Enjoy Your Stay ovvero “Goditi il soggiorno”: una cortesia rivolta ai clienti ma, letta al contrario, una beffa nei confronti della protagonista del film di Dominik Locher, presentato nel Panorama di Berlino 76. Il soggiorno è altrui, quello dei ricchi villeggianti di una lussuosa località sciistica svizzera. Luz (Mercedes Cabral) si occupa delle pulizie, insieme ad altre donne che, come lei, vivono nell’ombra: essendo tutte senza documenti, sottostanno alle richieste del direttore dell’impresa di pulizie (Alexis Manenti, visto in I miserabili e Il Mohicano, che porta in dote l’identità meticcia con le origini serbe e corse), schiacciate dalla paura di essere scoperte ed espulse. Ma l’intenzione di Locher (che l’ha anche scritto con la filippina Honeylyn Joy Alipio) non è quella di fare un altro dramma sulle migrazioni irregolari. O perlomeno non solo.

Perché Enjoy Your Stay interroga gli effetti dei circuiti mediatici inquadrando un disagio personale: poco prima di Capodanno, momento decisivo per le vacanze invernali, la vita di Luz viene sconvolta da un reality show filippino, contattato dall’ex marito che chiede l’affido esclusivo della figlia di sei anni. Per evitarlo, Luz promette in diretta di tornare a casa per il compleanno di Sofia a febbraio. Ovviamente non ha abbastanza soldi per un biglietto, per saldare i debiti e per garantire il futuro della figlia.

Così Locher ribalta il significato del titolo per seguire la corsa contro il tempo di una migrante che deve accumulare quanto più possibile per salvare se stessa e la sua bambina, ritrovandosi di fronte a scelte che mettono in crisi la sua tenuta morale. Luz sa di essere sfruttata, è consapevole del sistema di abusi che la schiaccia, eppure non è una figura passiva: fa quel che fa perché deve farlo.

All’inizio di Enjoy Your Stay, Locher appronta un’interessante riflessione sugli schermi: quando il cellulare da cui Luz vede la diretta “diventa” il maxischermo al centro del set filippino, c’è un ragionamento sui volti che sono mappe concettuali di un paesaggio umani, sull’amplificazione emotiva, sui particolari che si impongono sul resto. Un discorso che si riflette anche sul sonoro (il microfono usato nel reality, l’eco nella piccola stanza chiusa in cui si collega Luz) nonché nelle scelte cromatiche (gli esterni colorati filippini contro i severi spazi chiusi svizzeri).

Come in La camarista della messicana Lila Avilés, Locher rivendica il tatto nei confronti di personaggi marginali se non proprio elusi dal mondo, a maggior ragione in un contesto vacanziero sospeso tanto lustrato quando minaccioso. Discreto, senza picchi, è un’altra meditazione paranoica sulle storture del capitalismo globale, sulle periferie che devono scomparire per essere viste.