Dieci anni dopo Train to Busan (2016), Yeon Sang-ho torna a Cannes e torna agli zombie. Allora c’era un treno, la Corea come convoglio lanciato verso il collasso morale. Oggi c’è un grattacielo nel cuore di Seoul, il Doongwoori Building, sede di una conferenza biotech che in poche ore si trasforma in camera di contenimento.

Colony si svolge quasi interamente nell’arco di una giornata. Kwon Se-jeong, professoressa di biotecnologie (Jun Ji-hyun), arriva all’edificio insieme all’ex marito Han Gyu-seong per partecipare a un incontro scientifico. Nello stesso momento, Seo Young-cheol, ex dipendente rancoroso e scienziato totalmente fuori dalla grazia di Dio, diffonde un virus creato in laboratorio per punire l’ex superiore accusato di avergli rubato le idee. L’infezione si propaga rapidamente trasformando i contagiati in zombie famelici. Quando l’edificio viene sigillato, un gruppo di sopravvissuti, tra cui una guardia di sicurezza (Ji Chang-wook), sua sorella in sedia a rotelle e un poliziotto, devono cercare una via di fuga.

La novità più interessante è nella natura degli infetti. Non sono semplicemente i consumatori ciechi di carne umana del modello romeriano, né i mostri rapidissimi alla 28 giorni dopo (2002). Sono una colonia, una mente distribuita, un organismo che comunica, apprende, assimila informazioni e si adatta. All’inizio sembrano primitivi, poi diventano cacciatori più rapidi, coordinati, capaci di trasmettersi dati sulla posizione dei sopravvissuti. Yeon introduce dunque un aggiornamento nella mitologia zombie, trasformandoli in creature capaci di fare squadra.

Yeon ha spiegato di voler raccontare «la paura della società di oggi»: l’alta velocità dello scambio comunicativo, l’intelligenza artificiale, la riduzione dell’individualità dentro flussi sempre più rapidi e impersonali. Gli zombie diventano così la metafora di un presente in cui la connessione assoluta non produce necessariamente comunità, ma conformismo, automatismo, cancellazione delle differenze.

Da questo punto di vista, il titolo è programmatico. La “colonia” non è solo il gruppo degli infetti, ma anche il modello di una società che pretende coesione al prezzo dell’individualità. Gli zombie di Yeon non ti vogliono semplicemente mangiare, ma incorporare. Rappresentano l’incubo di una società totalitaria.

La verticalità del grattacielo sostituisce stavolta l’orizzontalità del treno. In Train to Busan bisognava avanzare, attraversare vagoni, scegliere chi salvare e chi sacrificare. In Colony bisogna salire, ma la salita non coincide più con la salvezza. Anzi la verticalità esprime la rapidità con cui la civiltà può precipitare verso una condizione primitiva. Il movimento verso l’alto è un inganno.

Sul piano spettacolare, Colony sembra confermare la perizia di Yeon nel costruire set piece fisici. Il film lavora inoltre molto sui corpi, tra contorsioni, scatti improvvisi, posture innaturali. Non è un segreto che il regista utilizzi performer, contorsionisti e danzatori per dare agli infetti un movimento reale, corporeo, non digitale. L’altro aspetto decisivo è il sonoro: ossa che scricchiolano, mascelle che si spezzano.

Il limite è drammaturgico. È un film grossolano che spiattella tutto quello che vuole comunicare senza porsi troppi dubbi o cercare sfumature. Train to Busan funzionava perché l’action-horror era inseparabile dal melodramma: il padre e la figlia, la colpa, il sacrificio, la paura di non proteggere chi si ama. Gli zombie erano fortissimi, ma l’empatia umana lo era di più. In Colony, invece, l’apparato concettuale è forse più ambizioso, ma la costruzione emotiva appare decisamente più fragile. Yeon sembra avere molte idee sull’intelligenza collettivo, l’IA, la comunicazione, la diversità biologica e sociale; meno su come farle diventare cinema di spessore.