Si può essere davanti alla macchina da presa e recitare, oppure permeare lo spazio dell’inquadratura.

Alba Rohrwacher – che riceve il Premio Lucia del VII Lecco Film Fest – non “interpreta” i personaggi: li ospita, ne subisce le maree interiori, si lascia attraversare lasciando che sia il corpo – quel corpo apparentemente fragile, quasi trasparente, eppure “cinematicamente” solidissimo – a farsi mappa di nevrosi, dolori, rinascite. Quella della Rohrwacher è una presenza sottrattiva, un lavoro sul levare che, per paradosso, riempie l'inquadratura di una densità emotiva rarissima nel panorama contemporaneo.

"...Come Lucia, che nel momento più buio trova le parole per disarmare l’Innominato, Alba Rohrwacher ha saputo dare volto e voce a donne che reggono il peso della storia senza mai perdere la propria misura. Per questo, in questa settima edizione dedicata a tutte le sue creature, il Lecco Film Fest le conferisce il Premio Lucia: perché ha saputo, film dopo film, recitare la parte più difficile, quella della verità”. Questa la conclusione della motivazione con cui il direttore artistico del Festival, Davide Milani, ha introdotto la consegna del riconoscimento all’attrice, ricevuto dalle mani di Stéphane Brizé, che la diresse in Le occasioni dell’amore e che l’ha diretta nell’ancora inedito Un bon petit soldat.

Il cinema italiano si accorge di Alba Rohrwacher a metà degli anni Duemila. Non è l’attrice da “canone mediterraneo”, non cerca la mimesi rassicurante. Da Mio fratello è figlio unico (Daniele Luchetti, 2007) a Il papà di Giovanna (Pupi Avati, 2008) – che le vale il primo David di Donatello da protagonista (un anno dopo quello vinto da non protagonista per Giorni e nuvole) –, Alba impone una cifra stilistica personalissima: una vocalità sommessa, quasi sussurrata, e uno sguardo che sembra sempre guardare oltre il limite del quadro.

È una recitazione che procede per scarti, per improvvisi cortocircuiti emotivi. Abita il disagio con una naturalezza disarmante, trasformando la goffaggine in grazia e la fragilità in una forma di resistenza passiva ma incrollabile.

Il sodalizio con i maestri: l'enigma Bellocchio

Il vero banco di prova per un’attrice con questa urgenza espressiva è l’incontro con i grandi autori. Marco Bellocchio, regista da sempre ossessionato dai misteri del corpo e della mente, la fa esordire nel 2002 in L’ora di religione, poi la richiama per Il regista di matrimoni (2006), per Sorelle mai (2010) e in altre due tappe fondamentali della sua incredibile filmografia: Bella addormentata (2012) e Sangue del mio sangue (2015).

"Marco dirigeva questo set con grande potenza – racconta l’attrice a proposito della posa (era una suora) che nel 2002 diede il via alla sua carriera –. Io ero spaventata, emozionata, incredula e non avevo idea di dove fosse la macchina da presa. Sono stata per una settimana dentro questa scena, poi sono tornata a scuola, perché all’epoca ero ancora una studentessa del Centro Sperimentale, e un anno dopo questo film esce al cinema e io capisco. Capisco la potenza del cinema, cioè vedo il mio volto, enorme, fermato nella pellicola da Marco Bellocchio”.

Nelle mani del maestro di Bobbio, l'attrice diventa il perfetto veicolo per esplorare le contraddizioni dell’ideologia e del dogma. In Bella addormentata, dieci anni più tardi, il suo personaggio si muove in quella terra di nessuno che separa la fede dalla pietà umana: la Rohrwacher restituisce questa tensione non attraverso i dialoghi, ma trattenendo il respiro, offrendo al regista piacentino un volto che sembra uscito da un dipinto preraffaellita, eppure tragicamente contemporaneo.

La dimensione internazionale: l'incontro con Stéphane Brizé

Se il cinema italiano la elegge a musa dell'inquietudine (impossibile non citare le collaborazioni viscerali con la sorella Alice Rohrwacher, in Le meraviglie, Lazzaro felice e La chimera, o con il compagno Saverio Costanzo in La solitudine dei numeri primi, Hungry Hearts, Coppa Volpi a Venezia, e nel più recente Finalmente l’alba, oltre al fortunato successo televisivo de L’amica geniale), è all'estero che Alba Rohrwacher compie l'ennesimo scatto di crescita, dimostrando una spiccata attitudine transnazionale.

Nel 2015 è nel cast di Taj Mahal di Nicolas Saada, l'anno dopo è Santa Chiara in Il sogno di Francesco dei francesi Renaud Fely e Arnaud Louvet (al fianco di Elio Germano che poi ritroverà un decennio dopo in Tre ciotole diretto dalla spagnola Isabel Coixet), nel 2017 recita per Arnaud Desplechin in I fantasmi d'Ismael, poi per l'austriaco Markus Schleinzer in Angelo (2018), per il belga Bas Devos in Hellhole (2019), per gli statunitensi Maggie Gyllenhaal in La figlia oscura (2021) e Noah Baumbach in Jay Kelly (2025).

L'incontro cruciale è però quello con il francese Stéphane Brizé, che la vuole al fianco di Guillaume Canet in Le occasioni dell’amore (Hors-saison), in concorso nel 2023 alla Mostra del Cinema di Venezia e oggi riproposto al Lecco Film Fest nell’ambito dell’omaggio al regista transalpino. Brizé, regista da sempre legato a un cinema di bruciante realismo sociale (la trilogia del lavoro), qui devia verso il mélo intimista, minimale, quasi geometrico.

"La direttrice casting mi ha proposto Alba, avevo visto dei suoi film, ci siamo incontrati e lì fu amore a prima vista”, racconta il regista, evidentemente corrisposto. “Le storie d'amore hanno sempre due punti di vista, a volte si corrispondono a volte per niente, stavolta corrisponde. La mia agente mi aveva detto che dovevo incontrare Brizé. Io da grande ammiratrice del suo lavoro, nonostante avessi un aereo alle 11, lo incontrai la stessa mattina alle 9 e come sono salita sull'aereo Stéphane mi ha mandato la sceneggiatura”, aggiunge l’attrice: “Credo che sia un maestro del cinema mondiale e credo che il cinema sia una specie di religione, il tuo credo non ti tradisce mai. Nei suoi film trovavo qualcosa di radicale che mi toccava molto, quando l'ho incontrato ho avuto la conferma di quello che avevo percepito nei suoi film, un uomo capace di fare una ricerca molto onesta e di chiedere alle persone che lavorano con lui di fare lo stesso. Qualcosa di puro, che nel cinema mi commuove sempre profondamente”.

Alba Rohrwacher e Stéphane Brizé a Venezia con Le occasioni dell'amore
Alba Rohrwacher e Stéphane Brizé a Venezia con Le occasioni dell'amore
Alba Rohrwacher e Stéphane Brizé a Venezia con Le occasioni dell'amore - Foto Karen Di Paola

In Le occasioni dell’amore Rohrwacher recita in francese: “Devo il mio francese proprio a Brizé, già lavoravo in Francia ma ero un'impostora in un certo senso, perché a volte gli attori imparano le battute a memoria anche in altre lingue che non governano a fondo. Per questo personaggio andava ancora bene un francese zoppicante, ma per il nuovo lavoro che abbiamo fatto (Un bon petit soldat, ndr), Stéphane mi ha detto che dovevo parlare veramente in francese. E con lui non c’è modo di fare finta. Perché è un regista che in un certo senso scarnifica l'artificio. E quando si scarnifica l'artificio è un po’ come quando ci si chiude in un ritiro spirituale digiunando, scarnificando il proprio corpo per accedere a qualcosa di alto”.

In quel film, la sua Alice (eh già, la magia del cinema le regala anche un personaggio col nome di sua sorella: “Io credo che noi siamo più brave a essere quando lavoriamo che quando siamo nella vita” – dice l’attrice a proposito del legame con la sorella regista: “Perché quando lavoriamo è come se abbiamo un ruolo che si appoggia all'essere sorelle e che protegge l'essere sorelle. Quindi la sorellanza è solo in positivo, ovvero è collaborazione assoluta. Dedizione reciproca, comprensione immediata, condivisione del respiro, del battito del cuore, del tempo e quindi il lavoro diventa un privilegio, diventa un luogo miracoloso dove tutto è subito facile”) è un monumento alla nostalgia dell'incompiuto.

Brizé la filma spesso in piani sequenza dove il silenzio pesa più delle parole: Alba abita quello spazio costiero, grigio e sferzato dal vento, con una compostezza dolorosa. La sua recitazione si fa specchio del paesaggio, non c'è traccia di esotismo in questa trasferta transalpina: c’è, al contrario, la capacità universale di raccontare l’eterno ritorno del desiderio e il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Con la meravigliosa colonna sonora di Vincent Delerm a fare da ideale contrappunto.

Stéphane Brizé e Alba Rohrwacher al Lecco Film Fest 2026 - Foto Stefano Micozzi
Stéphane Brizé e Alba Rohrwacher al Lecco Film Fest 2026 - Foto Stefano Micozzi

Stéphane Brizé e Alba Rohrwacher al Lecco Film Fest 2026 - Foto Stefano Micozzi

La liaison artistica con Brizé – ospite d’onore in questa edizione del Lecco Film Fest – prosegue ora come detto con l’imminente Un bon petit soldat, film che con buona probabilità ritroverà il concorso veneziano: la nostra è affiancata da Vincent Lindon, altro attore feticcio del regista francese, che lo dirige per la sesta volta.

Il cinema come atto di coabitazione

Guardando oggi la traiettoria di Alba Rohrwacher, si avverte la sensazione di trovarsi di fronte a un percorso unico nel nostro cinema. Un percorso fatto di scelte rigorose, mai banali, dove l'attrice a poco a poco si cancella per far emergere l'essere umano. 

Che sia la voce narrante (e non solo) dell'universo di Elena Ferrante (L'amica geniale) o il corpo dolente di un film d'autore (si pensi ad esempio al bellissimo Mi fanno male i capelli di Roberta Torre), Alba Rohrwacher – che ora tramanda il sapere della sua professione agli allievi del Centro Sperimentale (“Tento di ridare quello che mi è stato dato in passato a questi giovanissimi attori. In primo luogo proviamo a creare un luogo protetto dove possano fare i conti con la propria fragilità, la paura, l’incertezza del domani e a capire chi sono ed essere capaci, pronti ad accedere alla loro verità, alla loro autenticità”) – continua a ricordarci cosa significa abitare, anche solo per due ore, le vite degli altri.