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La montagna ha partorito un topolino. Strano destino, quello di Kane Parsons. Nei suoi video brevi su YouTube, firmati Kane Pixels e capaci di raccogliere oltre duecento milioni di visualizzazioni, il giovane regista aveva preso una creepypasta di 4chan del 2019 (riepilogo: si tratta di leggende da forum in rete costruite intorno al concetto videoludico di "no-clipping", l'uscita accidentale dai confini programmati di uno spazio di gioco), e l'aveva trasformata in pura suggestione visiva. Stanze indeterminate. Moquette beige. Neon giallastri. Corridoi che si moltiplicano per partenogenesi. Zero trama, solo atmosfera, pura deriva.
Funzionava perché si reggeva su una rivisitazione, probabilmente inconsapevole, dei non luoghi di Marc Augé. Aeroporti, centri commerciali, sale d'attesa, uffici dismessi. Spazi svuotati ma riconoscibili. Familiari, eppure distorti. Un prolungamento, forse un raddoppiamento, della realtà. L'horror tornava sul territorio del puro perturbante freudiano, l'unheimlich. Nulla da spiegare, niente da capire.


Chiwetel Ejiofor in Backrooms - Courtesy of A24
Il problema nasce quando questa materia deve farsi narrazione, cioè ordinarsi in premesse di senso. Il film, sceneggiato da Will Soodik e prodotto fra gli altri da James Wan, Shawn Levy e Osgood Perkins, racconta di Clark (Chiwetel Ejiofor), proprietario di un negozio di mobili a tema piratesco, che scompare in una porta apparsa nel seminterrato. La sua terapeuta, la dottoressa Mary Kline (Renate Reinsve), entra nel labirinto per ritrovarlo.
Da qui il film si perde in tracce narrative assai banali. La prima è quella psicoanalitica, alternativamente caricata su Ejiofor e sulla Reinsve, con sottolineature didascaliche. Lui è un architetto fallito riconvertito a mobiliere, lei una psicologa che forse non ha mai elaborato un trauma infantile. Entrambi candidati ideali a fornire al film una giustificazione logica: il sospetto, classico, che tutto sia proiezione di due psiche rotte. Salvo poi pentirsene, e avanzare una seconda suggestione. Che quei luoghi siano reperti del tardo capitalismo, rovine di un'epoca che ha lasciato dietro di sé solo desolazione. Lettura coerente con la fattispecie del negozio come tana del Bianconiglio incorporata, e perfettamente in linea con la hauntology di Mark Fisher: il presente infestato dai futuri mancati, l'estetica della modernità abbandonata come unica narrazione possibile. Echeggiano qui anche le paure contemporanee della sostituzione, dell'IA che genera mondi in cui gli esseri umani sono pallidi ricordi, contorni residui in spazi non più destinati a noi. Non manca, infine, la chiave cospirativa. C'è sempre qualcuno che guarda al di qua del quadro. Giusto per costringere lo spettatore a confondersi su quale livello sia il vero e quale il suo posto di osservatore.


Personalmente, mi è parso un immaginario di risulta. Una sorta di Tenet senza la complessità fisica di Nolan, in cui l'idea di mondi compenetrabili, attraversabili, multiversi sovrapposti, non porta più nessuna vertigine. Del resto, non è nuova. Kubrick aveva creato i corridoi dell'Overlook. E sul versante letterario Casa di foglie di Danielewski aveva immaginato una casa apparentemente normale più grande all’interno che all’esterno. Lynch aveva fatto della Red Room qualcosa a metà strada tra lo spazio mentale e il limbo metafisico. La sottocultura dei liminal spaces su Reddit e Tumblr aveva codificato poi un'iconografia già pronta da decenni, fra vaporwave e anemoia, la nostalgia per un tempo mai vissuto.
E quando il film esce dalla pura esperienza immersiva di spazi giallognoli e desolati, ma non spopolati (l'horror del vuoto sarebbe stato troppo radicale, difficile da sostenere per cento minuti), torna a essere l'ennesima produzione A24. Estetica fra l'indipendente e il boutique, inquadrature anomale, colori desaturati, effetto glitch nella narrazione. Un innesto rispetto ai video brevi di Parsons non perfettamente riuscito, dall'esito sfiancante. L'impressione finale è che il vero loop in cui resta intrappolato lo spettatore sia quello del film stesso, condannato a ripetere i suoi stilemi senza trovarne mai il fondo. A ciò si aggiunga lo spreco quasi sistematico dei due attori a disposizione. Ejiofor è un attore di gravità, ma qui vaga spaesato. La Reinsve, dopo La persona peggiore del mondo e l'ultima nomination agli Oscar, meritava una scrittura all'altezza. Non l'ha trovata.


Renate Reinsve in Backrooms - Courtesy of A24
Belle, semmai, iconograficamente, le figure che Parsons immagina popolino questo mondo. C'è in tutto il film una certa aria da rigurgito anni Ottanta e Novanta, che si riversa sul presente in modo distonico. È una moda, da Stranger Things in giù (e Shawn Levy in produzione non è un caso). Una cifra ormai riconoscibile del cinema americano contemporaneo, che recupera traumi infantili televisivi, VHS, neon, e li impasta con un'ansia adulta sulla fine del mondo. Ma anche le mode, ogni tanto, hanno bisogno di un po' di sostanza. Backrooms preferisce restarsene in corridoio.
