Tra i personaggi da ricordare di Cannes 2026 c’è anche la giovane Shana, colei che dà il titolo al film omonimo, Shana di Lila Pinell presentato alla Quinzaine des cinéastes. Le prime immagini sono riproduzioni delle piaghe bibliche, i flagelli inviati da Dio all’Egitto per liberare il popolo ebraico. Quali piaghe affronterà Shana? Da qui sboccia un congegno semplice ma efficace, una figura tipica ma in grado di conquistare: siamo in Francia oggi e lei è una ragazza che si aggira intorno ai trenta, non particolarmente bella e anzi in sovrappeso, che fantastica di ritocchi estetici. È fidanzata con Moïse, un pusher nero che entra ed esce di galera, col quale intrattiene un rapporto di ricatto emotivo; lui a tratti si dice solo e disperato, a tratti la insulta costringendola a spacciare al suo posto in sua assenza. Ecco allora Shana che prepara le dosi, perché deve portare a casa la giornata.

La sua famiglia è un nucleo di origine ebraica e marocchina, in cui spicca in particolare l’amata nonna, simbolo della generazione precedente; come sempre accade nel cinema gli anziani sono prossimi alla dissolvenza, e così anche la nonna scompare lasciando in eredità a Shana un anello in grado di sconfiggere il malocchio. Con quello al dito avrà buona fortuna anche se, tra litigi e avvicinamenti, proprio non riesce a liberarsi del rapporto tossico col moroso criminale. La vera bolla protettiva, per Shana, è quella amicale: il solo welfare possibile sono le amiche e compagne, che la assistono e la “accarezzano” in ogni sua scelta. Sopportando anche il carattere difficile: non è simpatica Shana né tranquilla, anzi si arrabbia facilmente, per esempio con la madre che ha avuto le sue mancanze, una figura battezzata dalla decana del cinema transalpino Noémie Lvovsky. Il culmine si raggiunge proprio al cimitero: mentre si appresta a seppellire la nonna Shana riceve la chiamata del fidanzato ai fini di spaccio, producendo un duro scontro tragicomico tra le lapidi.

Shana
Shana

Shana

La regista Lila Pinell allestisce una rappresentazione naturalista che evoca da lontano Abdellatif Kechiche, quello de La schivata, ossia dei dialoghi in dialetto tra banlieusards, tra gente di periferia che si infuria e alza la voce, proprio come Shana. Qui lo sguardo però è eminentemente femminile e prende forma nella magnifica interpretazione di Eva Huault, in grado di reggere tutte le sfumature di Shana compresa quella più “coatta” e istintuale. Quando l’anello della nonna si perde, o meglio viene venduto, allora la sorte sembra abbandonare definitivamente la ragazza…

Anche qui però la giovane si rivela in grado di reagire, ovviamente a modo suo. Shana è una piccola storia sostenuta da una grande protagonista, che si fonde in osmosi col personaggio e nelle sue immense imperfezioni si lascia amare senza riserve. Del resto è l’unica reazione possibile, per esempio davanti allo scambio sulla Palestina, dove Shana confessa di nascondere l’origine ebraica perché si vergogna della politica di Israele. Nel percorso non mancano le curve dolorose, come la ragazza che si avvicina al sottobosco della prostituzione e la salva proprio una “piaga”, che in realtà è una reazione allergica. Alla fine, addirittura, lei userà la pancia per fingersi incinta e organizzare un colpo finale… Ma il racconto ha l’intelligenza di non chiudere il cerchio, lasciamo Shana con le amiche nella consapevolezza che abbiamo visto l’istantanea di un momento, solo una parentesi della sua vita che continua oltre lo schermo.