Nella Città Vecchia di Gerusalemme un vedovo palestinese, assediato dai coloni, deve provare che il figlio è morto annegato vent’anni prima nel Mar Rosso: la burocrazia israeliana non ha documenti che lo attestano, per cui gli chiede vent’anni di debiti previdenziali mai versati. Kamal, allora, si mette a cercare le prove da solo, ma più prova a ricostruire i fatti, più sorgono dubbi sulla morte del figlio.

Sembra un’opera scritta a sei mani da Beckett, Pirandello e Kafka, in realtà è Conversation with the Sea. Splendido – sin dal titolo che traduce fedelmente per una volta l’originale arabo Hiwar ma' al-bahr –, irredento e intossicante dramma denunciatorio di Muayad Alayan, palestinese classe 1985 residente a Gerusalemme, che, per la sua opera terza, pesca dalla memoria familiare più torbida e intollerabile, filmando la "quotidianità di palestinesi comuni, antieroi, che vivono sotto occupazione nel mondo narrativo segregato di Gerusalemme".

Il regista parte dall’autobiografia, si scontra con l’attualità più desolante, sceglie il realismo per tampinare il senso di colpa d’un uomo isolato e dilaniato, la sua necessità di perdono, accanto ad uno sguardo corale che ingloba la follia distruttiva della violenza religiosa, la crudeltà predatoria degli aguzzini, la barbarie della segregazione e l’insensatezza disarmante di una furia persecutoria che non accenna a placarsi.

Gerusalemme, restituita solo dalla soggettiva del protagonista, è, infatti, “un posto triste e bellissimo”, un rodeo di bande armate, con due popoli, che sarebbero lo stesso, che affrontano con il coltello tra i denti: un labirinto infernale dove si perpetua un “eterno ciclo di violenza e paura”, dove la vita per i pochi palestinesi fa i contin con minacce, espropri, soprusi e arresti.

In questo scenario erra Kamal, sessant’anni, un figlio morto, una moglie deceduta, una fuga in America dopo la tragedia, un mare di debiti e un’altra figlia Wafa, unica sopravvissuta, che lo schifa e lo ignora. Mitragliato già dal risentimento, dal rimpianto, dall’angoscia, Kamal si trova stritolato ora dalla macchinazione burocratica, dalla discriminazione perpetrata per legge, dalla clava razziale azionata per espellerlo definitivamente dalla città vecchia.

Mentre uno spregiudicato immobiliarista ebreo ronza intorno al suo appartamento, lui, scippato di ogni identità scelta (padre, marito, lavoratore, musulmano) e ridotto a una fonte di denaro da spremere, deve riaprire la ferita, ricostruire le tappe della morte del figlio, ridiscendere all’inferno che ha smembrato la famiglia, opporre la ragione ricostruttiva alla memoria che confonde, e ritrovare la pace con la figlia che lo ha disconosciuto.

Pur mantenendo la focalizzazione interna al protagonista – un osso di seppia sballottato dai flutti del conflitto – Alayan rimane fino alla fine in perfetto equilibrio tra il reportage e la denuncia, tra l’assurdo e lo storico, tra la fiction e l’autobiografia (alternando fin dall'inizio frangenti da servizio tv, home movies e scene di finzione) con una sceneggiatura che, più che a riconnettere cause e conseguenze o riportare l’assurdo sul territorio del verosimile, è interessata a denunciare la scia infinita della violenza religiosa (l’antecedente della trama risale nel 2004), la sua persistenza nel presente, gli infiniti lutti seminati dall’odio razziale e la devastazione antropologica di germi d’odio piantati secoli fa.

A cause, infatti, non corrispondono conseguenze: Alayan si ispira a fatti assurdi, ma realmente accaduti. Mostra la tesi e l’antitesi senza inseguire la sintesi: non si ferma alla verità, non è un pacificatore, non edulcora la realtà con una favola improbabile. Si limita a denunciare come il passato di sangue in Palestina, si replichi spaventosamente uguale a sé stesso oggi. 

Senza spazio per la redenzione, la tolleranza e la fraternità, ma con un minimo bagliore di speranza da custodire, quello sì. E da sussurrare, con tutta l’amarezza, al mare.