Per approcciarsi a Rosebush Prunish, il nuovo film di Karim Aïnouz in concorso a Berlino, occorre fare un'operazione paradossale: evvitare il paragone frontale con I pugni in tasca a cui è liberamente ispirato. Il capolavoro di Bellocchio, con la sua apocalisse della borghesia, è altro sia nella forma che nella sostanza, nel senso che arrivava in un'epoca pre- sessantottina che non si può accostare alla nostra, cioè al tempo della fine di tutto, anche delle idee.

In questo deserto del pensiero si colloca il racconto di Aïnouz. Scritto da Eftimis Filippou, lo sceneggiatore di Lanthimos, che è già una dichiarazione di intenti sul nichilismo e l'assenza di speranza. Ma qui la situazione viene stemperata dallo scetticismo destruens dell'ironia, a tratti anche feroce. Per dire che oggi non c'è vera tensione e contestazione, esiste solo la parodia, la famiglia che divora se stessa si scioglie in una risata di sangue.

C'è un nucleo dominato dal padre cieco, interpretato da Tracy Letts. Sono tre fratelli e una sorella, Calling Tatum è la voce narrante, gay non praticante, fissato con la moda e con la superficialità. Il lussuoso villone funziona come un hortus conclusus, uno spazio chiuso segnato dalla morte della madre, Pamela Anderson; o almeno viene dichiarata morta, con tanto di statua, ma presto si scopre che non è vero...

La stasi perversa si rompe quando Jamie Bell annuncia l'intenzione di trasferirsi a vivere con la sua ragazza, Elle Fanning; lo scenario inizia a incendiarsi fino ad esplodere. Nell'arco di novanta minuti vediamo figli che masturbando padri, uomini che assaggiando il mestruo delle donne, dichiarazioni d'amore fasulle e perfino la cena di presentazione di Elle Fanning, in cui - con la scusa della cecità - si disserta a lungo sulle qualità fisiche della ragazza compresa la forma del senso. Un autentico rovesciamento dello spirito del tempo.

E tante altre cose accadono in un'ora e mezzo, col simbolo di un branco di lupi, che vengono attirati solo per vederli sbranare la preda. La metafora è servita. Ma è soprattutto l'umore a contare, la sensazione che si diffonde che porta il regista lontano da Euridice Gusmão e vicino a Motel Destino: un auto-cannlibalismo della famiglia che si distrugge, cosa avviene nel finale è forse intuibile ma molto divertente. Film cattivo girato attraverso inquadrature oblique e angolari, cinema della crudeltà ma col ghigno di un'epoca che non ha più nulla da offrire. Il Nulla è il cuore della storia. Strepitosi Tracy Letts ed Elle Fanning, ma va citato ancora una volta il breve ruolo di Pamela Anderson, che una risata sulla morte se la fa davvero. Un film che piacerebbe a Buñuel.