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Blossoms Shanghai - WEBPHOTO
Memoria e nostalgia sono tra i motori narrativi più potenti, non perché garantiscano un ritorno assicurato o consolatorio, ma perché organizzano il tempo secondo una logica retroattiva, trasformando ciò che è stato in ciò che vale la pena ricordare. Questo potere diventa particolarmente evidente quando le impalcature della memoria si innestano in un contesto che, nell’immaginario collettivo, è interamente proiettato in avanti, al futuro: la Cina.
La Cina degli anni Novanta, con la Shanghai che ne è vetrina, coincide con quell’istante in cui il futuro sembra non solo possibile, ma doveroso. L’accelerazione economica è promessa, la mobilità sociale diventa grammatica e il consumo si configura come linguaggio.
È qui che la serie Blossoms Shanghai di Wong Kar-wai compie un gesto più radicale di quanto non lasci intendere la superficie in costume del progetto. Gli anni ’90 non sono una cornice: sono l’ora esatta in cui una città, e con lei un intero paese, impara a desiderare in modo nuovo.
L’effetto è splendido e paradossale, ciò che sembra proiettato al futuro genera immediatamente nostalgia. Una nostalgia di un presente appena trascorso che chiede di essere già ricordato per poter essere usato come capitale sociale ed emotivo.
Il tempo come grammatica e la città come personaggio
Wong Kar-wai formulava con nitidezza in un’intervista ai Cahiers du Cinéma del 1999: «Hong Kong esiste in tutti i miei film come un vero e proprio personaggio». In quella dichiarazione non c’è soltanto un’affezione biografica, ma un principio di messa in scena: la città è un agente che determina velocità, prossimità, collisioni, possibilità di incontro e addio. Un principio che possiamo ritrovare nella Shangai raccontata nella serie.
Trasportare oggi quell’intuizione dentro Blossoms Shanghai significa cogliere una cifra decisiva del progetto: non siamo davanti a una semplice trasferta geografica, ma ad un mutamento di funzione. Se Hong Kong era spesso la figura dell’impermanenza, Shanghai diventa un palcoscenico in cui il futuro viene interiorizzato come norma e la modernizzazione si traduce in grammatica del desiderio.
Nel canone di Wong Kar-wai, d’altronde, il tempo non è mai un tema aggiuntivo. La temporalità è la forma stessa del racconto reso leggibile da scadenze, appuntamenti, minuti che pesano. Il tempo per i personaggi è simultaneità che non coincide ed è soprattutto fabbricato dal ricordo, dove il desiderio nasce dalla sua persistenza mentale. È sufficiente ripercorrere alcuni passaggi della sua filmografia per vedere come questa grammatica sia sempre stata inseparabile dalla città: Days of Being Wild misura l’intimità come frazione del tempo, Chungking Express trasforma la deperibilità in countdown quotidiano, Fallen Angels frantuma la simultaneità in solitudini che non riescono a sincronizzarsi. Con In the Mood for Love e 2046 la memoria diventa stile e ripetizione: stanze e corridoi come macchine del tempo, il futuro già nominato come data, dunque già vincolato ad un destino.
Shanghai è la città dell’eco
A rendere ancora più necessaria questa traslazione da Hong Kong a Shanghai è la dimensione biografica, che Wong Kar-wai esplicita in una intervista rilasciata a MUBI in occasione del lancio della serie. Shanghai, dice, è per lui una «città di echi»: un palinsesto in cui «i ricordi dei genitori» si sovrappongono alle brevi impressioni dell’infanzia. Il regista lascia la città nel 1963, torna nel 1976 percependola come «sconosciuta» e negli anni continua a tornarci «in cerca di tracce» della sua Shanghai.
Blossoms Shanghai è parte di questa ricerca. La serie nasce come gesto di inseguimento, cerca la vitalità di un momento in cui la città si ridefiniva in maniera febbrile.
Il formato episodico è un linguaggio adeguato a mostrare le relazioni che maturano e i cambiamenti impercettibili di una città in evoluzione. La decisione di concentrarsi sul crocevia tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90 risponde alla medesima logica: è lì che i personaggi, usciti dall’innocenza e trascinati nel «fiume in piena della Storia», affrontano il passaggio mastodontico dall’economia pianificata a quella di mercato, ed è in quel fuoco che vengono forgiati «i loro volti, le loro reinvenzioni e le loro stesse anime».
Hong Kong e Shanghai sono gemelle, città speculari. Nei film degli anni Novanta riprendeva Hong Kong per cercarvi tracce di Shanghai; filmando Shanghai, ritrova il riflesso della Hong Kong degli anni ’90. L’ascesa di una città «ha istigato la fame dell’altra». Blossoms Shangai diventa così la storia condivisa di un destino.
Capitale, ma soprattutto tempo
Il capitale evocato dalla serie passa attraverso l’opulenza del quadro: superfici, luci, interni che non ostentano soltanto ricchezza ma un’educazione dello sguardo. La macchina da presa percorre Huanghe Road come se registrasse una soglia. Ridurre la posta in gioco a un capitale puramente economico significherebbe mancare il punto più interessante.
Qui la dinamica centrale non è l’avidità declinata in guerra dinastica, come accade in Succession, bensì la temporalità: chi può permettersi di attendere, chi deve anticipare, chi resta impigliato in un ritardo che è già una forma di esclusione. La nostalgia, allora, non è rimpianto: è nostalgia di una crescita, ossia desiderio retroattivo di un movimento che si vuole sempre in accelerazione. È la malinconia di un futuro che, per essere credibile, ha bisogno di essere già ricordato come inevitabile.
I personaggi della Shangai di Won Kar-wai
È per questo che Ah Bao non funziona soltanto come protagonista, ma come forma della città. La sua traiettoria è costruita come un’impresa vivente: un uomo che deve continuamente raccontarsi per esistere. In una Shanghai in cui reputazione e liquidità si specchiano a vicenda, il successo non basta e deve essere convertito in memoria spendibile. La nostalgia nasce già qui, nel presente dove ogni passo avanti è immediatamente trasformato in racconto di ciò che è stato, perché solo ciò che è stato può garantire credito.
I personaggi femminili sono perfettamente funzionali per rendere la nostalgia una materia concreta e non semplice alone estetico. Miss Wang incarna la tensione tra disciplina del lavoro e desiderio di mobilità, osserva Ah Bao non soltanto come figura affettiva o morale, ma come frutto di un periodo storico. Nel suo sguardo c’è la consapevolezza che l’ascesa è reale e insieme fragilissima: dipende da una finestra temporale, da un ritmo che può cambiare senza preavviso.
Li Li (e con lei il Gran Lisboa) sposta ancora la questione, con lei la nostalgia diventa esplicitamente merce e atmosfera. Il Gran Lisboa è un dispositivo di scambio, un luogo in cui il tempo viene impacchettato e reso rituale: entrarci significa ritualizzare relazioni che si rinnovano, si tradiscono e cambiano direzione.
Spazi angusti: dalla nicchia del telefono ai privé
Se la città è un personaggio, lo è anche perché prende corpo in una serie di micro-spazi che impongono ai corpi ritmi e posture: corridoi, scale, stanze in affitto e soglie. Nella filmografia di Wong Kar-wai ritorna spesso l’attenzione alla strettoia, al passaggio complicato ma obbligato: dai luoghi di 2046, alle stanze di Chungking Express, ai corridoi di In The Mood for Love.
Blossoms Shanghai riprende questo principio e lo ricolloca nella Shanghai degli anni Novanta, sostituendo alla nicchia privata una serie di luoghi in cui la prossimità è regolata e mercificata. I privé funzionano come camere di compressione del desiderio: ci si entra per concludere e per tradire.
La ripetizione degli ingressi e delle uscite, il tornare agli stessi tavoli con posizioni sociali mutate, produce quella nostalgia specifica che Wong Kar-wai costruisce attraverso la percezione che ogni presente, appena vissuto, sia già destinato a diventare memoria operativa.
È qui che la serialità si rivela decisiva. Se il cinema di Wong Kar-wai ha spesso distillato la durata in pochi gesti memorabili, la serie può fare della durata un metodo. La serialità, infatti, lavora per ritorni e accumuli, per variazioni minime che cambiano il senso di ciò che sembra identico. Episodio dopo episodio, la nostalgia smette di essere malinconia e diventa ambiguità operativa: una fabbrica che produce desideri e li rimette in circolo, in questa direzione è emblematico l’utilizzo dello step-printing.
Nostalgia come capitale emotivo
Il capitale evocato in Blossoms Shanghai è un capitale emotivo investito dallo stesso Wong Kar-wai. Il regista sfrutta l’economia dell’attesa per mostrare come il passato, quando viene reiterato, sia una risorsa: una moneta relazionale con cui negoziare identità, gerarchie e sogni. I personaggi investono nel ricordo per riscrivere sconfitte, proteggere reputazioni e rendere credibile un io che la città chiede di aggiornare continuamente.
Blossoms Shanghai mostra la nostalgia come sistema. L’opera evidenzia una possibilità specifica della serialità contemporanea: raccontare non tanto ciò che accade, quanto ciò che lascia tracce. La nostalgia è la forma stessa con cui una città, e un paese, imparano a desiderare. E a pagare, in anticipo, il prezzo emotivo di quel desiderio.
