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Paper Tiger
A volte ritornano, altre sono di casa. Membro della giuria del concorso nel 2009, il regista americano James Gray è un habitué della Croisette, dove ha presentato cinque titoli per la Palma: The Yards nel 2000, i migliori We Own the Night nel 2007 e Two Lovers nel 2009, The Immigrant nel 2013 e Armageddon Time nel 2022. È sempre tornato a casa a mani vuote, non sempre per giusta causa, e temiamo allungherà la serie con Paper Tiger, che il delegato generale Thierry Fremaux ha aggiunto al Concorso in un secondo momento.
Il cast è importante Adam Driver, Scarlett Johannson e Miles Teller, precipitati in un alveo, che è per Gray tanto biografico quanto cinematografico, da Little Odessa a The Yards, e contempla i russi trapiantati in America e, non è il suo caso, mafiosamente indaffarati. Siamo a New York, Queens, nel 1986, e due fratelli che più diversi non potrebbero essere, il poliziotto e intraprendente Gary Pear (Driver) e l’ingegnere uomo di famiglia Irwin (Teller), pensano, ovviamente per sprone del primo, di poter fare affari bonificando i docks, ma più di qualcosa andrà storto, legami familiari compresi, che concernono pure, rispettivamente, la cognata e moglie Hester (Johansson).
Dall’opportunità all’incubo, dagli affari al brutto affare, si va per politica e corruzione con la penna e la camera di Gray, che non si affranca però da una certa mediocrità di scrittura e visione, confermando la manifesta involuzione degli ultimi lavori. Tutto abbastanza prevedibile, sin dai primi fotogrammi, e diciamocelo: se non avesse questi attori sarebbe spacciato. Nondimeno, i ruoli degli stessi sono contenuti, non da protagonisti tutto tondo. Eccetto la sequenza (semi)finale nel canneto, bella sebbene non particolarmente originale, non c'è nulla da ricordare indefettibilmente, e laddove il controllo del quadro e la direzione degli attori sono persino commendevoli la sensazione è dell’occasione mancata o, meglio, della mancanza di coraggio poetico, ovvero novità stilistica.
Da We Own the Night la centralità dei fratelli, per Johannson gli accessori umani della malattia – forse non così debita, e troppo ancorata alla pollution… - e del tradimento, per le tenaglie di malavita e malapolitica la compressione della middle class, si rivolta un poco lo schema Abele-Caino, assai meno si esalta il chiaroscuro di corpi, ombre e tigri di carta, che rimane sì ambizioso ma debolmente veicolato per immagini e suoni.
L’inquinamento è parimenti ambientale e morale, l’incidente probatorio seppur non alla lettera, il canneto il teatro vedo-non vedo della tragedia, la redenzione dribbla Friedkin e Ferrara, ma Gray gira a soggetto, con una datazione che è almeno tanto del racconto quanto della storia, e no, non è una virtù.
Lo sappiamo, Hollywood gira quest’anno al largo della Croisette, ma se questi sono gli “indie” la seconda possibilità è un poco dimezzata per gli yankee.



