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Fabrizio Gifuni è Enzo Tortora in Portobello di Marco Bellocchio - Foto ANNA CAMERLINGO
“Dunque, dove eravamo rimasti?”. Con queste parole, il 20 febbraio 1987, Enzo Tortora si ripresentò al suo pubblico dopo un incubo mefistofelico e kafkiano durato oltre tre anni.
Ora, sempre il 20 febbraio, trentanove anni dopo, arriva su HBO Max Portobello, la nuova serie di Marco Bellocchio in sei episodi (a cadenza settimanale, i primi due erano già stati presentati in anteprima alla Mostra di Venezia) dedicata alla drammatica vicenda del presentatore televisivo Enzo Tortora, che fu protagonista di un'insensata odissea giudiziaria.
“La serie va giudicata per quello che è ma non c'è nessun rapporto col referendum, poi ogni cittadino si fa la sua idea”, chiarisce subito il regista di Bobbio, in merito alle tempistiche della release e all’imminente referendum sulla separazione delle carriere.


Il regista Marco Bellocchio - Foto ANNA CAMERLINGO
Sull’argomento anche Fabrizio Gifuni, che dopo aver interpretato Aldo Moro in Esterno notte ora veste i panni di Tortora, chiarisce: “È ovvio che la serie può essere strumentalizzata in ottica referendum. Qual è il timore? Che rispondendo a una domanda in merito, fatalmente tutte le domande successive partiranno da questo ed è un grande torto che si fa a un lavoro durato due-tre anni. E vederlo schiacciato solamente su una contingenza fa male: del referendum parlerò solo dopo la messa in onda. Anche se non è difficile immaginare come la penso”.
Per tornare alla genesi della serie, Bellocchio spiega: “Non è stata una scelta in nome di una battaglia civile, ma come sempre è stata un’immagine – come fu per Moro – a colpirmi. Quella di un uomo che in modo stupito esce in manetta dalla caserma dei carabinieri in Via in Selci. Perché già ci sono tanti giornalisti, tanti fotografi? Evidentemente c’era già una regia e in poche ore questa grande messinscena stava già funzionando. Mi ha colpito il suo stupore, questo lungo incubo senza risveglio”.
Era il 17 giugno 1983, all’alba il noto presentatore venne prelevato dalla sua stanza all’Hotel Plaza di Roma e condotto in quella caserma, dove gli vengono formalizzate le accuse di essere un trafficante di stupefacenti, associazione di stampo mafioso, nello specifico di essere affiliato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.
E così, sulla base delle “rivelazioni” di alcuni pentiti (“dissociati”, così preferivano farsi chiamare), il noto presentatore televisivo (alfiere della Rai insieme a Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Corrado), l’uomo capace di tenere incollate allo schermo 28 milioni di persone, finisce in un tritacarne giudiziario e mediatico senza fine.
“Restituire ogni volta la complessità di un essere umano, questo è il primo compito”, dice Gifuni a proposito della sua interpretazione. “In questo caso si tratta di un personaggio che viveva di contraddizioni reali o apparenti, un ‘antipatico di successo’ si diceva. Quanto c'era del suo carattere o di posizioni che aveva preso? Un uomo che si batteva dall'interno dell'unica azienda di stato, quasi in solitaria, per la fine del monopolio dell’emittenza televisiva, che non apparteneva a nessuna delle due grandi chiese, un’anima fieramente laica in un paese cattolico”, spiega ancora l’attore, che aggiunge: “C'era un Italia che lo aspettava al varco, che non aspettava altro di godere in modo tribale per la sua caduta. Non aveva la furbizia dei suoi tre magnifici colleghi, Baudo, Bongiorno e Corrado, che sapevano come essere amati. Lui non voleva cambiare, voleva avere questi suoi modi da signore con questa bizzarra attrazione per l'Inghilterra, da cui il nome della celebre trasmissione, Portobello. Lo stupore iniziale di cui parlava Marco, poco a poco si trasforma in una furia interiore, per il tradimento che subisce dal paese, dallo Stato”.
Come detto, il nome di Tortora venne tirato in ballo in seguito alla retata contro la NCO: il primo a farlo fu Giovanni Pandico, detto “’o pazzo” (non a caso “paranoide e schizoide” da cartella clinica), seguito poi da Pasquale Barra (‘o animale, lo interpreta Massimiliano Rossi), più avanti da Gianni Melluso (“il bello”, lo interpreta Giovanni Buselli): “Quella di Pandico è una figura sfuggente, pericolosa. Al provino sono andato non troppo informato su di lui, la prima pista è stata la scrittura, nella quale ho trovato i segnali di un’ironia dentro la follia. E con Bellocchio abbiamo assecondato questa chiave”, racconta Lino Musella, che si cala nei panni di Pandico, offrendo una prova magistrale: “Tra i semi del male c’è anche l’invidia, una forza maligna che quell’uomo mette in campo e in maniera inspiegabile riesce anche nell’intento. E anche oggi c’è un meccanismo pericoloso, quello secondo cui per esistere alcuni sentono il bisogno di infangare gli altri”.


Lino Musella è Giovanni Pandico in Portobello - Foto ANNA CAMERLINGO
Un’invidia distruttiva, quella di Pandico, che Bellocchio contrappone alla “sana” invidia degli artisti, “verso i grandi geni: è un qualcosa che ti motiva a fare sempre meglio, a costruire, non a distruggere”, dice il regista, che sulla struttura degli episodi chiarisce: “In un certo senso abbiamo voluto allestire due teatri, in prima battuta quello di Portobello, della trasmissione dove Tortora conduce, è in comando, poi il teatro dei processi, dove l’uomo diventa impotente. Un horror sulla giustizia? Forse, anche se realistico. L’evidenza dell’innocenza di Tortora non lo era per i giudici perché non potevano ammettere di aver sbagliato”.
Infine, sul coinvolgimento alla realizzazione dell’opera di Gaia Tortora e Francesca Scopelliti, rispettivamente la figlia e l’allora compagna di Enzo, quest’ultima interpretata da Romana Maggiora Vergano, Bellocchio dice: “Il rapporto è stato affettuosamente collaborativo. Avevo letto il libro di Tortora (Lettere a Francesca, ndr) e ho chiesto tutta una serie di particolari, entrambe sono state estremamente discrete, non hanno fatto alcuna pressione o chiesto alcuna censura”.
La serie è una produzione OUR FILMS, società del gruppo Mediawan, e KAVAC FILM, in coproduzione con ARTE France ed in collaborazione con Rai Fiction e The Apartment Pictures, una società del gruppo Fremantle. È prodotta da Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Our Films e da Simone Gattoni per Kavac Film.
La sceneggiatura è di Marco Bellocchio, Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore. La fotografia è di Francesco Di Giacomo, la scenografia di Andrea Castorina, i costumi di Daria Calvelli, il montaggio di Francesca Calvelli, le musiche di Teho Teardo.
Nel cast, oltre ai già citatii, Barbora Bobulova, Federica Fracassi, Carlotta Gamba, Giada Fortini, Irene Maiorino, Davide Mancini, Paolo Pierobon, Gianluca Gobbi, Fausto Russo Alesi, Pier Giorgio Bellocchio, Alessio Praticò, Alma Noce, Salvatore D’Onofrio, Francesco Russo, Gennaro Apicella, Luciano Giugliano, Alessandro Fella, Antonia Truppo, Gianmaria Martini, e con la partecipazione di Gianfranco Gallo nel ruolo di Raffaele Cutolo, di Tommaso Ragno nel ruolo di Marco Pannella, di Valeria Marini nel ruolo di Moira Orfei, Francesca Benedetti nel ruolo di Paola Borboni e di Alessandro Preziosi nel ruolo di Giorgio Fontana.



