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Tom Courtenay e Juliette Binoche in Queen at Sea
È comunque una notizia che, tra tanti senior movies a dirci che non è mai troppo tardi per un altro amore o per vivere alla grande, arrivi un film che ci ricorda una delle evidenze più drammatiche dell’esistenza. E cioè che invecchiare, tutto sommato, è orrendo. Non che sia per tutti così, va da sé, e però c’è quella tragedia chiamata demenza senile che devasta non solo chi ne è affetto ma anche chi la subisce, i congiunti o le persone vicine insomma. E Lance Hammer ha deciso di inquadrarla in Queen at Sea – in concorso a Berlino 76 – che segna il suo ritorno alla regia (e alla sceneggiatura e al montaggio) a diciannove anni dall’acclamata opera prima, Ballast, che vinse al Sundance.
Al centro del film c’è una questione morale, che Hammer mette subito in scena in pochi minuti. La coppia che prima vediamo di spalle mentre a fatica sale una scalinata, con lei che si poggia a lui, è la stessa che la figlia di lei scopre impegnata in un rapporto sessuale forse non consenziente. Possibile che l’uomo – che è il secondo marito della donna, quindi il patrigno di colei che si ritrova di fronte a una “quasi” scena primaria – non si renda conto che la moglie ha una demenza avanzata e che quel rapporto può essere configurato come violenza? D’altro canto, è possibile che la figlia non capisca che il patrigno sta assecondando un desiderio della donna che ama, per quanto in evidente stato confusionale? Che fare quando una persona perde la capacità di prendere decisioni per sé?


Tom Courtenay e Anna Calder-Marshall in Queen at Sea
(Seafaring LLC)Intavola domande, Queen at Sea, con l’abilità di chi cerca di osservare la faccenda da tutti i punti di vista, cercando addirittura di allinearsi a quello della persona malata. Muovendosi sul confine tra il ricordo di ciò che è stato e la straziante certezza di ciò che mai più sarà, Hammer si affida alla rabbia, all’orgoglio, al dolore, alla paura di Juliette Binoche per interrogare la responsabilità di chi resta, gli errori che commettiamo di fronte all’impossibilità di comprendere fino in fondo una verità a noi impenetrabile, la necessità di riconoscersi l’uno nei bisogni dell’altra laddove chi ci lega non può più riconoscerci.
Ci sono momenti davvero laceranti, perlopiù dovuti alla consumata grandezza di Tom Courtenay, davvero struggente quando stimola la memoria perduta dell’amata, rivendica il suo ruolo per paura di sentirsi inutile in giornate che senza la moglie si preannunciano infinite e vuote, prende in mano la situazione in una svolta che porta il film verso un epilogo forse un po’ atteso. Ed è notevole anche la performance di Anna Calder-Marshall, che ha il compito difficile di restituire l’anima di una donna inaccessibile, dare corpo alla demenza senza patetismi (il rifiuto di mangiare, gli scatti d’ira) ed evitare di cadere quando deve cedere all’ingestibile disinibizione.
A stonare in Queen at Sea è tutto il filone dedicato alla figlia di Binoche, interpretata da Florence Hunt, un’adolescente che soffre silenziosamente per il distacco dal padre che lavora in Canada e accumula insofferenza per le disattenzioni di una madre presa da altro. Hammer la segue negli incontri con il ragazzo che probabilmente è il suo primo amore, relegandola a scampi di tenerezza che definiscono lo scarto rispetto all’angoscia dei nonni.
Ma sono frammenti poco armoniosi che allungano in maniera ingiustificata questo film lucidamente melodrammatico, un Amour senza la crudeltà di Michael Haneke e un indie che omaggia il nuchismo dei Dardenni, che costruisce le inquadrature come a voler definire la solitudine dei protagonisti (spesso sono nella parte bassa, quasi schiacciati dai contesti) e si affida alla fotografia minimalista del grande Adolpho Veloso.



