prosciutto
È davvero complicato riuscire a valutare oggi Prosciutto prosciutto, un film che nel 1992 ottenne a Venezia il Leone d’Argento per la regia di Bigas Lunas, oltre a una significativa accoglienza di pubblico (cosa che non accadde con Bambola, un flop che sostituiva il prosciutto con l’italiana mortadella della Marini e dell’iconica Anita Ekberg). Tra le valutazioni ricevette quella di “Inaccettabile, Aberrante”.
Diciamolo subito. Nella sua parabola artistica e autoriale, il regista catalano è sempre stato ostico, con storie sopra le righe che enfatizzano situazioni limite per l’ortografia della messa in scena cinematografica. Tuttavia, nel complesso, la sua filmografia è stata caratterizzata da periodiche pungenti provocazioni, affrontando temi e tabù delicati con modi più o meno caustici, che gli hanno reso la vita complicata come autore. Fu Marco Ferreri a sdoganarlo e a facilitare l’apertura all’internazionalità italiana ed europea, con La chiamavano Bilbao (1978) e Caniche (1979).
Luna è un regista che ha fatto dell’eccesso il suo marchio di fabbrica. Nella cosiddetta “trilogia iberica” vengono esaltati gli stereotipi della sessualità di una cinematografia che dalla fine degli anni Settanta sino ai Novanta si è caratterizzata per l’originalità e l’esuberanza delle sue storie, conseguenza del cosiddetto destape dal clima di controllo e limitazione cagionato dal franchismo.


Stefania Sandrelli e Penélope Cruz in Prosciutto prosciutto
(Webphoto)La storia si costruisce attorno a Silvia, una ragazza fragile, bisognosa di affetto e attenzioni sincere, che si trova suo malgrado al centro di sentimenti e bramosie a volte malsani, variabili e contrastanti. È figlia di Carmen, una donna abbandonata dal marito ubriacone e aggressivo insieme alle tre figlie, che per sopravvivere gestisce un “puticlub”, un bar dove si servono alcolici e… ragazze. Silvia ha una relazione con l’immaturo José Luis, che è anche “cliente” della “suocera”. Il ragazzo è succube della madre, Conchita, che invece dirige insieme al marito la fabbrica di intimo maschile dove lavora Silvia.
Ostenta ricchezza e potere che le provengono più dalla posizione sociale che dal carattere. Non sopporta la relazione del figlio con una ragazza del ceto popolare, e come se non bastasse figlia di una “puta” amante del marito Manuel. Anche lui è un uomo ambiguo: dietro al perbenismo della sua classe sociale e a un carattere apparentemente sicuro ma stanco della moglie, si nasconde un uomo viscido, incapace di gestire le pulsioni e rispettare i ruoli esigiti dai legami famigliari.
Raul, infine, è il catalizzatore della storia, lo stereotipo del ragazzo rozzo e ignorante, sfacciato e gagliardo, che fa affidamento alla prestanza e alla dotazione virile. Di lui si innamorano contemporaneamente Conchita, colta da una pericolosa e insana passione, e la stessa Silvia, che cade nel tranello delle attenzioni seduttive che poi si rivelano come strategie nascoste e interessate.


Javier Bardem in Prosciutto prosciutto
Anche Raul risulterà succube di Conchita, ma in questo caso dei soldi e delle promesse della ricca signora. Questo doppio triangolo di relazioni e passioni, insolute e sospese, è complicato dalla doppiezza della “personalità” di ciascun personaggio, moralmente toccato da desideri che vanno al di là del limite dell’impegno e del rispetto per la persona più vicina affettivamente. Ne viene fuori una umanità disturbata dalla carnalità rappresentata, come vedremo, dalle scelte estetiche del regista.
La trama tesse così un dedalo sofisticato di amori, sesso e gelosie, nel tentativo di scongiurare un possibile matrimonio e il disagio di una parentela generata, ma non desiderata. Tra le scelte stilistiche prima annunciate, il suono presente e invadente dei veicoli (soprattutto dei camion) che disturba la comunicazione in tutto lo sviluppo della storia; la terra arida dell’ambientazione (una zona desertica della provincia aragonese) che suggerisce la grettezza dei sentimenti; il vento presente sonoramente nei sibili intensi, e visibilmente nella polvere che solleva insinuando relazioni insicure e offuscate; le nuvole scurite dal carico della pioggia che preannuncia “temporali interiori”.


Stefania Sandrelli e Jordi Mollà in Prosciutto prosciutto
(Webphoto)Così pure gli animali: le pecore di cui si sente il belare e il tintinnio dei campanacci, che aprono e chiudono il film; i cani, quelli ben curati dai padroni o i randagi con i latrati o l’abbaiare; i maiali allevati o accuditi come animali da compagnia; il gracchiare dei corvi, i versi variegati del pappagallo… e il ronzio delle mosche, presagio del male e di sciagure. Tutti simboli del proibito o della passione animalesca. Il prevalere del rosso e le canzoni diegeticamente utilizzate, aumentano il clima di un ambiente surriscaldato dall’erotismo che si conclude nella tragedia e nella morte: eros e thanatos, il primo conseguenza ed enzima dell’altro. Ma anche di eros e cibo.
Nel suo tessere un intrico sofisticato di bramosie, lussuria e rivalità, il regista ricorre a simbolismi legati al cibo come l’aglio, l’olio e le tortillas. Ma sono gli immancabili prosciutti, protagonisti già nel titolo, a prevalere in questa logica dello stereotipo. Esposti nel magazzino custodito da Raul, sono espressione indiretta della carne esibita nelle lunghe sessioni erotiche dei protagonisti, e diventano persino funzionali nella fatale disfida del risentimento e della fame d’amore.
Come il jamón, anche la silhouette del toro dei liquori Osborne, famosa in Italia anche grazie al film, così come il gioco della corrida, si prestano a celebrare lo stereotipo iberico in una ruffiana operazione di autopromozione che fa perno sulle simpatie per la movida nei simboli culturali della Spagna degli anni ’80 e ’90.


Javier Bardem e Penélope Cruz in Prosciutto prosciutto
(Webphoto)Cosa apprezzare del film? Certamente la mano di un regista originale. E probabilmente la denuncia del perbenismo sociale che nasconde le sue pulsioni e gli egoismi dietro al conformismo ipocrita e apparente di chi non sa gestire i dinamismi relazionali famigliari e di potere. Un melodramma che ripropone un plot conosciuto, quello shakespeariano del conflitto tra Montecchi e Capuleti, ma che sfuma la tragedia nell’ironia dei titoli di coda dove le identità dei personaggi sono sostituite da un giudizio di valore dato dallo stesso autore nelle qualifiche dei protagonisti principali. Padri, madri e figli scorretti, raffigurati plasticamente, e ironicamente, nella “pieta” di passioni drammatiche, vittime essi stessi dei loro sentimenti falliti.



