Biografía de Jorge Luis Borges è un meta-documentario scritto, diretto e interpretato dal regista argentino Mariano Llinás. Un’opera titanica, spiazzante a tratti nella forma e torrenziale nella durata: date le oltre cinque ore di estensione del racconto, è stato proiettato in due parti Fuori Concorso a Venezia 2026, nella sottosezione Non Fiction.

Un film che, sin dal primo fotogramma, ha il sapore dell’ossessione personale e del tributo artistico: Llinás, in una camera d’albergo di Ginevra, città fatale del Nostro, sistema la videocamera sulla scrivania e inizia il racconto.

Sfidando le logiche conservazioniste e distributive della macchina cinema, Llinás racconta l’immane ricerca nel suo farsi, esprimendo il suo bisogno spasmodico di sciogliere il mistero, attraverso il mezzo cinematografico: “Qualcuno potrebbe dirmi: ‘Perché fai un film su Borges, Llinás, quando non hai fatto altro che filmare Borges per tutta la vita?’”.

Il titolo potrebbe anche essere depistante, perché non siamo di fronte a una monografia canonica, giammai cimelistica o enciclopedica. Non è neanche un invito alla lettura con una collazione delle opere, né tantomeno una sfilata di talking heads che offrono il loro contributo per comporre il labirinto di Borges.

Trattasi, piuttosto, di una detective story in prima persona, soggettivamente deformata e selettiva: uno sguardo obliquo, laterale, ironico che si apre al non finito e all’irrisolto – la pioggia di libri dell'autore che cade sul tavolo a inizio film è sintomatica in questo senso – che contempla come scelta poetica clippini, home movies, inquadrature non scolastiche, “sporche”, frammentarie. L’intento è chiaro: sfuggire al compendio televisivo, personalizzare, rompere il diaframma autore-pubblico, mostrare subito l’urgenza privata, misurare ciò che manca, indagare la restanza nella società argentina, nei luoghi salienti di una vita legata al passato del principe dell’ultraismo.

Il carisma letterario del protagonista, così, emerge in absentia, è evocato attraverso i luoghi reali (Ginevra, Buenos Aires e l’Argentina, l’Uruguay) e immaginari della sua vita che nell'opera borgesiana sono sempre la stessa cosa: spalleggiato da un brillante Ernesto Montequín, studioso di lunga data del letterato argentino, il regista va a caccia di lettere, appunti, luoghi, cartoline, prime edizioni, statue, carte geografiche, biblioteche (quella di Buenos Aires, ovviamente, dove il poeta passò gran parte della sua esistenza prima di essere cacciato per dissensi con il regime di Perón), spazi evocati nei libri in cui misurare lo scarto, a distanza di decenni, tra fantasia creatrice e spazio concreto ispiratore.

La sensazione finale è di una ricerca impossibile, vertiginosa, inesausta, citazionistica, uno sforzo chimerico in cui la forma cinematografica si adegua alla complessità, alla stratificazione, alla professione di irrisolto, alla moltiplicazione dei livelli e delle ipotesi che hanno fondato la letteratura borgesiana.

Devota, vorace, dispersiva, inesausta, l’opera si regala frangenti esilaranti e spezzoni da teatro dell’assurdo e indulge volentieri in digressioni che sono “i momenti in cui entra la vita”. Biografía de Jorge Luis Borges è una ricognizione incompleta perché non completabile, una panoramica intramontabile tentata intorno a un essere umano che ha identificato l'intera esistenza nella letteratura – valore massimo e supremo da opporre a barbari tempi di autoritarismi, guerre e devastazioni – e che continua a essere una mastodontica ombra sfuggente, un esempio di abnegazione incrollabile a un ideale culturale che non trova né eredi né tantomeno emuli.