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Amy Adams in At the Sea
Pieces of a Woman, “pezzi di una donna” recitava il titolo di un altro film di Kornél Mundruczó (regista) e Kata Wéber (sceneggiatrice). At the Sea, presentato in Concorso a Berlino 76, potrebbe intitolarsi Altri pezzi di un’altra donna, giocando anche sull’allusione ai ritratti di Gena Rowlands la cui eredità continua a interrogare le grandi attrici contemporanee. E, sì, sarebbe la tipica occasione che un’attrice intelligente e carismatica come Amy Adams non può lasciarsi sfuggire, anche perché Mundruczó e Wéber ci hanno dimostrato di saper entrare nei corpi feriti e nelle anime maciullate di donne al bivio.
Solo che questi altri pezzi sono come la macchina accartocciata che ogni tanto spunta nella tessitura di ricordi e proiezioni che affastella la mente della povera protagonista, una danzatrice contemporanea appena riuscita da un percorso di riabilitazione per una dipendenza da alcolici. Quel rottame, che troneggia in una strada praticamente vuota che, nel corso del film, vediamo configurarsi meglio, fa lo stesso effetto degli incidenti sulle autostrade: continuiamo a fissarli ma non sappiamo bene perché.
Ecco, tutto ciò che attraversa il personaggio di Adams finisce per essere ora facilmente simbolico e dunque didascalico e ora volutamente disordinato e dunque confuso. I pezzi di questa donna fanno rima con le esperienze e le immagini nelle quali inciampano i due figli, un’adolescente ribelle e un bambino un po’ chiuso, entrambi in qualche modo arrabbiati – se non proprio infastiditi – con quella madre che è sparita per provare a stare meglio. Sono aquiloni che volteggiano nei cieli sopra al mare che ricordano quelli che la protagonista fissava quando lei stessa era bambina, sono le bottiglie di alcolici svuotate o frantumate i cui vetri restano conficcati nella sua memoria, sono le camminate per strade in fuga da qualcosa o da qualcuno.
Capiamo più o meno bene che il padre della protagonista, un noto coreografo sempre di nero vestito che l’ha iniziata al mondo della danza, non era certo uno stinco di santo (“Non hai conosciuto tuo nonno? Fortunato!” dice al figlio di Adams il direttore della compagnia, Dan Levy) e la memoria – anche materiale: c’è una lunga cicatrice disegnata sulla sua coscia – ci apre spiragli di violenza psicologica e brutalità fisica. Un retaggio che resta nella concezione artistica che la protagonista ci lascia intendere in quei frangenti in cui il suo corpo plasma movimenti, danza nel caos, fa sentire il proprio peso sulla terra quasi come se la gravità la attirasse per terra così da farle sentire il dolore dello stare al mondo.
Ma At the Sea – che deve il titolo al paesaggio, a Capo Cod, un’ambita meta di villeggiatura nella penisola nel Massachusetts – non può rincorrere il fantasma di un padre forse mostruoso o forse no come se fosse l’appiglio alla comprensione di un trauma, l’innesco per spingere la protagonista a una guarigione. Ogni tanto viene l’impressione che Mundruczó guardi a questi personaggio con una certa compassione, lei danzatrice che non sa tornare in scena e suo marito pittore stilizzato che non rifugge il realismo. Ma il sospetto di ironia verso le vite performative, così a disagio di fronte alla normalità dell’osceno (il padre che deve fare una scenata quando scopre che il suo aiutante va a letto con la figlia) decade di fronte al coinvolgimento di Meg Stuart, acclamata coreografa che esplora stati fisici ed emotivi attraverso l’improvvisazione e il lavoro sulla e nella memoria, per mettere in scena i movimenti di identità in continuo cambiamento.
Nel cast anche Murray Bartlett (il marito che accumula e nasconde), Chloe East (la figlia, che ha uno svolgimento finale a tratti ridicolo), Redding L. Munsell (il figlio), Jenny Slate (la collega), Rainn Wilson (il finanziatore) e Brett Goldstein (l’uomo degli aquiloni, un’apparizione che dovrebbe essere metaforica e forse è solo superflua), più le canzoni di Barry White in un momento surreale e I Follow Rivers rallentata per lasciar danzare i ballerini per strada. Con il suo repertorio di traumi irrisolti e litigate isteriche (il primo tentativo di sesso dopo il ritorno a casa), verità svelate (i problemi finanziari) e bugie inattese (un viaggio di ricerca per nascondere la rehab), ritrovate connessioni e colpi di coda, At the Sea si prende molto sul serio, offre a Adams l’opportunità di un one woman show non all’altezza del suo talento e le prova tutte per costruire un ritratto che sia davvero intrigante.

