Wolfram deve il suo titolo al campo di tungsteno (altrimenti detto volframio, appunto, un metallo duro, pesante, grigio-acciaio) di Hatches Creek, una località situata nel cosiddetto Territorio del Nord, zona australiana alle dirette dipendenze del governo federale. Sono coordinate necessarie per capire dove ci entriamo, anche perché Warwick Thornton, il regista aborigeno che noi italiani abbiano conosciuto con Sweet Country (premiato alla Mostra di Venezia nel 2017), ricorre agli schemi, agli stilemi e alle atmosfere del western americano, magari di gusto revisionista così com’era consuetudine nella stagione della New Hollywood.

E invece no, Wolfram – in concorso a Berlino 76 dopo l’anteprima mondiale all’Adelaide Film Festival – legge la storia nera dell’Australia, quella degli anni Trenta già esplorata dall’autore nel film citato e nel meno fortunato The New Boy, come se fossimo nei giorni della febbre dell’oro americana, uno stratagemma che gli permette sì di collocare la sua vicenda in una prospettiva universale i cui codici sono noti alla maggior parte del pubblico, ma anche per sottolineare quanto la storia di una nazione sia attraversata se non proprio plasmata dal sangue delle vittime.

In questo caso i bambini indigeni, sfruttati dai padroni bianchi per calarsi sottoterra ed estrarre il tungsteno. La loro è evidentemente un’infanzia tradita, anzi negata perché forse mai vissuta davvero. Come si vede nella prima scena, chi presidia la frontiera coloniale dell’Australia selvaggia e meticcia degli anni Trenta non guarda in faccia a nessuno, è disposto a mettere della dinamite in mano a dei bambini pur di ottenere la ricchezza nascosta.

Bambini che, per di più, sono neri o di discendenza asiatica, dunque naturalmente destinati alla sottomissione in questo mondo dominato da bifolchi violenti e bramosi. Bambini che, nonostante le differenze, sono fratelli la cui madre è sparita per un motivo che non possiamo svelare (“Lui è la mia famiglia!” dice uno di loro quando si ritrova con l’altro). Quando due fuorilegge irrompono in una città mineraria, i due bambini riescono a liberarsi del loro sfruttatore e fuggono nell’entroterra, alla ricerca della libertà, della sicurezza, dell’innocenza perduta e della famiglia con la quale vivere finalmente in pace.

Wolfram segue due linee. Da una parte rievoca la dimensione del western, con l’apparato “ambientale” fatto di migliaia di mosche e lance che trafiggono all’improvviso, l’estrazione del tungsteno per citare la corsa all’oro, il saloon gestito da una donna che sa mettere in riga i maschi e il medico del villaggio che sa guardare al di là delle ferite. Dall’altra costruisce un racconto ad altezza di bambino, dove la morte esiste ma non è restituita in maniera pornografica, i cattivi sono enfatizzati nei loro tratti più spaventosi (i denti marci, gli occhi minacciosi, la facilità nell’ammazzare) e ogni tappa del cammino verso la libertà ha le caratteristiche di un’avventura (il rapporto con gli animali, i nascondigli, l’incontro con un ragazzo più grande che ha più di un legame con loro e perfino quello con il cinese che,all’improvviso si rivela un maestro del kung fu).

Il cast è di valore, da Deborah Mailman che sembra una rediviva Katy Jurado a Thomas M. Wright che si conferma attore fuori dalla norma (è anche un gran regista: recuperate The Stranger, noir cupo e tentacolare sulla violenza) e i più giovani, in primis il sorprendente Pedrea Jackson. Ma le due linee non sempre si intrecciano bene in Wolfram, così sospeso tra una nuova derivazione western nel solco delle altre esperienze del regista e un’ipotesi di racconto per l’infanzia e l’adolescenza che non rinuncia a credere nell’intelligenza dei più piccoli. Comunque bello il finale al tramonto come in un classico hollywoodiano, che ci restituisce un po’ di speranza e calore.