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Eyes Wide Shut
Strano, ma incisivamente espressivo il titolo che Stanley Kubrick ha scelto per quello che poi sarebbe risultato il suo ultimo film, Eyes Wide Shut, uscito postumo e presentato a Venezia nel 1999, pochi mesi dopo la sua morte. Il titolo contiene una antinomia eccentrica. Potrebbe essere tradotto come “occhi apertamente chiusi”, un ossimoro, un paradosso che esplora l’ambiguità del rapporto realtà e sogno, il fenomenico e l’onirico.
Una potenziale chiave di lettura potrebbe essere L’arte di amare di Ovidio, citato nei dialoghi, il cui protagonista attua una strategia in cui tutti i mezzi, leali e sleali, sono ammessi per raggiungere l’obiettivo di mostrarsi forte di fronte alla donna per non diventare un debole amante-schiavo. Ben diverso il tenore di L’arte di amare di Erich Fromm dove è invece richiesta la maturità personale dell’amante e il superamento del patriarcato.
William e Alice sono una coppia perfetta: giovani, belli, eleganti, integrati nel jet set newyorkese, e innamorati. Fra di loro tutto sembra funzionare in modo impeccabile. Hanno una splendida casa e una figlia a cui rivolgono le loro attenzioni di genitori affettuosi. Anche il tempo natalizio in cui la vicenda ha svolgimento sembra partecipare all’armonia famigliare. Ma l’occasione di una festa sfarzosa organizzata da un ricco faccendiere dell’alta società, amico dei due protagonisti, avvia una serie di situazioni e rivelazioni che mettono a dura prova la coppia acuendo la crisi della solidità del loro rapporto, e offuscando la verità del loro amore.
Con Eyes Wide Shut, Kubrick ci regala un dramma psicologico dalle venature del thriller, in cui punta il focus sulla deriva etica della società e del matrimonio, al passaggio dal vecchio al nuovo millennio. Una storia crepuscolare che si ispira al romanzo Doppio sogno di Arthur Schnitzler, ambientata in una New York di fine millennio (il romanzo lo è invece nella Vienna degli inizi del XX secolo), ma girata a Londra per la conosciuta aerofobia del regista.


Tom Cruise in Eyes Wide Shut
(Webphoto)Al di là della resa del film, che vede come protagonisti Nicole Kidman e Tom Cruise, all’epoca sposi anche nella vita e probabilmente già in crisi (divorzieranno poco dopo), Eyes Wide Shut ha il valore di farci partecipare a una lunga e scarnificante seduta psicologica che si dipana in due momenti all’interno di una sorta di tragedia dei sentimenti, anch’essa in due tempi.
Il doppio ritorna ancora nei due momenti di dialogo, rivelatore dei desideri sessuali più nascosti tra i due coniugi, che fanno da prologo ed epilogo al film. In mezzo la camminata notturna di William per Greenwich Village, assillato dalla “realtà onirica” che proietta nella sua mente il tradimento immaginato di Alice con un giovane ufficiale della marina, e il viaggio delle tentazioni a cui va incontro: la figlia del suo paziente morto che gli rivela il forte desiderio di lui; la giovane prostituta Domino da cui si “salva” grazie alla telefonata di Alice; l’incontro con l’amico Nick Nightingale che lo incuriosisce e lo introduce alla misteriosa festa dell’elegante villa dei sobborghi newyorkesi; e infine la figlia adolescente dalle manie ninfomani di Milick, il proprietario del negozio di costumi da cui si reca.
Episodio culmine della storia è l’affollata festa orgiastico-dionisiaca che si conclude tragicamente e di cui non si conosceranno mai le responsabilità reali di due eventi violenti che ne conseguono. Qui sta l’apice della deriva etica e dell’ipocrisia di una società borghese, sedotta dalla passione morbosa dell’esoterismo e mascherata per velare incapacità e disturbi immostrabili, inadeguati alla carica morale rivestita nella “normalità” della vita quotidiana. Da qui il viaggio a ritroso nelle tentazioni, alla ricerca di una verità “reale”, che lo renderanno ragionevole e disposto al confronto con Alice.
Film misurato dal punto di vista dei dialoghi, dove si nota una stonatura tra le due ambientazioni temporali, del film e del libro (il primo sembra risentire la forzatura del passo del tempo). Rimane però la possibilità di riflettere su temi di delicata importanza morale come le relazioni affettive e i doveri matrimoniali, i desideri e la passione sessuale, la gelosia e l’esclusività, la disparità di potere tra sessi (chi può e chi non può tradire), l’onestà e i tradimenti pensati e realizzati, l’immaginazione e la realtà, la fiducia e la fedeltà, l’occasione e la routine, il “per sempre” e la libertà (che può presentarsi però più come un capriccio che un impegno).


Nicole Kidman in Eyes Wide Shut
(Webphoto)La storia si presenta come una discesa nell’inconscio erotico dove il sogno si caratterizza di sfumature freudiane, morbide e morbose allo stesso tempo, che non danno pace e che si rendono presenti con immagini virate di scuro e di grigio, notturne e fredde, contrastanti con le sfumature dorate e calde della realtà. Sono tentazioni cucite dal pensiero che materializza fantasie cariche di erotismo quasi esplicito, con i corpi femminili nudi esibiti. Sembra più il desiderio freudianamente frustrato di un maschio convinto che tradire è nelle sue possibilità, che è disposto a giustificare la cupidigia di un altro uomo per la propria donna, che però è incapace di accettare la possibilità di essere tradito.
Il frutto della sua immaginazione, il tradimento di Alice, è avvenuto nei desideri ma non si è mai concretizzato, mentre il resto è accompagnato da tentazioni, alcune delle quali si stanno quasi per compiere. Il deus ex machina è comunque l’amore, non quello che è “per sempre”, ma quello ravvivato dalle attenzioni, non ultima quella sessuale. Il desiderio non deve varcare la soglia della “casa” dove si costruisce l’amore sponsale.
Come in ogni opera di Kubrick, fondamentale è la scelta della musica non originale per la costruzione emotiva del film. In questo caso le musiche di Jocelyn Pook creano un clima misterioso, esoterico, di sacro e profano; la Musica Ricercata, II di György Ligeti è un potente produttore di sospensione e tensione; Baby, Did a Bad Bad Thing di Chris Isaak prepara e anticipa i desideri più intimi dei due protagonisti; il valzer dalla Jazz Suite No. 2: VI. Waltz 2 di Dmitry Shostakovich richiama gli eleganti ambienti viennesi di inizio 900 recuperando una liaison con il libro ispiratore del film. L’attestata esperienza visiva del regista restituisce un’atmosfera onirica e inquietante alla storia, nonostante l’uso di una luce morbida ed edulcorata che il direttore della fotografia sfuoca per dare un effetto flou alle luci natalizie, onnipresenti in molti ambienti con decorazioni interne ed esterne che offuscano dietro al calore della festa un clima di doppiezza e di tradimenti famigliari.


