PHOTO
Company - Courtesy of Company
“Di cosa parla Company? Al centro dell’opera c’è un esplicito dibattito morale, eppure è difficile dire con esattezza cosa rappresenti Company per me. Le storie si rivelano appieno molto tempo dopo essere state raccontate, e forse è giusto che sia così”.
Casey Affleck fa il suo esordio in concorso a Venezia 83 con il terzo film da regista (dopo il mockumentary Joaquin Phoenix – Io non sono qui! e Light of My Life): per sua stessa ammissione, non è semplicissimo sintetizzare cosa rappresenti Company, un film costruito con una struttura a scatole cinesi e che attraversa varie epoche.
In una notte piovosa del Natale 1975, una donna misteriosa di nome Evelyn (Emily Alyn Lind) si presenta senza invito a una festa e inizia a raccontare la storia di Tom (Nick Nolte), un eremita ormai anziano che, nel 1953, salva una giovane donna (Caylee Cowan) rimasta bloccata durante una bufera di neve in Colorado. Per ingannare il tempo, l'attrice narra a sua volta una vicenda più antica: quella di una coppia di agricoltori (Adelaide Clemens e Scoot McNairy) che accoglie in casa un giovane vagabondo tormentato (Atticus Affleck, figlio del regista, come Indiana, presente anche lui anche se in un ruolo con meno pose), proprio mentre una serie di efferati omicidi semina il terrore nella regione di frontiera.


Company - Courtesy of Company
Racconti nel racconto, western dell’anima e vampire-movie: Affleck si affida al potere della parola e alla suggestione di ambienti eterni per costruire un film abitato dai fantasmi e dai rimpianti nascosti nella vita di ogni narratore: le storie intrecciate risuonano l’una nell’altra portando a galla un mosaico fatto di solitudine, dolore ereditato e l’eventuale possibilità di redenzione.
La storia “delle storie” è ovviamente quella che riguarda Caleb (il giovane tormentato) e la coppia che gli offre ospitalità: Rebecca ed Emmett mettono in discussione la convinzione di Caleb che la giustizia si possa ottenere solo con la vendetta, mentre lui li costringe a confrontarsi con i limiti della misericordia.
Dalla durata “controllata”, anche se a tratti la percezione macigno prende il sopravvento, Company suggerisce che le storie che ci tramandiamo, che ci raccontiamo a vicenda (e con esse la gentilezza, l’ospitalità che offriamo agli sconosciuti) possano rappresentare l'unica forza capace di spezzare i cicli di amarezza e di violenza, per poterci così finalmente ricondurre a casa. Perché, come ricorda lo stesso Casey Affleck: “Non si tratta di fingere che una ferita non sia reale. Si tratta piuttosto di decidere che non sarà quella ferita ad avere l'ultima parola”.



