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Ufficio che vince, si cambia. Ciò che aveva colpito di The Office nel 2005 non era soltanto che Greg Daniels avesse creato un remake degno di questo nome da un cult assoluto come l’originale inglese, ma anche che avesse bissato un capolavoro di comicità. 20 anni dopo sembra averlo fatto di nuovo con The Paper, che viene ancora una volta dallo stesso universo narrativo. Non uno spin-off, non un sequel ma una serie ambientata nello stesso mondo in cui una (finta) troupe documentaristica riprende la vita quotidiana di un gruppo di persone in una cittadina, questa volta in Ohio.
Nella prima serie al centro del racconto c’era un ufficio di Scranton, mentre questa volta entriamo nella redazione di un giornale cartaceo (!) e online. Grazie ad un indovinato gioco di parole inglese, Paper significa infatti sia semplicemente “carta” sia “giornale quotidiano” come abbreviativo di newspaper. L’idea sociologica e antropologica alla base del mockumentary è la stessa: seguire le piccole grandi sfide quotidiane di un gruppo di lavoratori disillusi e svogliati per parlare di sentimenti e valori universali.


Partire dalla piccola cittadina di provincia per raccontare il vorace mondo dell’editoria nazionale e mondiale, oramai come ben sappiamo in caduta libera. Daniels, non nuovo ad una visione romantica della politica in Parks and Recreation e dell’Aldilà in Upload, ne propone un’altra quasi fiabesca del giornalismo. Qualcuno potrebbe dire fuori tempo, dato che parla della redazione di un cartaceo nel 2026, seppur in un paesino come Toledo, ma in realtà sta proprio lì la genialità dello showrunner.
Già The Office proponeva qualcosa di “vecchio” con un’azienda che produceva carta nel Nuovo Millennio quando si andava verso la digitalizzazione e verso la consapevolezza ambientalista; qui il cortocircuito che si crea è doppio dato che viviamo nell’era digitale per eccellenza. Non lo percepiamo però come una scelta ingenua oppure inconsapevole, ma semplicemente speranzosa: non manca il cinismo di fondo che aveva caratterizzato The Office ma viriamo su note decisamente più dolci e malinconiche: questo potrebbe far storcere il naso ad alcuni fan puristi, che magari già avevano additato l’adattamento americano rispetto a quello inglese, mentre noi invece apprezziamo non aver voluto fare un semplice “copia e incolla” del successo precedente.


Con lo stesso trasporto di Aaron Sorkin in The Newsroom e con lo stesso spirito sopra le righe di Wes Anderson in The French Dispatch, The Paper ci ricorda che non è davvero mai troppo tardi per inseguire i propri sogni e soprattutto per provare a cambiare le cose in una realtà che sembra destinata a rimanere sempre uguale, oppure a fallire. Ci ricorda che il cosiddetto “fuoco dentro” spesso ha un potere molto più grande di quanto si pensi, soprattutto nell’ispirare ed influenzare gli altri. Ci ricorda che da un piccolo gesto può nascere qualcosa di molto più grande. Proprio come l’intento alla base della scrittura di Daniels: parlare del locale per raccontare l’universale.
La forza di una comedy corale sono sempre i suoi personaggi (e quindi interpreti): dall’incredibile comportamento inopportuno di Michael, alla dolcezza di Jim e Pan, all’anticonformismo di Dwight e Angela, fino al fastidioso intromettersi di Kelly, personaggi “minori” compresi. Qui si è provato a ricreare lo stesso gruppo variegato e variopinto, cercando ispirazione nei precedenti ma creando allo stesso tempo nuovi archetipi di comicità.


La forza di The Paper parte dal capocomico Domhnall Gleeson, perfetto nei panni di Ned Sampson, che vuole una possibilità di riscatto per il Truth Teller (in nomen omen), nonostante sia grazie a qualche spinta di nepotismo. Diverte la nostra Sabrina Impacciatore (che carriera si sta costruendo oltreoceano) nei panni di Esmeralda Grand, la responsabile ad interim che vede crollare il proprio “regno” fondato sulla paura con l’arrivo del nuovo caporedattore, costruendo una villain tanto invadente quanto eccentrica, manipolatrice quanto teatrale. A fare da anello di congiunzione Oscar Nuñez che riprende il ruolo precedente come capo contabile, rappresentando il riscatto per eccellenza.
Nonostante in dieci episodi non si riesca a dare il giusto spazio a tutti, già ci sentiamo affezionati anche a personaggi “secondari” come la coppia impossibile formata da Detrick e Nicole, e apprezziamo che Ned non sia Michael, Esmeralda non sia Kelly e così via; apprezziamo le citazioni e gli easter egg non troppo invadenti alla serie precedente e l’idea donchisciottesca, come avrebbe detto Will McAvoy, di raccontare la precarietà, l’idealismo e la lotta quotidiana contro il clickbait, il voler fare informazione di qualità senza mezzi e risorse adeguate. Non temete: una seconda stagione è già in cantiere, e noi non vediamo già l’ora di tornare in questa redazione folle, per ricordarci quanto, alla fine, sia unico fare i giornalisti.

