Candidato all’Oscar con il cortometraggio Fauve (2018), incentrato su due ragazzi che cercano avventure nei pressi di una miniera e finiscono trascinati in una situazione pericolosa, il canadese Jeremy Comte ci ha messo otto anni per debuttare nel lungometraggio. E Paradise, presentato nel Panorama di Berlino 76, rivela tutte le ambizioni di un regista che vuole lavorare sulle connessioni emotive tra paesaggi distanti, riflettere sulle affinità nascoste tra mondi diversi, chiudere cerchi che sembrano destinati a restare aperti.

Paradise è suddiviso in due parti, “The Boat” e “The Captain”, e inquadra due piani e due vite per interrogare la questione paterna. Da una parte c’è il Ghana, sospeso tra tradizione rurale e desiderio d’emancipazione, in cui un adolescente vive nella periferia della capitale Accra, tra bikers che cavalcano nelle strade e rapper che indicano un’alternativa luccicante. Quando il padre pescatore scompare in mare durante una tempesta, si lascia suggestionare dai soldi facili promessi delle gang urbane e scala rapidamente i ranghi senza colmare il vuoto interiore.

Dall’altra c’è il Québec, dove vive un altro adolescente, malinconico e irrequieto come chiunque a quell’età, che non la prende benissimo quando scopre che la madre single coltiva una relazione a distanza con il misterioso capitano di una nave mercantile: che quell’uomo sia il padre mai conosciuto?

Comte si muove bene tra i due spazi lavorando sulle differenze elementari tra Ghana e Québec: da una parte le strade brulicanti, l’accumulo, la folla, il caos, le visioni collettive di Se mi lasci ti cancello nell’internet point in cui si guardano gli schermi come se si mirasse il cielo; dall’altra le strade vuote, l’isolamento, il silenzio, gli schermi dei cellulari come finestre spalancate sul reale filtrato dalla mediazione social.

Stando addosso ai suoi ragazzi, Comte instaura un patto di fiducia con i loro paesaggi emotivi, prova a dare corpo a ciò che ai protagonisti non è ancora chiaro ma è solo suggestivo, servendosi anche di immagini e figure che hanno a che fare con il favolistico per ricordarci lo spettro adolescenziale – dove l’ingenuità va a braccetto con l’istinto e le sensazioni surclassano le convinzioni – nel quale agiscono i personaggi. E, sì, riesce a mettere al centro l’istanza della ricerca del padre ma sembra sempre un po’ costretto nell’impianto fortemente schematico di una storia incorniciata con visioni così estatiche e paniche da definire un orizzonte perfino mitologico se non epico.

E con un titolo, Paradise, naturalmente evocativo nel suo avventurarsi tra il terragno e l’onirico, l’acquatico e il simbolico, che rivela le ambizioni di un regista che costeggia i vuoti dell’anima, le parole tra noi pesanti, l’incertezza del futuro che si intravede all’orizzonte.