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Hiam Abbass e Amine Benrachid in Only Rebels Win
In apertura, un’avvertenza: le riprese di Only Rebels Win – presentato nel Panorama di Berlino 76 – si sarebbe dovute svolgere a Beirut, ma a causa dei bombardamenti israeliani del 2024 la produzione ha dovuto spostare la lavorazione in Francia. “Il pubblico – si legge prima dei titoli di testa – vedrà solo un’illusione di Beirut, un’illusione che è una dichiarazione d’amore”. È un’introduzione che dice molto, forse tutto, del film della franco-libanese Danielle Abard, tant’è che – non è uno spoiler, ma fate voi – a chiudere il film è un’altra presa di posizione, una rottura di quell’illusione (dichiarata, ovvio) che ci ricorda non solo la dimensione finzionale ma soprattutto l’impossibilità di raccontare una storia nel posto a cui appartiene.
Questo atto d’amore nel ricreare una città inaccessibile è la cosa più potente di Only Rebels Win, che in ogni immagine evocativa, in ogni sfondo sfocato, in ogni trucco scenico (la fotografia di Céline Bozon) rivendica una “nostalgia del futuro” che, come si capisce bene nel finale (solito discorso: potrebbe essere uno spoiler o anche no, regolatevi), è la quintessenza di questo melodramma che recupera lo schema del classico Secondo amore e torna soprattutto al suo ripensamento, La paura mangia l’anima. Con Arbid che sì mantiene il divario anagrafico già in Sirk e la questione razzista dell’omaggio di Fassbinder, ma intensifica le differenze interrogando le storture della società libanese.
Dopo averlo salvato da un pestaggio, una vedova sessantaquattrenne, cristiana di origini palestinesi con due figli e un lavoro in un negozio di stoffe (Hiam Abbass, la più autorevole e internazionale delle attrici mediorientali, forte di una carismatica vulnerabilità), si avvicina a un ventisettenne sudanese, musulmano, senza documenti né un lavoro affidabile e in cerca di un futuro migliore (Amine Benrachid). È naturalmente l’incontro tra due solitudini, un amore malvisto da tutti (famiglia di lei, i padri spirituali, le colleghe, il vicinato che appena vede l’uomo nero individua il colpevole di certi furti) e però pieno di tenerezza e comprensione reciproca.
Una storia che, nella visione dell’autrice, è la metafora per capire un paese sull’orlo del collasso, una messa all’indice dei sentimenti da parte di un sistema stratificato e compatto nella sua consuetudini a spingere ai margini chi non segue il buon costume e che ha gettato il paese nella guerra civile, dai criminali di periferia che hanno fatto patti col diavolo alla buona borghesia sempre pronta a soccorrere i potenti più cinici. Il titolo è una promessa, forse un’utopia, ma a trionfare è la tristezza che s’attaglia tanto alla narrazione quanto alle forme con cui viene restituita. Più interessante che risolto, promette bene ma si rivela fragile, si affloscia in una seconda parte che sembra non sapere bene dove andare se non verso quel finale a ricordarci che il mélo è sempre un’azione politica.
