PHOTO
Negli anni ’90, una bambina di otto anni, Carolina, viene portata nel deserto del Sahara. Lì incontra i Saharawi, un popolo costretto all’esilio dopo essere stato cacciato dalla propria terra. In quei campi profughi cresce l’idea che il ritorno a casa sia imminente, grazie alla promessa di un referendum che restituirà il Sahara Occidentale al suo popolo.
La leggenda del deserto di Elisabetta Giannini, nella sezione Notti Veneziane alle Giornate degli Autori 2026 e prodotto da Marechiaro di Antonietta De Lillo, parte da un ricordo di famiglia, di quando la sorella fece questo viaggio nel deserto. Tradizionalmente nomadi, gran parte dei Saharawi vive oggi in campi profughi situati nel sud dell'Algeria (nella zona di Tindouf).
Fino al 1975 il Sahara Occidentale è stato una colonia spagnola. Dopo il ritiro della Spagna, il territorio è stato occupato dal Marocco, scatenando un lungo conflitto con il Fronte Polisario (l'organizzazione politica che rappresenta i Saharawi). La situazione attuale: da decenni questo popolo lotta pacificamente per l'autodeterminazione e per la creazione di uno Stato indipendente, promesso dall'ONU che non è mai avvenuto.
Trent’anni dopo: è di nuovo lei, ma adulta. Si ritrova nello stesso Sahara vede ancora gli stessi volti, ma ora sono segnati dagli anni. I bambini che aveva conosciuto sono diventati adulti e una nuova generazione ha preso il loro posto: bambini appena rientrati da Napoli, dove sono stati accolti lontano dal deserto, compiendo un viaggio opposto al suo. C‘è un grande muro che divide i territori occupati e ancora moltissime mine inesplose. Soprattutto una brutale realtà, di cui in tanti non sanno quasi nulla. Attraverso i loro incontri, la protagonista intraprende una ricerca intima e collettiva sul significato di “casa” per chi vive in esilio. Nel confronto tra passato e presente, tra infanzia e maturità, emerge una verità amara: il referendum tanto atteso dai Saharawi si è trasformato in un miraggio. E mentre la speranza si consuma lentamente, una nuova, inquietante prospettiva prende forma. La guerra.
Scrive la regista: “Mi sono imbattuta nelle immagini di un viaggio fatto da mia sorella. Guardando quei filmini di famiglia, mi sono chiesta cosa significhi per una bambina trovarsi improvvisamente in uno scenario così diverso dal proprio e crescere, anche solo per un momento, dentro una realtà segnata dall’attesa e dalla precarietà. Da quella domanda è nato il desiderio di intraprendere un secondo viaggio nei campi profughi Saharawi e ritrovare quel popolo gentile e accogliente, incontrato tempo prima”.
Il film nasce da questo ritorno: tornare negli stessi luoghi cercando di mantenere lo stesso punto di vista, quello di una bambina diventata oggi una donna. Attraverso incontri e conversazioni con bambini di ieri e di oggi, il film prova a interrogarsi sul significato della parola casa. Attraverso le testimonianze, commoventi, emerge una riflessione sull’attesa, sul senso di abbandono e sulla difficoltà di immaginare un futuro quando il tempo sembra fermo e le possibilità di cambiamento sempre più lontano.
Una domanda cruciale attraversa il film: che cosa significa crescere in una condizione di sospensione, sentendo che le soluzioni 25 anni fa sembravano a portata di mano diventano sempre più un miraggio? “Non vogliamo la guerra – dicono a più voci – ma neanche continuare così”.



