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I titoli di testa e le prime immagini di After the Hunt: Dopo la caccia, presentato Fuori Concorso a Venezia 82, parlano da soli: il white Windsor Light Condensed su sfondo nero (perfino il cast elencato in ordine alfabetico), la musica dalle sonorità jazz (che poi torna quando la protagonista ascolta Miles Davis), la regia che inquadra personaggi colti che chiacchierano in modo brillante di argomenti alti ci portano dritti nel mondo di Woody Allen. È tutto abbastanza dichiarato, ma sarebbe ingenuo dire che Luca Guadagnino, un regista colto e brillante quanto consapevole e iconoclasta, si è messo a fare il suo “film alla Allen”.
È, piuttosto, un’indicazione per entrare nel cuore nero di questo thriller dove l’azione è delegata alla parola, una specie di horror che trova nel mondo accademico lo spazio ideale per riflettere sulla società del privilegio. Dove per privilegio s’intende, nell’ordine: di razza, con la professoressa di filosofia Alma Imhoff (sarà un caso che questo cognome tedesco sia lo stesso dell’ideatore della “vasca”, un dispositivo utilizzato per il trattamento dei liquami?), bionda e forse insensibile come suggerisce il marito psicanalista ebreo; economico, con la sua allieva prediletta, Maggie Price, figlia nera adottata dalla famiglia che finanzia in gran parte l’ateneo dove Imhoff ambisce a ottenere la cattedra; di genere, con il maschio etero bianco Hank, assistente della docente che tende a flirtare con tutte, accusato di aver molestato Maggie.


Scritto in punta di penna da Nora Garrett, attrice alla prima esperienza come sceneggiatrice, After the Hunt è un implacabile affresco dell’America di fine anni Dieci (l’azione si svolge nell’autunno del 2019, negli ultimi mesi della prima presidenza Trump e poco prima del Covid), la radiografia di una nazione ipocrita nella capsula di un mondo a parte dove l’abuso di potere è una prassi, che trova la sintesi nel breve monologo della collega di Alma interpretata da Chloë Sevigny: noi – dice più o meno – ci abbandonavamo alle dipendenze e alla sperimentazione del dolore, loro pensano solo a costruire una società su misura dei loro timori.
È forse il primo film che affonda il coltello nelle contraddizioni e nelle ombre della gen-z (e che lo faccia Guadagnino, che è uno dei suoi cantori più amati, è intrigante), ma è anche uno schiaffo ai figli del Novecento, alla loro cultura patriarcale interiorizzata e alla loro scarsa integrità morale (qualcosa di simile c’era già in Tár, ma lì la “potente” era davvero indifendibile). E, in fondo, il tema del conflitto generazionale è un’altra faccia del prisma del privilegio: nella cena che apre un film – lo scontro dialettico è incandescente ma i rapporti di forza sono chiari – c’è una riflessione sulla questione dell’offendersi e del preoccuparsi dell’altrui sensibilità che determina non solo lo scarto tra gli “adulti” e i “giovani”, ma definisce anche le regole d’ingaggio di un nuovo dispositivo dialettico per aggiornare l’antico schema dell’“uccidere il padre”.
Ma, in questa storia ambigua e inquietante come poteva esserlo un film di Claude Chabrol (o di quello stesso Allen maciullato proprio dagli effetti collaterali del Me Too), il padre è una madre: mentore affascinante che instaura rapporti d’amicizia molto intensi con i protégée, innesca il complesso di Elettra e incarna l’amore impenetrabile e disperato di tutti coloro che le gravitano attorno, dal marito protettivo all’assistente sregolato fino all’allieva ambiziosa.


È un ruolo che ci ricorda la grandezza di un’attrice come Julia Roberts, meravigliosa e inaccessibile come la verità indicibile del suo passato che riaffiora perforandola come un’ulcera. Così come sono clamorosi Andrew Garfield forse all’apice della carriera, Ayo Edebiri in un personaggio nel crinale tra manipolazione subita e compiuta (i dettagli che definiscono il suo processo emulativo), Michael Stuhlbarg sempre mastodontico nel calibrare tenerezza e solidità (il primo finale è clamoroso anche grazie a lui).
Sono tutti i pezzi di una complessità teorica dalla strepitosa ricaduta narrativa che si esalta in una regia spiazzante che scopre un’inattesa e spaventosa sobrietà e accumula citazioni (i poster di Il fiore del mio segreto e Dirty Harry, I Buddenbrook sul comodino). E dove la costruzione della tensione è affidata alle musiche imperanti di Trent Reznor e Atticus Ross e a un tessuto sonoro che sul piano diegetico tira dentro John Adams, Julius Eastman e Piero Ciampi e nell’extradiegetico si modula sulla cadenza perentoria di una sorta di metronomo. Come in ogni film di Guadagnino, l’amore ha l’amore come solo argomento; ma After the Hunt ci dice che l’amore è anche una questione di potere.