PHOTO
Milo Barría in The River Train
L’inizio è folgorante. Prima di un’importante esibizione di Malambo, Milo, nove anni, subisce le pressioni del padre, che desidera più di ogni altra cosa che il figlio diventi un grande ballerino. Il bambino reagisce meccanicamente, esegue gli ordini, tutto vuole tranne che deludere quel padre ambizioso. Danza popolare argentina associata ai gaucho, il Malambo è tradizionalmente una danza eseguita da due uomini, che si alternano e gareggiano l’uno contro l’altro.
Quando va in scena, vestito con l’abito tradizionale, sfidando altri bambini in un salone pieno di famiglie eccitate, Milo è investito dallo sguardo paterno, severo e impenetrabile: sa già di non essere all’altezza di quel desiderio ma sa pure che quello è l’unico codice che condivide col padre, come se tra loro non ci fosse stato altro che un legame fondato sulle aspettative e sulla pressione.


Milo Barría in The River Train
(Cinco Rayos)È un grande incipit, quello di The River Train (El Tren Fluvial), presentato nella sezione Perspectives di Berlino 76, ancor più considerando che si tratta dell’opera prima di due registi nemmeno trentenni, gli argentini Lorenzo Ferro (attore in ascesa, protagonista di L’angelo del crimine di Luis Ortega e Simon de la montaña di Federico Luis) e Lucas A. Vignale (già documentarista e cortista). E l’immagine evocata dal titolo trova forma nei titoli di testa, con i crediti che scorrono in un nostalgico corsivo rosso e le vedute dai colori desaturati trovano la vivacità di cromatismi più accesi.
The River Train si mette ad altezza di bambino per seguire i sogni e i bisogni di Milo, che vorrebbe prendere in mano la propria vita e sfuggire dalle responsabilità imposte dal padre, che non hanno a che fare solo con i progressi danzerini ma anche con le mansioni domestiche (deve lavare i piatti, cucinare, badare alla nonna).


Rita Pauls e Milo Barría in The River Train
(Cinco Rayos)Si può desiderare un’altra esistenza a nove anni? Sì, a maggior ragione se si può fuggire con la fantasia, fantasticando di viaggiare a bordo del treno verso Buenos Aires, città che ha imparato a conoscere attraverso le immagini del cinema e della televisione. Lo sguardo si allinea a quello del piccolo protagonista: le tonalità pastello mitigano il malessere (la fotografia è di Thomas Gringberg), le figure incontrate nel tragitto in bilico tra mitologia e fumetto (dall’uomo con i denti storti e aguzzi al sensei), il ballo nella stanza scarlatta sotto una maschera da wrestler con la giovane maestra, i sogni (nei sogni) che assumono una grana più ruvida.
È evidente un racconto di formazione, The River Train, in cui il distacco dalla famiglia e dalla campagna è il viatico per immaginarsi altrove e altri da sé, e la scoperta della solitudine si configura come viaggio per imbattersi nei piaceri sconosciuti e nelle avventure dello stupore. Un esordio affascinante, dominato dalla presenza quieta e dirompente del piccolo Milo Barria a determinare un’interessante contaminazione tra le pratiche del cinema del reale e le suggestioni di una prospettiva onirica da vago realismo fiabesco, con le musiche originali di Oniria e un qualche classico a struggerci (Allá viene un corazón e il finale con Queiro vencer mi soledad).
