Il problema era già emerso con forza allo scorso Festival di Cannes, ieri è esploso (insieme alla questione sulla scarsa rappresentanza femminile in concorso) all’annuncio del programma della prossima Mostra di Venezia, la numero 83: dove sono finiti i film prodotti dai grandi studios, tradotto i “grossi film hollywoodiani”?

Dove sono finiti i gloriosi tempi – durati una manciata d’anni eh, non è che stiamo parlando di un’abitudine secolare – in cui La La Land (2016, alle spalle c’era la Summit Entertainment, uno studio sì ma indipendente, il distributore era Lionsgate) apriva la Mostra, Emma Stone vinceva la Coppa Volpi e poi il film otteneva 14 nomination agli Oscar (vincendone 6), incassando più di 500 milioni di dollari in tutto il mondo? O, ancora meglio, quando tre anni dopo Joker sbalordì il Festival, vinceva il Leone d’Oro, ottenendo poi 11 nomination Oscar (vincendone 2) ma soprattutto incassando 1,5 miliardi di dollari nel mondo?

Joker (2019)
Joker (2019)

Joker (2019)

(Niko Tavernise)

Era il 2019, lo stesso anno a Cannes, qualche mese prima, si imponeva l’inaspettato Parasite di Bong Joon-ho, produzione sudcoreana ma acquisizione NEON, con conseguente affermazione (l’anno successivo) agli Academy Awards con 4 statuette, stabilendo addirittura il primato di vincere sia per miglior film che per miglior film internazionale (oltre che per la regia). In quella stessa edizione, in gara sulla Croisette, c’era anche l’ultimo (finora) film di Quentin Tarantino, C’era una volta a… Hollywood (Columbia Pictures), che a Cannes non vinse nulla poi però ottenne 2 Oscar (su 10 nomination) e quasi 400 milioni di dollari d’incasso globale.

Parasite di Bong Joon-ho
Parasite di Bong Joon-ho

Parasite di Bong Joon-ho

Eravamo ancora in piena era pre-Covid, pre-scioperi hollywoodiani (2023), pre-allarme Intelligenza Artificiale: sembra assurdo dirlo, ma eravamo davvero in un’altra epoca. Come pure sembrerà assurdo ricordarlo, ma non è che nei primi anni di questo secolo i due più grandi festival cinematografici del mondo (Cannes e Venezia appunto) ospitassero ogni anno chissà quanti blockbuster (d’autore) e d’oltreoceano: nel 2001 a Venezia la Warner portava fuori concorso Training Day (poi premiato con l’Oscar per Denzel Washington), qualche mese prima a Berlino Halle Berry veniva premiata per Monster’s Ball (Lionsgate), aggiudicandosi poi anche lei l’Oscar. 

Nel 2003 sempre la Warner portava in gara a Cannes Mystic River di Eastwood, nessun premio ma poi 2 Oscar (per Sean Penn e Tim Robbins), due anni dopo a Venezia si imponeva Ang Lee con I segreti di Brokeback Mountain (Focus Features), vincendo poi 3 Oscar. Lo stesso anno c’era anche Clooney (Osella per la sceneggiatura e Coppa Volpi per David Strathairn) con Good Night, and Good Luck. (Warner Indepedent), che ottenne poi 6 nomination ma nessuna statuetta.

L’anno successivo sempre a Venezia Alfonso Cuarón era in gara con il bellissimo I figli degli uomini (Universal), Osella per la migliore fotografia e 3 nomination Oscar. 

Nel 2007 la Miramax portava a Cannes Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen: nessun premio al Festival, poi 8 nomination e 4 premi Oscar, tra cui film e regia. Qualche mese dopo, a Venezia, la Warner era in gara con L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford: Coppa Volpi Brad Pitt e 2 nomination Oscar.

Nel 2008 The Hurt Locker di Kathryn Bigelow (Summit Entertainment, indipendente) a Venezia non vinse nulla, poi nel 2010 (uscì negli States nel 2009) vinse 6 premi Oscar tra cui miglior film.

Nel 2009 a Cannes Bastardi senza gloria (Weinstein Company) ottenne il premio per l’interpretazione di Christoph Waltz, poi premio Oscar (su 8 candidature) e 321 milioni di dollari incassati nel mondo.

L’anno successivo (2010) Il cigno nero (Fox Searchlight) aprì la Mostra di Venezia, poi ottenne 5 nomination Oscar con statuetta per Natalie Portman. 

Nel 2011 ci fu lo straordinario caso di The Artist (produzione francese, acquistato per gli States da Weinstein...), che a Cannes ottenne il premio per l’interpretazione di Jean Dujardin, poi 5 premi Oscar tra cui film, regia e attore, incassando oltre 130 milioni di dollari in tutto il mondo.

L’anno che forse sancì definitivamente la prima vera infatuazione tra gli studios e la Mostra di Venezia è stato però il 2013: Gravity di Cuarón (Warner Bros.) aprì il Festival fuori concorso, accoglienza trionfale che poi accompagnò il film verso 7 premi Oscar (su 10 nomination), tra cui quello per la regia ma non per miglior film, con 723 milioni di dollari incassati nel mondo.

Gravity
Gravity

Gravity

La combinazione vincente si ripeté l’anno successivo, il 2014, stavolta a vantaggio della 20th Century Fox: Birdman apre Venezia, stavolta in concorso, non ottiene nessun premio ma qualche mese dopo vince 4 premi Oscar (su 9 nomination) tra cui film e regia. Il botteghino non è altrettanto esplosivo, seppur più che dignitoso, con oltre 100 milioni di dollari worldwide.

A Cannes era passato invece Foxcatcher di Bennett Miller (Sony), premiato per la regia sulla Croisette, poi 5 nomination agli Oscar.

Ma è l’anno dopo, il 2015, che il festival francese ospita due grandi blockbuster, fuori concorso: Mad Max: Fury Road (Village Roadshow con Warner distributore) e Inside Out (Disney/Pixar): il primo ottiene 10 nomination Oscar, con 6 vinti (incassando 380 milioni di dollari nel mondo); il secondo vince l’Oscar per la migliore animazione (con nomination anche per la sceneggiatura) e incassa 860 milioni di dollari nel mondo.

Mad Max: Fury Road
Mad Max: Fury Road

Mad Max: Fury Road

A Venezia invece fu la volta del Caso Spotlight (prodotto da studi indipendenti), anche questo fuori concorso, che poi vinse 2 premi Oscar: miglior film e sceneggiatura.

Del 2016 (La La Land) abbiamo già detto, vale la pena ricordare che quell’anno in concorso c’era anche Arrival di Denis Villeneuve, sempre prodotto da studi indipendenti (ma distribuito da Warner): nessun premio al Lido, poi però un Oscar vinto (montaggio sonoro) su 8 nomination. E 213 milioni di dollari incassati nel mondo, non malissimo per un film di fantascienza d’autore.

È l’inizio di un quadriennio irripetibile: nel 2017 La forma dell’acqua (Fox Searchlight Pictures) di Guillermo del Toro vince il Leone d’Oro, poi 4 premi Oscar su 13 nomination, tra cui film e regia (193 milioni di dollari incassati); nel 2018 Roma (produzione messicana, distributore mondiale Netflix) di Alfonso Cuarón vince il Leone d’Oro, ottiene poi 10 nomination Oscar, ne vince 3 tra cui regia e miglior film internazionale, ma non miglior film. Lo stesso anno compete alla Mostra anche La favorita (20th Century Fox) di Yorgos Lanthimos: Coppa Volpi e Oscar per Olivia Colman, su 10 candidature. E fuori concorso c’era A Star is Born (case di produzione indipendenti, ma distributore mondiale Warner Bros.): un Oscar (miglior canzone originale) su 8 candidature. E 440 milioni di dollari incassati nel mondo.

L’apice si raggiunge come detto nel 2019 (con Joker), poi nel 2020 Cannes viene annullato, Venezia riesce ad esistere (con enormi limitazioni dovute al Covid) e vede l’affermazione di Nomadland di Chloé Zhao (Walt Disney Studios), che al Leone d’Oro aggiunge poi 3 Oscar (film, regia, attrice).

L’anno successivo la Warner Bros. porta fuori concorso Dune di Villeneuve, che poi ottiene 6 Oscar (su 10 nomination), tutti premi tecnici certo, ma buttali via e, soprattutto, 410 milioni di dollari nel mondo.

Nel 2022 anche il Festival di Cannes ritrova una certa “normalità”, e fuori concorso arrivano Elvis (Warner Bros.), poi 8 nomination Oscar e 288 milioni di dollari nel mondo, ma soprattutto Top Gun: Maverick (Paramount): 1 Oscar su 6 nomination e l’incasso monstre di 1,5 miliardi di dollari nel mondo: non a caso venne salutato a livello planetario come il film che risollevò le sorti dell’industria all’indomani della pandemia globale. 

Tom Cruise è Pete \\\"Maverick\\\" Mitchell in Top Gun: Maverick. © 2022 Paramount Pictures Corporation. All rights reserved.
Tom Cruise è Pete \\\"Maverick\\\" Mitchell in Top Gun: Maverick. © 2022 Paramount Pictures Corporation. All rights reserved.
Tom Cruise plays Capt. Pete "Maverick" Mitchell in Top Gun: Maverick from Paramount Pictures, Skydance and Jerry Bruckheimer Films. (Paramount Pictures)

L’anno successivo sulla Croisette arrivò, sempre fuori concorso, Indiana Jones e il quadrante del destino (Walt Disney), premiere mondiale che anticipò un incasso worldwide di 383 milioni di dollari nel mondo. La Palma d’Oro del concorso la vinse Anatomia di una caduta (poi un Oscar su 5 nomination), mentre il Grand Prix andò a La zona d’interesse, che poi si impose agli Oscar come miglior film internazionale e per il miglior sonoro.

Sempre nel 2023, a Venezia, Povere creature! di Yorgos Lanthimos (Searchlight Pictures) vinceva il Leone d’Oro, ottenendo poi 4 premi Oscar su 11 candidature. 

Qualche mese prima, però, ci fu il primo vero scossone: Everything Everywhere All at Once viene presentato al South by Southwest nel marzo dell’anno precedente (2022), poi ottiene 11 nomination Oscar, vincendone 7 nelle categorie principali. È la grande affermazione di A24. E, forse, un nuovo modo di “concepire” la corsa agli Oscar.

Prima di arrivare al “punto di rottura” (sarà un caso, ma il terrificante flop di Joker: Folie à Deux nel 2024 coincide con l’ultimo film Warner presentato a Venezia, e anche a Cannes), è bene forse soffermarsi su un trend che ha caratterizzato i due grandi festival in quegli anni: i film americani che si imponevano al Lido hanno poi avuto un ottimo slancio per la awards season, sulla Croisette è accaduto esattamente lo stesso, semplicemente con film non prodotti dagli studios.

Da Parasite in poi ogni grande affermazione nel Palmares del festival francese ha coinciso poi con l’inizio di un lungo cammino verso i riconoscimenti internazionali successivi: è accaduto per Triangle of Sadness, Anatomia di una caduta, Sentimental Value, La zona d’interesse, L’agente segreto, lo stesso Sirat. Il culmine, dopo Parasite, è stato raggiunto da Anora di Sean Baker, americano sì ma indipendente (sempre con la NEON ad acquisire...), che nel 2024 vince la Palma d’oro e poi fa man bassa agli Oscar: 5 statuette (tra cui film e regia) su 6 nomination.

La percezione, insomma, è che negli anni subito precedenti a questi ultimi il trend fosse quello – per gli studios – di portare a Cannes titoli esplosivi e pop (fuori concorso), vedi Mad Max e Top Gun: Maverick (aggiungiamoci anche, nel 2025, l’ultimo capitolo di Mission: Impossible), scegliendo invece per Venezia l’affermazione “autoriale” di un concorso che poi, di lì a poco, avrebbe spalancato le porte verso l’Awards Season.

Poi però, del tutto inaspettatamente, è arrivato il 2024: solamente cinque anni dopo il trionfo planetario del film precedente, l’accoglienza a Venezia per Joker: Folie à Deux è tiepida per usare un eufemismo. Il film ottiene 7 nomination ai Razzie Awards (vincendone due) e incassa poco più di 200 milioni di dollari nel mondo. A fronte di un budget pressappoco analogo. Un flop incredibile.

Alla Warner però basterà l’anno successivo per dimenticare tutto: nell’aprile del 2025 esce Sinners di Ryan Coogler, nessuna premiere festivaliera e un lento, inesorabile percorso che contro ogni aspettativa (per noi capiscers...) lo porterà ad ottenere 16 nomination agli Oscar (il più alto numero di sempre), 371 milioni di dollari nel mondo. Che per un horror, insomma, mica male. 

Fatalità vuole che a fine settembre, sempre del 2025, è fissata la release di Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson: capirai, uscita mondiale a fine settembre, sicuro il film segnerà il ritorno di PTA in concorso a Venezia tredici anni dopo The Masters. Manco per niente: da una parte il regista che ha deciso di non tornare più ai festival, dall’altra la Warner che si fa i conti del caso… risultato? Il film esce direttamente nelle sale, recensioni entusiastiche, risposta del pubblico incredibile (oltre 200 milioni di dollari incassati), ma soprattutto 13 nomination Oscar e 6 statuette vinte, tra cui miglior film, regia, attore non protagonista (Sean Penn) e sceneggiatura non originale. 

Una battaglia dopo l'altra
Una battaglia dopo l'altra

Una battaglia dopo l'altra

Vuoi vedere che l’adagio calcistico (“squadra che vince non si cambia”) ben si adatta anche alle logiche industriali del cinema? Allora sai che c’è? Digger di Iñárritu con Tom Cruise lo fissiamo al 2 ottobre 2026: noi immarcescibili creduloni subito a piazzarlo in premiere mondiale alla Mostra di Venezia. E invece, anche stavolta, si arriverà nelle sale senza passare dai festival.

Uno come Nolan, per dire, lo fa da sempre. La domanda in fondo è molto semplice: per titoli che ormai superano abbondantemente i 100 milioni di dollari di budget (senza contare quelli da aggiungere per il marketing) è meglio investire quello che rimane in martellanti campagne social o rischiare di spendere ulteriori milioni per spostare intere delegazioni per inseguire ovazioni (belle sì, ma monetariamente infruttifere) e ritrovarsi invece a dover fronteggiare reaction “ostili”? Perché discutere è bello eh, ma mai quanto i soldi. 

E allora, tanto per cominciare, perché sennò sembra che l’ultima parola – nel bene o nel male – in questo campo ce l’hanno sempre gli studios (tradotto: “al Festival se ci siamo lo decidiamo noi, e decidiamo pure se essere in concorso o meno”) sarebbe bello, quantomeno per delineare “un indirizzo”, che i grandi Festival si allineassero stabilendo che grande autore o meno, qualunque film (meritevole, certo) che abbia un budget superiore a una certa soglia è ben accetto in selezione, ma fuori competizione. La vetrina mondiale per le major è garantita, il rischio di ricezioni negative smussato, l’investimento per entrambi è salvo. Che poi, alla fine, a noi interessa sempre e solo una cosa: avere la possibilità di ritrovarci al cospetto di film che abbiano qualcosa da dire. E provare a convincere chi ci legge (o ascolta) di andare a vederli.