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© 2026 Netflix, Inc.
È tutto molto spiegato, in Vladimir, non fosse altro perché la protagonista si rivolge direttamente al pubblico. Ma non lo fa per ammiccare o cercare compassione, giacché l’empatia non è richiesta: la protagonista non ha nome né cognome ma ha – anzi: è – una professione (una professoressa universitaria di scrittura creativa, impegnata in un corso sui romanzi scritti da donne), un ruolo sociale (è la moglie di un altro docente), una maschera (la figlia le dice di smetterla a presentarsi con i modi affettati di una casalinga degli anni Cinquanta). Soprattutto, la storia alla quale viene accostata non le appartiene, non la rappresenta, l’affranca da un’identità che sembra non interessare a nessuno. Lo capiamo subito, prima formalmente e poi in maniera più didascalica, che il percorso di questa donna ha a che fare con una riappropriazione.


Quando gli altri, dai colleghi agli studenti di questo microcosmo chiuso che è il campus universitario, la incrociano per strada o nelle riunioni, non possono non pensare alla faccenda che coinvolge suo marito, blasonato docente di poesia accusato da molte studentesse di comportamenti inappropriati. Ciò che gli altri non sanno è l’accordo tra marito e moglie: non lo chiamano matrimonio aperto perché hanno una certa diffidenza nei confronti del puritanesimo della GenZ, ma nei fatti questi radical chic di mezz’età hanno deciso di avere relazioni extraconiugali. Ciò che sembrano non capire è che, se è vero che ogni relazione è una questione di potere, la loro visione “libera” non collima (più) con le pratiche di una società in cui non è accettabile il rapporto squilibrato e scorretto tra un docente (persona con un potere) e un’allieva (persona che subisce).
È una prospettiva che definisce bene il profilo della protagonista e la relazione ambigua che instaura con il pubblico rompendo la quarta parete: un po’ come After the Hunt, Vladimir ci informa sul disagio, sullo spaesamento e sulle contraddizioni di una generazione intellettuale adulta, colta, matura che non capisce i cambiamenti culturali di una società che ha studiato e contribuito a plasmare. È qualcosa di inedito per un prodotto di Netflix, che distribuisce questa miniserie in otto episodi tratta dal romanzo di Julia May Jones, anche per il tono umoristico che permette a Vladimir di muoversi con leggerezza senza frivolezza, serietà non compiaciuta, tensione quasi buffa (l’incipit con un uomo legato a una sedia annuncia un thriller che la stessa protagonista sembra voler subito diluire se non negare).


Il tema di Vladimir è nel titolo: è il nome di un nuovo collega della professoressa, che incarna la virilità non tossica dei maschi post-patriarcali. Ma non è questo il tratto essenziale che innesca l’attrazione fatale da parte della protagonista: giovane e aitante, colto e gentile, sposato con una collega in ascesa professionale ma anche un po’ gatto morto, Vladimir si configura subito come oggetto del desiderio, complice anche un nome esotico e proibito in un momento storico non esattamente russofilo. Un’ossessione pari a quella narrata dalle scrittrici spiegate dalla docente, come Edith Wharton e Daphne du Maurier (ma gli studenti contestano la presunta misoginia di Rebecca, la prima moglie, dimenticando che ogni racconto dipende dal contesto storico in cui si rivela).
E il filo diretto con la protagonista ci permette di entrare nelle sue fantasie, dove si immagina completamente dominata da Vladimir, rivelando una radicata frustrazione erotica (in passato ha usato il sesso extraconiugale come merce di scambio) e il desiderio di provare finalmente un altro orgasmo dopo troppi anni. Un côté mentale che procede in parallelo rispetto alla (presunta) ingenuità dell’oggetto del desiderio e al distacco sempre più esplicito dal marito tanto narcisista e manipolatorio quanto legato alla moglie da antichi sentimenti. E che approda a una parte finale in cui la sensazione di aver perso il controllo sconfina nell’attuazione del progetto di rinascita come autrice, intesa tanto sul piano professionale (come si affronta un blocco creativo?) quanto su quello identitario (come si torna a essere protagoniste della propria autobiografia?).


Più interessante di quanto voglia far credere, Vladimir è un intrattenimento gustoso e disinvolto: una commedia un po’ acida e abbastanza scaltra sulle incoerenze accademiche e sull’autoconservazione dei privilegiati, sulle regole dell’attrazione e sulle conseguenze del desiderio, che gioca con gli stereotipi e, senza fare proclami ideologici contro il politicamente corretto, dice qualcosa di acuto sull’epoca in cui i concetti sono ostaggi delle semplificazioni e stare “dalla parte sbagliata” è un modo per interrogare le proprie contraddizioni. In mezzo agli ottimi Leo Woodall e John Slattery, il trionfo dell’adorabile e spregiudicata Rachel Weisz. Comunque, al di là delle motivazioni commerciali, niente che non si poteva raccontare con i tempi e le forme di un film.
