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Qualcuno si chiederà come mai il film di Wong Kar-way sia finito in una rubrica come Confessionale. Quali cose avrà da farsi perdonare o quali avrà toccato per ottenere una rilettura critica riconciliante? Niente di tutto ciò! Del resto la Rivista ne ha dato una splendida recensione.
Il sentimento che sta alla base di chi scrive, a poco più di 25 anni dalla presentazione del film a Cannes, è quello di sottolinearne la carica morale che contiene e che dà più forza all’estetica realizzata dal regista confezionando un capolavoro così elegante da ricordare i più bravi stilisti del cinema e non solo.
Vengono in mente maestri di stile visivo e dei sentimenti come Antonioni, Resnais e Bertolucci; si manifesta la calma fluida e contemplativa delle atmosfere wendersiane; prendono vita le cromature almodovariane del desiderio… ma tutto con una mano registica personalissima portata all’apice dall’interpretazione dei due straordinari protagonisti: Tony Leung (Chow) e Maggie Cheung (Su-lin). Non si vedono molti altri personaggi in questa storia, un passo a due dove persino le ombre, le rifrazioni “speculari”, i particolari fisici o i dettagli di cose, compongono un tableau vivant in cui la cinepresa però è sempre in movimento, a sfiorare muri, cose e corpi, realizzando inquadrature degne dell’arte pittorica.


Tutto è stretto, ristretto dall’ambiente quasi claustrofobico di corridoi o stanze affollate, di vicoli o scale, di angoli e piccoli uffici, con la sola carrellata finale, ampia, aperta, lenta, sul tempio di Angkor Wat con cui far risaltare il fasto decadente del film e della Hong Kong dei primi anni Sessanta in cui è ambientato; una città multiculturale in crisi e insicura, in cui le comunità dei migranti (filippini, i Koo, di Singapore, il signor Ping, o di Shangai, la signora Suen) garantiscono riparo e protezione, e non solo fisico. Su-lin e Chow si incrociano per la prima volta quando entrambi, in cerca di una stanza in affitto, la trovano in due appartamenti contigui.
Avviano una frequentazione che li porterà a scoprire il tradimento dei rispettivi coniugi che sono amanti. Il loro rapporto è motivato dal bisogno di scoprire perché il loro matrimonio si è deteriorato, dove hanno sbagliato, quale responsabilità hanno avuto nel produrre la defaillance sentimentale. Capiscono che tutto si è generato da una frequentazione semplice, fatta di condivisione e di gesti quotidiani come mangiare insieme (il cibo si rende presente in varie scene), leggere o scrivere una porzione di romanzo, comunicare i propri sentimenti, scambiare qualche gesto di attenzione che si manifesta nel regalo di una borsa o di una cravatta o di una pentola speciale… una escalation che genera passione e conseguenze.
È ciò che stanno sperimentando entrambi, sfiorando il limite che rende la sorte comune di traditi prima in amore platonico, e poi in innamoramento vero e dichiarato, che si blocca davanti alla consapevolezza di un impegno di fedeltà che pur sollecitato dalla attrazione fisica e sentimentale non può e “non vorrebbe” diventare imitazione. Non dobbiamo essere come loro. Il pianto disperato di S-lin, ma anche la disperazione di Chow, preludono a una separazione senza speranza. In ciò la “di-sperazione” di entrambi.


In the Mood for Love
Vari i tentativi di infrangere il limite della responsabilità coniugale (l’insistenza del dettaglio dell’anello matrimoniale) lasciandosi trasportare da una passione possibile, palpabile, ma che rimane un desiderio sublimato e allo stesso tempo doloroso. Due amanti che si incrociano, si sfiorano, si danno appuntamento, si riempiono di attenzioni e delicatezze, si dichiarano affettivamente… ma che si sacrificano in nome di un proposito quasi religioso: “Non dobbiamo essere come loro”.
Due solitudini in vena di amare, che vogliono amare e sentirsi amati, il bisogno ancestrale di ogni essere umano nato con una carenza che si manifesta come risorsa e allo stesso tempo incapacità. Singapore si presenta come l’Eden di un possibile futuro: “Sono io. Se ci fosse un biglietto in più, verresti via con me?”. Un intreccio di occasioni mancate, di silenzi al telefono, di sliding doors fatali. “Sono io. Se ci fosse un biglietto in più, mi porteresti via con te?”. Il segreto del loro amore rimarrà tale e verrà affidato a un foro nel muro di un tempio cambogiano.
Tutto è cambiato però, lo rivela l’abbigliamento e un bambino di tre anni. Lei tornerà dopo tre anni a vivere nello stesso appartamento. Lui vivrà nella nostalgia del ricordo di un tempo perduto. L’infelicità è il prodotto di un amore che paradossalmente ha ceduto di fronte alla responsabilità, ma dire se sia stata la scelta giusta non solo è arduo, ma può apparire oggi più che mai una distorsione inutile, un travisamento del buon senso comune nella contemporaneità dei sentimenti. In fondo i due condividevano la condizione del tradimento. Ma la scelta “eroica” a cui sono arrivati non è tale per la decisione in sé, quanto per l’onestà della loro relazione che raggiunge le colorazioni del romanzo sentimentale e che tocca la sfera emotiva, intima dei suoi eroi.


La qualità romanticamente morale è sostenuta dalla carica narrativa della musica che svolge quasi il compito della voce off di un narratore che conosce e commenta lo stato d’animo dei protagonisti. L’uso del rallenty è davvero di una potenza artistica, oltre che sentimentale, in quella che si rivela l’antifona del film che sottolinea le fasi del crescendo amoroso narrato, e cioè il Jumeri’s Theme composto da Umebayashi Shigeru, ma anche l’utilizzo dei tre brani cantati da Nat King Cole.
Il film di Wong Kar-wai possiede una eleganza narrativa che seduce lo spettatore. Un film in cui la passione non ha bisogno di manifestarsi in epifanie carnali lasciando che la forza dei sentimenti si riveli, quasi come ossimori, nella delicatezza passionale, nel tormento responsabile, nel desiderio sacrificato, nell’infelicità scelta, ma non per questo masochista. Le parole della voce femminile che introducono la storia sono in tal senso la vera chiave di lettura: “Fu un momento imbarazzante. Lei se ne stava timida, a testa bassa, per dargli l'occasione di avvicinarsi. Ma lui non poteva, non ne aveva il coraggio. Allora lei si voltò e andò via”.
